
Costruire sulla roccia, desiderare l’infinito
La mattina è iniziata con una conferenza di Padre Rudolph sulla felicità — e vale la pena raccontarla con più calma, perché i temi che ha toccato sono rimasti addosso a tutti per il resto della giornata.
Ha aperto con una domanda che sembra semplice e invece non lo è: perché non ci accontentiamo mai di quello che viviamo, per quanto vero e pieno possa essere? Perché continuiamo a desiderare qualcosa che va oltre ciò che possiamo toccare e possedere, oltre ciò che riusciamo anche solo a immaginare?
Ha parlato di questa inquietudine come di un tratto profondamente umano, quasi il segno più grande della nostra grandezza: la capacità di sentire che nessuna cosa, da sola, può davvero saziarci fino in fondo.
Ha detto che il rischio più grande è scambiare le cose finite — un successo, una relazione, un piacere — per l’infinito che davvero cerchiamo, restando poi delusi quando quelle cose, inevitabilmente, non bastano. Non è un difetto della vita, ha detto, è la natura stessa del desiderio umano: nessun traguardo lo esaurisce mai del tutto.
Ha chiuso parlando di come il nostro cuore resti inquieto finché non trova un riposo più profondo. Non è un’inquietudine da estinguere, ha detto, ma da abitare — perché è proprio quella mancanza, quel vuoto che sentiamo, a spingerci a crescere, a creare, ad amare davvero. La felicità comincia dall’accettare questa mancanza senza avere fretta di riempirla di cose, perché altrimenti rischiamo di non scoprire mai ciò che quella mancanza già custodisce: la nostra unicità.
E poi il collegamento diretto con quello che i ragazzi stanno vivendo in missione: la vera felicità non nasce dal possesso, dal potere o dal piacere — quella dà solo un benessere superficiale, ma dal dono di sé. È per questo che un viaggio come questo può diventare un’occasione preziosa: non solo per aiutare qualcuno, ma per scoprire, nell’atto stesso di donare tempo e fatica agli altri, cosa significhi davvero essere pieni.
Dopo la conferenza, si è tornati al lavoro. Secondo giorno di costruzione, e i ragazzi procedono spediti. Alla fine della giornata, praticamente tutte le case avevano i muri montati ed erano arrivate a mettere su la struttura del tetto — un passo avanti enorme rispetto a ieri, quando si lavorava ancora sulle fondamenta.
C’è una storia in particolare che ci ha colpito profondamente. In una delle case, il proprietario del terreno ha dovuto abbattere la sua vecchia abitazione per fare spazio a quella nuova. Da due giorni dorme all’aperto, e oggi ci ha chiesto se potevamo almeno mettere una delle lamiere del tetto per poter dormire al coperto, sul pavimento della casa ancora incompiuta. È un padre con due figli, e la sua storia rende concreta e tangibile una realtà che altrimenti resterebbe astratta: cosa significhi davvero non avere una casa. Lui passa tutta la giornata a guardare la costruzione, cucina non solo per i ragazzi impegnati sulla sua casa ma anche per quelli della casa accanto, e non fa altro che aspettare — sperare — che si finisca al più presto, per sé e per i suoi figli. Pensando alle parole del Padre di questa mattina, viene naturale chiedersi cosa significhi per lui la felicità in questo momento: forse, semplicemente, un tetto sopra la testa dei suoi figli — e forse è proprio in gesti così essenziali che si intuisce quanto la vera felicità non abbia bisogno di molto per farsi riconoscere.
Anche le altre case procedono bene, e le famiglie che assistono ai lavori non vedono l’ora di poterci finalmente dormire dentro. Domani si concluderanno i lavori su queste prime cinque case: resta da mettere il tetto definitivo, ci saranno le benedizioni finali, la pittura, e un momento di condivisione insieme alle famiglie.







Siamo tornati un po’ più tardi del solito, e la Messa delle sette e un quarto è stata leggermente meno partecipata — la stanchezza si fa sentire, e anche il ritmo della celebrazione è stato più lento — ma comunque molto bella. Padre Rudolph ha parlato del Vangelo, di quel passo in cui si parla di costruire sulla roccia: un’immagine che oggi, dopo una giornata passata letteralmente a costruire fondamenta e muri, e una mattinata passata a riflettere su cosa significhi costruire una vita che regga, ha avuto un peso particolare per tutti.
Dopo cena — pollo e, finalmente, un po’ di verdure — i ragazzi hanno tirato fuori le carte, e sono comparse anche diverse parole crociate: una sfida che li ha entusiasmati più del previsto, un modo leggero per chiudere una giornata densa di significato.
Domani sarà l’ultimo giorno di costruzione per queste prime cinque case.

