.jpg)
Il coraggio di guardarsi dentro e dare un nome alle proprie ferite - Perù B
Il sole è “tornato”! Lo metto tra virgolette perché, in realtà, il sole c’è sempre: a volte non lo vediamo, ma questo non significa che non ci sia o che smetta di esserci. E, come ogni giornata di sole, per quanto piacevole possa essere, rende il lavoro decisamente più faticoso.
Sulla carta dovrebbe essere l’ultimo giorno di lavoro pesante in entrambi i cantieri. Alla fine della giornata lavorativa il cantiere del gruppo A è praticamente concluso. Tutto il campo è pronto: mancano soltanto alcuni dettagli e il completamento di una prima parte delle tribune. La parte più grande delle tribune verrà ultimata nelle prossime settimane. Per domani, quindi, il gruppo A dovrà affrontare un bel po’ di cemento per completare questa prima sezione delle tribune e poi dedicarsi a tutti i dettagli finali: alzare l’enorme rete che, si spera, impedirà ai palloni da calcio, basket o pallavolo di finire a centinaia di metri più in basso lungo la montagna, e montare le reti delle porte. Per riuscire ad arrivare a questo punto decidiamo di far lavorare nel pomeriggio due, anziché tre, dei nostri cinque gruppi. Il quarto gruppo fa visita agli anziani, mentre il quinto trascorre il pomeriggio con i bambini.
Nel cantiere del gruppo B, invece, nasce una vera e propria “grana”. La stessa manutenzione dell’impianto elettrico della zona che martedì scorso aveva colpito il cantiere B, questa volta interessa il cantiere A. La grande differenza, però, sta nella geografia del luogo. Nel quartiere A i materiali potevano essere trasportati fino a monte del campo da calcio e, da lì, tutto il materiale, anche quello già impastato, doveva semplicemente scendere sfruttando le rampe. Il cantiere B è esattamente l’opposto: i materiali possono arrivare solo a valle e tutto deve poi essere trasportato in salita, contro la forza di gravità che, mentre nel cantiere A era un’alleata, qui diventa una vera nemica.
Per questo motivo il gruppo B dovrà lavorare duramente almeno per tutta la mattinata di domani e, probabilmente, anche per parte del pomeriggio, sacrificando così le attività previste presso i due istituti che normalmente visitiamo. Ovviamente anche questa sera i beneficiari lavoreranno insieme a noi, per portare avanti il più possibile il cantiere.
Questa mattina i ragazzi del gruppo A hanno vissuto la terza riflessione personale, dedicata alla sofferenza. I ragazzi del gruppo B, invece, l’hanno affrontata nel tardo pomeriggio, al rientro dal lavoro. Dopo cena abbiamo poi proseguito con i gruppi di riflessione, sempre con il gruppo B, approfondendo questo tema.
“Ma il dolore, da una piccola ferita a un lutto, è invece ciò che fa fare «esperienza della vita», impariamo a «sentirla» e «curarla»: quando soffriamo, infatti, scopriamo non solo di avere ma di essere un corpo. Medicina e tecnica promettono l’estinzione del dolore, ma ciò implica anche una certa estinzione dell’esperienza: nella mia vita sono stati i momenti di sofferenza, mia e altrui, a rivelarmi chi sono e in cosa credo.
Lungi da me il «dolorismo»: i dolori, al plurale, che si possono eliminare o lenire vanno eliminati o leniti, ma «il dolore», al singolare, è condizione dell’esser mortali e cammino per diventare se stessi. Trattare il dolore solo come difetto di una macchina biologica fa perdere la capacità di trasformarlo in risorsa.
Per poterla «sfruttare» (far sì che dia frutto) serve però ampliarne il significato oltre il biologico/medico (malattia) e restituirlo all’esistenza integrale (vita): questo gli dà senso, non lo rende scandaloso ma raccontabile, lo trasforma — dice Lewis — in storia. Ma può essere «accolto» come seme e «raccolto» come frutto solo se entra nel solco interiore, diventa carne nostra.
Il dolore è vita che vuole guarire, non sofferenza insensata: come la perla è la cicatrice della ferita inferta all’ostrica da un predatore, il dolore è una verità che chiede attenzione e cura. Quando un bambino si ferisce, il genitore accarezza la parte dolente e gli racconta una storia. Il dolore invoca legami e parole: non è solo «da contare», come abbiamo fatto nella pandemia con i dati dei contagi, bensì «da raccontare», cioè fonte di senso e azione. Il racconto di una cecità feconda ha permesso a un ragazzo di 19 anni, che probabilmente diverrà cieco, di accogliere una verità rimossa per paura e mancanza di prospettiva.
Quella scomoda verità forse potrà farsi carne, cioè vita, e lui non sentirsi un peso, ma avere (un) peso. Il dolore, suggerisce Han, è l’ostetrica del nuovo, fa ri-nascere, cioè fa nascere fino in fondo la nostra unicità: è levatrice di originalità. Non possiamo privare i ragazzi — non a caso definiti «la generazione fiocco di neve» per come li iper-proteggiamo da cadute, lutti e fragilità — né del dolore né del codice simbolico per aprirsi alla sofferenza come cammino verso il nuovo e verso l’altro, altrimenti li consegniamo alla paralisi della paura e dell’indifferenza.
Noi per primi siamo chiamati a dare un significato alla sofferenza: che senso ha e ha avuto per me? Chi mi ha fatto diventare? Che capacità di amare mi ha dato? Non voglio dare loro analgesici esistenziali, ma una verità fatta carne.” Alessandro D’Avenia
L’essenza di questa riflessione, sia personale sia di gruppo, ruota attorno al dare un nome. Riprendendo la domanda sulla propria identità e sulla propria storia, tocchiamo una dimensione che non va sottovalutata, ma accolta: quella del dolore. Del mio dolore. Di ciò che mi fa stare male, mi fa soffrire, mi fa sentire insicuro o inadeguato, triste o fuori posto, in ansia, nella continua ricerca del piacere e del compiacere gli altri.
Tutto questo, però, è soltanto una “spia”: non rappresenta la causa, ma la conseguenza. Sono segnali che vanno ascoltati, accolti e, se necessario, anche curati, ma soprattutto devono portarci a prenderci cura di noi stessi, per cercare la radice, la vera causa di ciò che ci fa stare male. Perché l’anima non è poi così distante dal nostro corpo. Così come la febbre ci avverte che qualcosa non va e che il nostro organismo sta combattendo qualcosa (la febbre non è la malattia, ma la conseguenza di qualcos’altro ) allo stesso modo il malessere interiore, in tutte le sue forme, è il segnale che la nostra interiorità ha bisogno di essere ascoltata, di fermarsi, di essere presa in cura.
Per i ragazzi questo è forse il momento più impegnativo dell’esperienza, ma per molti è anche un momento di grande liberazione. Poter guardare le proprie ferite e raccontarle possiede una forza profondamente guaritrice, perché non soltanto ci si sente accolti, ma soprattutto liberi di mostrarsi nella propria fragilità, senza la paura del giudizio.
Credo che la vita possa assumere un sapore completamente diverso quando smettiamo di zittire il dolore, di nasconderlo o di fare finta che non esista. Quando da nemico lo trasformiamo in alleato, perché ci spinge a non chiuderci in noi stessi, ma a riconoscere che abbiamo bisogno degli altri e che averne bisogno non è affatto una debolezza. Quando troviamo il coraggio di guardare ciò che ci fa male, di dargli un nome e di comprenderne le conseguenze, allora diventa possibile anche il perdono. Non soltanto il perdono di chi ci ha ferito, spesso persone a noi care, dalle quali ci aspettavamo, o continuiamo ad aspettarci, tanto, ma anche e soprattutto il perdono di noi stessi.
Il dolore fa male, certamente. Ma, se accolto nell’amore e nella verità, possiede una straordinaria capacità di trasformarci, rendendoci una versione più bella di noi stessi, perché più profonda, più autentica e più vera.

.jpg)