
Il nostro cuore è fatto per compiere il bene - Perù B
La routine delle giornate in missione inizia ormai a prendere forma. Sveglia, riflessione e colazione scorrono quasi in automatico. Quest’ultima avviene spesso in contemporanea con le chiamate ai genitori o con le richieste di telefonare da parte dei ragazzi.
Ogni ragazzo è un mondo, ma anche quello dei genitori non scherza. Ci sono quelli che hanno bisogno di sentirsi ogni giorno, così come ci sono ragazzi che, se fosse per loro, non chiamerebbero mai a casa. Poi arriva quello che ti presenta la lista completa della famiglia, dei migliori amici e della fidanzata, convinto di poter avere il telefono in esclusiva per almeno un’ora di chiamate. Ovviamente non sarà possibile accontentarlo: salvo situazioni particolari, le chiamate sono una a testa al giorno.
In contemporanea arrivano anche a noi dello staff le preoccupazioni dei genitori. C’è chi è in ansia perché il figlio o la figlia non compare nelle fotografie (cosa che purtroppo succede, visto che ci sono ragazzi che riescono davvero a sfuggire ai nostri fotografi) e chi invece teme che il proprio figlio non riesca a inserirsi nel gruppo.
Naturalmente ogni ragazzo, a seconda delle personalità, ha i suoi tempi. Penso che, nella maggior parte dei casi, bastino la pazienza e la capacità di dare fiducia, senza spianare loro la strada. E credo che questo valga in generale: accompagnare nelle difficoltà senza sostituirsi a loro pur di risolvere tutto. Un conto è lasciarli soli, che è un estremo; un altro è eliminare ogni possibile ostacolo, che è l’estremo opposto. In fin dei conti sono proprio le difficoltà quelle che ci fanno crescere e che fanno emergere il nostro carattere più autentico.
Da entrambe le case partiamo verso le 8:30 e, alle 9:15, siamo tutti a Pamplona. Prima di andare nei cantieri ci fermiamo per una trentina di minuti presso un campetto da calcio per partecipare insieme a quella che chiamiamo “conferenza”, un altro passo del nostro percorso di riflessione.
Come è stato per la tematica sull’identità e come sarà per quelle che verranno, anche quella di oggi attraversa il tempo e la storia. Non è condizionato dall’appartenenza a un credo o a una cultura particolare, ma attraversa l’umanità intera. Si tratta della domanda sulla felicità. O, se vogliamo, sul senso della vita. Sul desiderio profondo di ogni essere umano di avere, abbracciare e accogliere una vita piena. Ma piena in che senso? Piena di che cosa?
Mi sembra che viviamo in una cultura che ci invita continuamente ad accumulare: cose, possibilità, esperienze, nella ricerca, a volte persino disperata, di riempire la nostra vita. Come se ci mancasse sempre qualcosa. Come se, da quando siamo entrati nell’esistenza e ne abbiamo preso coscienza, avvertissimo il vuoto di qualcosa capace di colmarci. Saremmo davvero cinici se non fossimo pienamente coscienti (e riconoscenti) che, nella maggior parte dei casi, abbiamo una vita già molto piena. Non ci manca quasi nulla e possediamo, chi più chi meno, tante cose di cui potremmo persino fare a meno senza che la nostra vita smettesse di essere tale. Eppure sembra che, nonostante tutto, ci sia sempre qualcosa che manca.
Ma che cos’è? Che cos’è questa inquietudine che ci portiamo dentro? Perché, almeno per me, è abbastanza evidente che potremmo essere le persone più ricche del mondo, le più colte, le più preparate, perfino le più popolari, e nulla di tutto questo basterebbe a donarci quella serenità e quella pace, che sono un altro nome della felicità, di cui il nostro cuore ha bisogno.
Molto spesso le risposte alle domande più importanti della vita non vengono da fuori, ma abitano dentro di noi, nelle esigenze più profonde del nostro cuore. Di quale pace ha bisogno il nostro cuore? Di quale felicità? Di quale serenità? Non ho certamente la risposta, ammesso che ne esista una sola. Penso però che la felicità, la vita piena, sia un cammino che ciascuno di noi è chiamato a percorrere nelle coordinate concrete della propria esistenza e attraverso tutto ciò che la vita gli consegna. Credo però anche che la felicità, se è autentica, non possa prescindere da alcune “coerenze”. La prima è la fedeltà a sé stessi. Difficilmente potremo essere felici se non siamo coerenti, o forse sarebbe meglio dire fedeli, alla nostra identità, ciò di cui parlavamo ieri. La risposta alla domanda “Chi sono?” diventa fondamentale per essere felici, perché se le nostre scelte, pur cercando la felicità, non sono in sintonia con la nostra identità, finiamo inevitabilmente per allontanarci da chi siamo e da chi siamo chiamati a essere.
Tradire sé stessi, la propria unicità e la propria originalità è una strada sicura verso una vita infelice, fatta di frustrazione e di rabbia. Ma la coerenza con la propria identità non è l’unica condizione. Penso che, per vivere una vita piena, abbiamo bisogno della verità: della verità sulla nostra storia, della verità nelle relazioni, dell’autenticità. Non è un caso che, quando parliamo di amicizia o di fiducia, sincerità e verità rappresentino un fondamento irrinunciabile per la stragrande maggioranza di noi.
Insieme alla verità abbiamo bisogno anche della bontà. Il nostro cuore è fatto per compiere il bene e, ogni volta che lo scegliamo, diventiamo sempre più noi stessi. Al contrario, ogni volta che andiamo contro il bene tradiamo la nostra origine, tradiamo la nostra verità e ci allontaniamo inevitabilmente da qualsiasi forma di felicità.
Infine, senza alcuna pretesa di essere esaustivo, c’è la bellezza. Niente di ciò che è finito potrà mai riempire l’infinito che abita il nostro cuore.
Come scriveva Leopardi:
«Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, la mole e il numero meraviglioso dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio. Immaginarsi il numero dei mondi infiniti e l’universo infinito e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande di siffatto universo, e sempre accusare le cose d’insufficienza e nullità, e patire mancamento e vuoto e perciò noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà che si vegga nella natura umana.»
Non è quindi un limite del mondo o di ciò che esso ha da offrirci. È piuttosto il nostro cuore a essere immensamente più grande di qualsiasi realtà finita. Dentro di noi c’è un richiamo all’eternità, all’infinito, e proprio questo rende il nostro cuore, e la nostra vita, qualcosa di profondamente prezioso e unico.
Terminata la conferenza, ognuno raggiunge il proprio cantiere. Oggi Lima non ci ha regalato il sole, ma i ragazzi apprezzano il fatto che, con questo clima, si lavori molto meglio. E infatti i risultati si vedono.
Da oggi entra stabilmente nel programma anche la visita ai centri di accoglienza: un orfanotrofio per bambini con disabilità, una casa che ospita anziani alla fine della vita insieme ad adolescenti con disabilità intellettiva e, infine, una casa per uomini abbandonati. Così, mentre una parte dei ragazzi trascorrerà il pomeriggio in questi centri, l’altra rimarrà nei cantieri per portare avanti il lavoro e mantenere la tabella di marcia.
Rientriamo tutti a casa tra le 18:00 e le 18:30, a seconda della distanza dei vari centri. C’è tempo per il calcetto e, come sempre, alzo gli occhi al cielo sperando che non succeda nulla, per la merenda e per una doccia. Alle 19:30, per chi lo desidera, celebriamo la Messa nella solennità dei Santi Pietro e Paolo. Dopo cena, e dopo aver festeggiato Federico nel gruppo A (tre compleanni consecutivi!), iniziano i primi gruppi di riflessione sul tema della felicità. Dividiamo i 98 ragazzi del gruppo A in cinque gruppi di maschi e nove gruppi di ragazze, così da creare gruppi più piccoli e permettere a ciascuno di avere quello spazio che forse cerca e che, sicuramente, insieme all’attenzione, merita. Nel gruppo B, invece, dopo cena si prosegue con le consuete attività serali: chiacchiere, giochi e qualche tentativo di conquista da parte dei ragazzi…

