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La ricchezza della realtà che siamo chiamati ad accogliere

Fernando Lozada

Questa mattina siamo partiti da Roma, Milano e Londra: un totale di 61 persone, tra ragazzi e giovani membri dello staff, in viaggio verso Recife. Gli appuntamenti nei vari aeroporti sono molto presto, alle 5 del mattino; ci aspetta un breve scalo di appena due ore nell’aeroporto di Madrid e finalmente ci imbarchiamo sul volo verso Recife.

Sono 8 le ore che ci separano dalla nostra destinazione finale, tutte quante sopra l’oceano Atlantico. C'è chi dorme per più della metà del viaggio, c'è chi si “spara” un film dopo l’altro, c'è chi avrebbe voluto girare per l’aereo che però, a differenza di quelli che normalmente ci portano o in Perù o in Argentina, è molto più piccolo. Avendo un solo corridoio, ogni tentativo di muoversi viene subito bloccato non solo dalle hostess, ma anche e soprattutto dagli altri passeggeri.

Direi che è stato un volo abbastanza tranquillo, con qualche piccolo tratto di turbolenza che, per quanto innocua, mette almeno il sottoscritto in una situazione di discreto fastidio. Al nostro atterraggio tutto scorre con una velocità inaudita. Sarà che, sempre a differenza degli aeroporti di Lima e Buenos Aires, quello di Recife è un aeroporto piccolo. Superiamo senza particolari difficoltà né lunghe code i controlli dei passaporti, e le nostre valigie — tutte quante! — escono molto in fretta. Ci assicuriamo che sia effettivamente così e che tutti i ragazzi siano presenti; blocchiamo anche chi magari voleva già uscire senza il gruppo, per poi procedere a lasciare l’aeroporto tutti insieme. Al parcheggio dobbiamo aspettare una decina di minuti l’arrivo di un grande pullman giallo e di un pulmino più piccolo. E partiamo.

Quella che sarà la nostra casa nei prossimi 14 giorni dista una quarantina di chilometri dall’aeroporto, e il percorso dura poco più di un'ora. Tra una cosa e l’altra siamo finalmente in albergo verso le 18:30: il tempo di riprendere le valigie e distribuirsi nelle stanze (ragazze al piano terra, staff al primo piano, ragazzi al secondo piano). Alle 19 ci incontriamo tutti in una struttura all’aperto che chiamiamo auditorium e introduciamo il viaggio.

“Cosa siete venuti a fare?” è la domanda con la quale esordisco. Molti dei ragazzi sono già partiti con Wecare l’anno scorso e quindi penso che quello che li porta a tornare sia molto più chiaro e consapevole; una cosa non necessariamente garantita, però, per chi viene per la prima volta. Perché quando uno viene per la prima volta, non è strano avere a che fare con ragazzi mossi dalla curiosità di fare un’esperienza diversa con gli amici, o perché hanno sentito dire che “ci si diverte” o, come direbbero loro, che “è una cosa figa”. Ma indipendentemente dalle motivazioni, siamo tutti qui, in Brasile, a Recife, e abbiamo una missione da portare a termine.

Inquadriamo la situazione! Cioè? Cioè che, indipendentemente dalle nostre aspettative, la realtà — soprattutto questa — è molto più ricca di quanto noi possiamo immaginare e quindi rischiare di incasellare. La realtà è sempre più grande dei nostri orizzonti, a volte larghi, a volte molto stretti. Stretti perché si ha paura del nuovo, del cambiamento, di doversi mettere in discussione. Ma così rischiamo di perderci la ricchezza della realtà che ci interpella e, se siamo pronti, ci arricchisce.

“Un viaggio di volontariato, ma non solo, è un’esperienza di vita”. È la prima cosa che i ragazzi devono avere in mente. Perché l’esperienza non è solamente rappresentata dalle tante ore che passeranno tra cemento, terra, pale e carriole, ma è qualcosa che accade durante tutte le 24 ore che passeranno insieme. Un volontariato fatto di fatica, fisica ed emotiva. Non siamo in vacanza, non come siamo abituati a intenderla, a volte senza schemi, limiti o regole. Siamo in un gruppo, e il gruppo ha la potenza di trasformare il modo in cui affrontiamo la realtà, comprese le nostre azioni durante il volontariato, così come il modo in cui guardiamo dentro noi stessi; e questo per Wecare è fondamentale.

Perché il gruppo ha tutta questa potenza? Perché quando ci scopriamo accolti, voluti bene, visti — quando, insomma, sentiamo di contare per qualcuno — cambia anche il modo in cui stiamo al mondo. Perché l’essere accolti ci riconsegna al mondo nella pace, nella serenità, nella gioia. Perché lo scoprirci amati ci permette di amare noi stessi e di guardarci con occhi nuovi. Ecco il terzo elemento del nostro viaggio, dopo il volontariato e la forza del gruppo: il viaggio interiore, o viaggio del e nel cuore. Da cosa è fatto questo viaggio nel cuore? Da tutto ciò che lasceremo entrare, dalle riflessioni generali a quelle personali, dagli incontri nei gruppi, dalle relazioni tra noi ma anche con le persone che siamo venuti a cercare.

Perché è importante ricordare ed evidenziare tutte queste cose ai ragazzi? Fondamentalmente perché siano consapevoli della ricchezza che questo viaggio ha da offrire loro, e di quanto pesi su di loro la responsabilità di sfruttare ogni singolo momento. Infatti lo dico chiaramente: da loro dipende il 90% del viaggio. Il 10% rimasto sta a noi, nell’organizzazione e nella preparazione di tutto. Quello c’è già, ma il viaggio lo fanno loro.

Chiudiamo l’introduzione con un ripasso del regolamento. Poi li chiamiamo uno ad uno per consegnare loro le due magliette di Wecare e il libretto per le riflessioni personali. Loro in “cambio” ci lasciano il cellulare (o i cellulari, per quelli che inizialmente avevano l’idea di consegnarne uno vecchio e tenersi quello più nuovo). Poi mangiamo, e verso le 21:30 siamo tutti a letto. O quasi… perché ahimè, proprio sopra di me, c'è la stanza del gruppetto più movimentato del gruppo: quattro romani che, si sa, sono simpatici, ma a cui piace parecchio, più che farsi notare, farsi sentire!