La strada verso sè stessi - Perù B
Di solito, quando siamo a casa, la domenica è un giorno completamente diverso dagli altri. Quando siamo in missione, invece, non è così. Mi viene da dire che ogni giorno è allo stesso tempo uguale e infinitamente diverso dagli altri: uguale nella struttura, diverso nel contenuto. E credo che entrambe queste dimensioni siano di aiuto per tutti noi. La struttura ci serve: dà ordine, scandisce la giornata, permette di programmare al meglio ciò che dobbiamo fare, lasciando comunque spazio alla capacità di rispondere agli imprevisti, che, proprio perché tali, non possono essere pianificati. Al massimo possiamo prevederli, ma solo fino a un certo punto. La realtà, infatti, non si controlla: si accoglie. E da come la accogliamo dipendono tante cose.
Allo stesso tempo, però, ogni giornata è diversa per il suo contenuto, per ciò che la realtà ha da dirci, per gli incontri che facciamo, non solo con gli altri, ma anche con noi stessi. È come se ogni giorno ci venisse consegnata la possibilità di guardarci dentro attraverso la luce di ciò che accade fuori: spunti, sguardi, riflessioni, momenti belli e momenti difficili. E quando siamo in missione, soprattutto per i ragazzi che vivono questa esperienza per la prima volta, le sollecitazioni esterne sono tante e spesso molto intense e forti. Ogni ragazzo è un mondo a sé e reagisce in modo unico.
La sveglia è alle 7. Alle 7:15 siamo finalmente tutti insieme per una brevissima riflessione mattutina, appena cinque minuti, prendendo spunto dal Vangelo del giorno. Alle 7:30 facciamo colazione e, mentre alle 8:30 il gruppo B è già sui pullman diretto verso il proprio cantiere, il gruppo A si ritrova in auditorium per la prima riflessione personale. La stessa riflessione che i ragazzi del gruppo B vivranno durante la serata.
Così, a distanza di circa un’ora, entrambi i gruppi arrivano nei rispettivi cantieri. Lavorando in quella che possiamo definire a tutti gli effetti una montagna, siamo costretti a percorrere un bel tratto a piedi, salendo scale costruite negli anni passati da volontari come noi. E, proprio come ieri, il sole picchia forte. All’inizio è quasi piacevole, ma con il passare delle ore, considerato il tipo di lavoro che i ragazzi svolgono, da amico desiderato si trasforma rapidamente in un ospite piuttosto molesto.



Entrambi i gruppi sono riusciti a entrare abbastanza velocemente nella dinamica del lavoro. Ieri avevamo lavorato pochissimo, mentre oggi abbiamo avuto a disposizione sei ore piene di vero lavoro da cantiere. Va anche detto che organizzare il lavoro di gruppi così numerosi è tutta un’arte. Gran parte di questa responsabilità è affidata ai ragazzi dello staff, che, tutto sommato, si stanno dimostrando all’altezza del compito. La tabella di marcia dei due gruppi va rispettata quasi completamente. Il gruppo B è indietro soltanto di un quadrante di cemento, mentre il gruppo A di due. Potrebbe sembrare molto, ma considerando che sabato siamo riusciti a fare ben poco, possiamo dire di essere comunque in linea e che probabilmente recupereremo il programma nei prossimi giorni.





La fatica comincia a farsi sentire e diventa una compagna di viaggio. Sono lavori ai quali i ragazzi non sono abituati, che mettono alla prova muscoli poco allenati a questo tipo di sforzo. È quindi del tutto normale che, dopo poche ore, schiena, braccia e gambe inizino a fare tanto male. Nonostante tutto, devo dire che hanno lavorato con grande impegno. C’è stato qualche caso particolare, qualcuno che fa più fatica e prova in tutti i modi a “nascondersi” pur di lavorare il meno possibile… ma, nella maggior parte dei casi, basta saperli prendere nel modo giusto… o, quando serve, anche sgridarli.







Il gruppo B riparte un’ora prima del gruppo A, che rientra a casa alle 17. Mentre i ragazzi del gruppo B devono prepararsi in fretta per vivere la riflessione personale, quella che il gruppo A ha svolto al mattino, i ragazzi del gruppo A si concedono un po’ di tempo per giocare a calcio. E io, nel frattempo, alzo gli occhi al cielo sperando che nessuno si faccia male.
Ma cos’è questa riflessione personale?
La prima vera chiacchierata con sé stessi durante questo viaggio ruota attorno alla propria identità. È la domanda sull’io, sul “chi sono io”. Questa mattina ogni ragazzo ha ricevuto il proprio libretto delle riflessioni, che accompagnerà tutto il percorso. Al suo interno ci sono cinque tematiche che verranno affrontate nel corso di questi giorni. Ogni tematica viene introdotta da uno o più testi, seguito da alcune domande personali pensate per aiutare i ragazzi a mettere ordine nei propri pensieri e nei sentimenti che quei testi, ma soprattutto l’esperienza concreta che stanno vivendo, suscitano nel loro cuore. Infine, ogni sezione si conclude con un testo che collega quella tematica al significato del nostro viaggio.
Ogni riflessione viene però preceduta da una breve introduzione, che ne mette in luce l’importanza. Si tratta di temi che toccano il cuore dell’esistenza umana, senza distinzione di cultura, fede o tempo. Sono domande “eterne”, nel senso che uomini e donne di ogni epoca se le sono poste, perché riguardano ciò che siamo nel profondo.
Per questo la prima cosa che spieghiamo ai ragazzi è perché sia importante sapere chi si è. Ogni scelta che compiamo dovrebbe essere coerente con la nostra identità, in armonia con ciò che siamo davvero. Diversamente, il rischio è quello di farci del male, di vivere frustrati, di costruire una vita che non ci appartiene, ridotta a una caricatura di noi stessi o al tentativo continuo di soddisfare le aspettative degli altri. È importante sapere chi siamo perché non possiamo amare ciò che non conosciamo. È importante conoscerci per poter far conoscere chi siamo veramente e, così, poter essere amati per quello che siamo davvero. La conoscenza di sé, però, è un lavoro che nessun altro può fare al posto nostro. Gli altri possono certamente aiutarci, illuminarci, offrirci uno sguardo prezioso, ma il cammino resta profondamente personale.
Serve però un punto di partenza. E, a mio modo di vedere, questo punto di partenza è la consapevolezza che ciascuno di noi è unico e irripetibile, che la nostra vita è preziosa e che, proprio per questo, diventare pienamente noi stessi è uno dei compiti più importanti che abbiamo.
Tra gli esercizi proposti in questa prima riflessione ce n’è uno che invita i ragazzi a rileggere la propria storia attraverso quattro “cavità” o grandi categorie di esperienze: le gioie, le sofferenze, le paure e i desideri. Non per definire rigidamente chi siamo o rinchiuderci dentro delle etichette, ma per acquisire una maggiore consapevolezza di noi stessi e comprendere meglio da dove nascono, il più delle volte, le nostre scelte.
La giornata è stata lunga. Nel gruppo A, anche se siamo soltanto al secondo giorno, festeggiamo già il secondo compleanno: questa volta è il turno di Martina. Nel gruppo B, invece, non ci sono ancora compleanni da festeggiare, per cui la serata scorre come tante altre, tra chiacchiere, giochi da tavolo e tanto altro.



