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La vera felicità inizia dall'essere fedeli a sé stessi

Fernando Lozada

Sembrava che il bel tempo fosse ormai finito. Stamattina il cielo si è presentato più nuvoloso del solito, ma con il passare delle ore il sole è riuscito nuovamente a farsi vedere, proprio come nei primi giorni, con tutti i suoi pro ma anche con tutti i suoi contro.
Sul fronte del lavoro, i ragazzi procedono spediti. Dopo appena due giorni hanno già preso molta confidenza con le modalità del cantiere, con i tempi, con i momenti di pausa e con i diversi compiti che vengono loro assegnati: trasportare il cemento, prepararlo, trasferire l’impasto definitivo dalle betoniere alle carriole, dalle carriole alla rampa e, infine, dalla rampa, con altre carriole, fino alla sua destinazione finale.
C’è poi chi, armato di secchi, non si limita a liberare il terreno dalle pietre che ostacolano il nostro campo, ma le raccoglie con pazienza per riempire, in un primo strato, ciascun quadrante dei futuri campi sportivi, che giorno dopo giorno prendono sempre più forma.

Se nel cantiere del gruppo B tutto procede regolarmente, quello del gruppo A deve invece fare i conti con una difficoltà importante: manca la corrente elettrica. A causa di lavori di manutenzione sull’intera rete della zona, le nostre tre betoniere sono inutilizzabili e il cemento deve essere preparato interamente a mano.
I ragazzi, che naturalmente non avevano la minima idea di cosa significasse fare il cemento senza l’aiuto delle macchine, iniziano la giornata pieni di entusiasmo e carichissimo. Con il passare delle ore, però, scoprono quanto siano preziose le betoniere e quanto sia faticoso impastare il cemento a mano, piegati per ore sotto il sole. Una fatica che si comprende davvero soltanto quando la si vive.

Le attività del pomeriggio, invece, rappresentano per i gruppi che si alternano gradualmente tra gli anziani e i bambini un vero cambio di marcia. È una fatica diversa, sotto certi aspetti persino più bella.
I nostri adolescenti, quelli che tante volte vediamo con il muso lungo, insoddisfatti di tutto, ansiosi per tutto, poco comunicativi e, insomma, incarnazione di tutti quei luoghi comuni (spesso abbastanza veri, anche se inevitabilmente generici) che accompagnano l’età dell’adolescenza, qui si trasformano. Sicuramente c’è la forza del gruppo, ma c’è anche qualcosa di più profondo: la libertà di potersi esprimere, di tornare bambini senza la paura di essere giudicati. E così te li ritrovi a giocare, ridere, abbracciarsi, saltellare insieme a persone che fino a cinque minuti prima erano dei perfetti sconosciuti. Non solo sconosciuti, ma persone lontanissime da loro per storia, cultura, abitudini e lingua. Eppure, nonostante tutte queste differenze, c’è qualcosa che permette loro di entrare immediatamente in relazione, di trovare una sintonia sorprendente. È la nostra umanità. Anzi, mi viene da dire: è ciò che davvero conta. E l’umanità attraversa tutto: la storia e quindi i tempi, le culture, le generazioni. Attraversa ogni differenza, proprio come le domande che ci stanno accompagnando in questi giorni: Chi sono? Cosa devo fare per avere una vita piena?
Forse accade perché, in mezzo a un mare di differenze, i desideri del cuore sono pochi, ma sono quelli fondanti. Ed è proprio per questo che sono infinitamente più importanti.
Mi piace pensare che ciò che ci accomuna sia il desiderio di essere visti e, nello stesso tempo, quello di saper ascoltare. Il desiderio di essere ascoltati per poterci raccontare. Il desiderio di fare il bene, di amare e di lasciarsi amare senza la paura di essere feriti. È questo, credo, ciò che portiamo nel cuore e che rende possibile una comunicazione capace di attraversare e vincere ogni distanza. Una comunicazione fatta non tanto di parole quanto di gesti, di mani che si intrecciano e, il più delle volte, di sguardi.

Mentre il gruppo A dedica la mattinata al tempo personale di riflessione sulla felicità, con libretto e penna alla mano, il turno del gruppo B arriva la sera, quando vive una vera e propria full immersion nell’interiorità.
Rientrati dal lavoro e dopo il tempo necessario per lavarsi e togliersi di dosso terra e cemento (capelli compresi) ci ritroviamo in auditorio per introdurre anche loro alla riflessione personale sulla felicità.
Le introduzioni che proponiamo sono un insieme di spunti e di idee che consegniamo ai ragazzi per offrire loro una cornice entro cui muoversi, lasciando però tutta la libertà necessaria affinché la riflessione non venga condizionata, ma possa davvero diventare uno spazio autentico in cui guardarsi dentro e scrivere, senza paura, ciò che nasce dal cuore. Se ieri avevamo riportato nel diario quel celebre passaggio di Leopardi sulla “nostalgia d’infinito”, oggi prendiamo spunto da una pagina delle Confessioni di Sant’Agostino, il santo della teologia del cuore: «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in Te.»
Per Agostino è proprio l’inquietudine a condurre alla felicità, perché quell’insoddisfazione che nessuna realtà del mondo riesce a colmare non è semplicemente un’infinita assenza, ma il segno di un’infinita mancanza. E quella mancanza diventa la traccia della presenza di un Amore che mi vuole esistente così come sono.
Dopo aver letto con attenzione testi come questo e altri che offrono numerosi spunti non soltanto sulla felicità, ma anche su quella che l’autore chiama inquietudine interiore, i ragazzi affrontano privatamente una serie di domande.

Vederli scrivere con tanta voglia e dedizione commuove. O meglio, commuove me. Forse sto semplicemente invecchiando, ma vedere e toccare con mano che tutto il lavoro fatto per prepararli, per costruire un documento capace di aprire e riempire in qualche modo il loro cuore, trova un’accoglienza così sincera, riempie di soddisfazione.
La soddisfazione più grande, però, è rendersi conto che esiste un bisogno immenso, da parte loro, come credo da parte di ogni essere umano, di raccontarsi.
C’è persino chi si lamenta del poco tempo a disposizione per scrivere. E stiamo parlando comunque di almeno cinquanta minuti interamente dedicati a loro. Ma, in effetti, sono davvero pochi quando si cerca di mettere su carta tutto ciò che il proprio cuore custodisce.
Naturalmente non tutti trascorrono l’intero tempo a scrivere. C’è anche chi termina molto prima. Ognuno ha i propri tempi, le proprie profondità, il proprio modo di entrare dentro di sé. Noi possiamo soltanto seminare. Possiamo mettere nelle loro mani vari semi. Ma il cammino vero, quello più importante, spetta a loro percorrerlo.

Dopo cena proseguiamo questa full immersion di interiorità e dividiamo i ragazzi del gruppo B nei gruppi di riflessione, esattamente come avevamo fatto la sera precedente con il gruppo A. Se ieri i gruppi erano stati cinque maschili e nove femminili, questa sera sono cinque e cinque, anche perché il gruppo è numericamente più piccolo.

Gli incontri si protraggono a lungo. Alcuni durano anche due ore, mentre il più breve supera comunque l’ora. Man mano che i gruppi terminano, i ragazzi si ritrovano: qualcuno sceglie di andare a dormire, altri continuano ancora a scrivere..