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Lettere dalla strada: uno spettacolo da cui nessuno è uscito indifferente

Marta Scotti

Proprio qualche giorno fa leggevo un articolo di Alessandro D’Avenia in cui raccontava un incontro con Cesare Cremonini poco prima di un suo concerto. Il cantante gli confidava che non sono stati i traumi a renderlo un artista, ma i sogni: sono stati i sogni a salvarlo dai traumi.

Spesso accade proprio questo. E il laboratorio teatrale di Wecare, conclusosi con due serate al Teatro Tor di Nona di Roma, ne è una testimonianza concreta. E si può dire che è stato un sogno che si è avverato.

Dal mese di novembre, cinque persone senza dimora che frequentano quotidianamente il nostro Hub hanno scelto di dedicare il proprio tempo ed energie a un laboratorio teatrale. Diamo loro un nome: Ivan, Francesco, Federico, Antonio e Claudio. Dare un nome è importante. È una delle prime cose che cerchiamo di fare con i volontari quando incontriamo una persona in strada: conoscerla, chiamarla per nome, riconoscerla nella sua unicità.

Il 10 e l’11 giugno, questi cinque uomini sono saliti sul palco con Lettere dalla Strada, uno spettacolo nato da sei mesi di lavoro e incontri settimanali. Con costanza e dedizione si sono messi in gioco fino in fondo. Hanno scritto testi originali, alternato letture e musica, costruendo uno spettacolo intenso, poetico e autentico. Hanno raccontato la strada senza filtri, con una verità capace di colpire chi ascolta.

E c’era qualcosa di profondamente commovente nel vederli lì, al centro della scena. Persone spesso abituate all’indifferenza, a sguardi che si abbassano o passano oltre, per una sera sono diventate protagoniste. Erano loro a essere guardati, ascoltati, accolti da un teatro pieno.  
Chi era presente ci ha detto: «È stato come un pugno nello stomaco». Altri, uscendo dal teatro, hanno semplicemente commentato: «Ti rimane dentro». Ed è forse questo il segno più evidente della forza dell’arte: quando non lascia indifferenti, quando riesce a muovere qualcosa, a cambiare lo sguardo nella vita di tutti i giorni.

Perché spesso le persone che vivono in strada vengono racchiuse dentro etichette: “il barbone”, “il senza tetto”. Definizioni che finiscono per cancellare tutto il resto. E invece dietro ogni persona ci sono storie, relazioni, talenti, sogni, ferite e percorsi complessi. Ci sono vite che non possono essere ridotte a una condizione. A volte, infatti, la perdita di una casa arriva dopo una malattia, la perdita del lavoro, una serie di eventi che si intrecciano e travolgono. Altre volte ci sono scelte che, viste da vicino, rivelano tutta la loro fragilità e complessità. Ma ciò che accomuna queste storie è che nessuna persona può essere essere ridotta alla propria condizione o a un’etichetta. Eppure il giudizio fa spesso proprio questo: non lascia spazio al cambiamento e alla possibilità di ricominciare. E allora ritorna una domanda: la bellezza può salvare il mondo? In parte direi di sì. In questo progetto l’arte è stata proprio un modo per affermare: “Io ci sono. E posso ancora creare qualcosa di bello per me e per gli altri”.

Lo racconta bene Ivan, che ha proposto e ha partecipato al laboratorio fin dall’inizio. Per lui il teatro è stato molto più di un’attività: è stato un appiglio in un momento difficile. Sentirsi coinvolto in un progetto, avere un obiettivo quotidiano, mettersi in gioco insieme agli altri lo ha preservato da una profonda depressione in cui stava per cadere. E forse è proprio questo il significato più autentico di ciò che abbiamo visto sul palco. Persone che spesso vengono raccontate solo attraverso ciò che manca (una casa, una stabilità, una sicurezza) si sono rivelate portatrici di storie e di poesia. Costruttori di bellezza.

Ci sono storie che attraversano le nostre strade ogni giorno e che spesso rimangono invisibili, coperte dal rumore della fretta, dei pregiudizi, dell’indifferenza. Per due sere, quelle storie hanno trovato un palco. Non per chiedere compassione. Ma per essere ascoltate.
Perché quando una storia trova una voce, cambia qualcosa. Cambia in chi ha il coraggio di raccontarla e in chi si lascia raggiungere da quelle parole. È forse questo il dono più prezioso che ci portiamo a casa da queste due serate: nessuno ne è uscito indifferente.

Quelle voci ci hanno ricordato che dietro ogni etichetta c’è una persona e dietro ogni fragilità una storia. E soprattutto ci hanno consegnato una responsabilità: continuare a vedere l’altro, ad ascoltarlo, a riconoscerne la dignità. Anche quando la vita lo ha condotto ai margini. Soprattutto allora.