
Perchè sei qui? Cosa sei venuto a cercare? - Perù B
Sono finalmente iniziate le esperienze di volontariato di Wecare.
Dopo mesi di preparazione, colloqui, incontri di formazione e tutto ciò che serve per rendere possibile uno dei nostri viaggi, venerdì 26 giugno siamo finalmente partiti. In totale sono 180 ragazzi e 30 giovani volontari dello staff, atterrati tra la sera di venerdì 26 e la mattina prestissimo, direi prestissimo davvero, di sabato 27 giugno.
L’obiettivo di queste righe è quello di rendere partecipe chi ci legge del viaggio che stiamo vivendo. Non soltanto di quello più evidente e più facile da raccontare, perché il materiale fotografico saprà già renderne testimonianza, ma anche del viaggio interiore, quello del cuore, che ogni esperienza vissuta fino in fondo può suscitare. Sarebbe davvero un peccato, uno spreco, non fare tutto il possibile affinché ciò che un’esperienza può dire alla nostra interiorità non venga perso, non venga dimenticato. C’è però un grande limite: tutto passa inevitabilmente dagli occhi, e anche dal cuore, di chi scrive.
Tornando al viaggio, ovviamente, quando ci si trova con così tanti ragazzi giovani, che insieme sprigionano una forza e un’energia a volte persino ingestibili, succede davvero di tutto. Dopo vent’anni di missioni devo dire che molte di queste situazioni ormai mi fanno sorridere, anche quando, potenzialmente, potrebbero trasformarsi in vere e proprie “grane”.
Vogliamo parlare, senza alcun intento di accusare nessuno, sia chiaro, dei ragazzi spaesati che perdono il passaporto? Chi in aeroporto, chi sull’autobus durante il tragitto verso la casa. Oppure dei ragazzi che si lamentano perché la propria valigia non arriva, quando in realtà gira sul nastro già da parecchi minuti… semplicemente perché il nostro caro volontario si è dimenticato di che colore fosse? O ancora di quel ragazzo che, nel tragitto dal pullman alla casa, sostiene di aver perso il telefono e quindi di non poterlo consegnare?
Ho potuto sorridere perché, fortunatamente, si sono rivelate tutte situazioni facilmente risolvibili: la valigia è stata “ritrovata”, il cellulare recuperato sul pullman e i passaporti riconsegnati ai rispettivi proprietari. Ma gli aneddoti non finiscono qui. C’è stato chi è riuscito a chiudere a chiave la propria stanza rimanendo fuori, invece di potersi finalmente mettere a dormire… e così è rimasto per un paio d’ore, finché non siamo riusciti a trovare un fabbro.
Oppure quei ragazzi che, felici di potersi finalmente vestire per il lavoro, si rendono conto di aver completamente dimenticato il codice del lucchetto. E poi c’è il classico dei classici. Questa volta le protagoniste sono le ragazze: quelle che, forse all’ultimo momento, riconoscono la bontà del poter vivere qualche giorno senza telefono e ci consegnano non uno, ma addirittura due cellulari. Anche se, forse, la decisione è stata leggermente favorita dalle “minacce” di una possibile riduzione dei privilegi.
Insomma, tutto nella norma. Ci facciamo qualche risata e continuiamo il nostro viaggio.
Ah, non poteva mancare un’altra situazione, questa volta della quale i ragazzi sono totalmente innocenti: l’arrivo delle valigie. Ho ancora il “trauma” del viaggio in Camerun dell’estate scorsa. Era una missione che, fin dal primo minuto, sembrava promettere radicalità. E infatti siamo rimasti i primi due giorni senza vestiti, perché tutte le nostre valigie erano rimaste ferme durante lo scalo a Istanbul. Quando, in un gruppo di 42 persone, vengono a mancare tutte e 42 le valigie, qualsiasi altro numero viene inevitabilmente ridimensionato. Ovviamente speriamo sempre che arrivino tutte. Questa volta, su circa 230 valigie complessive, solamente una non arriva e rimane, inspiegabilmente, a Madrid.
I due gruppi sono finalmente nelle rispettive case di ritiro verso le 8.30 di sabato mattina. Procediamo con la consegna dei cellulari da parte dei ragazzi e, subito dopo, con la colazione. Terminato di mangiare ci ritroviamo tutti in auditorium, dove, in maniera veloce ma anche molto concreta e visiva, presentiamo alcune delle regole alle quali teniamo maggiormente, affinché questa esperienza possa essere davvero un’occasione non solo per fare tanto bene, ma anche per stare bene dentro, con sé stessi. Si tratta, in fondo, di una cornice all’interno della quale poter vivere una bella esperienza. Più che di divieti mi piace parlare di libertà, assenza di dipendenza. Libertà dall’alcol, dalla droga (anche da quelle che oggi, per convenienza, vengono definite “leggere”) e libertà dal voler sopraffare gli altri, cioè dal bullismo. Libertà, insomma, da tutto ciò che ci rende dipendenti e che, proprio per questo, finisce inevitabilmente per limitarci. Ma si parla anche di relazioni, di incontri, di persone. Del fatto che prendersi cura delle strutture che ci accolgono significa anche prendersi cura delle persone che vi lavorano e che, in questi giorni, attraverso il loro servizio, ci stanno manifestando un grande gesto d’amore. Come tante altre cose che accadono durante una missione.
Finalmente si parte. Dopo un rapido passaggio nelle stanze per prendere borracce (e riempirle), cappello, occhiali, guanti da lavoro e vestirsi con gli abiti adatti, il gruppo B sale sui suoi quattro pullmini, mentre il gruppo A fa lo stesso, ma con cinque mezzi. Quando pensiamo di avere tutti a bordo iniziamo a contarli. Poi confrontiamo il totale con il numero dei partecipanti di ciascun gruppo e, soltanto quando tutto torna, si parte davvero. Ci vogliono circa 30-40 minuti per percorrere i 15 chilometri che ci separano da Pamplona. Verso mezzogiorno ogni gruppo è già nel proprio cantiere e si mette al lavoro. L’ambiente è molto positivo e tutti sembrano davvero felici di iniziare.






Durante un tratto che percorriamo a piedi, il sole finalmente esce, scalda e porta gioia. Soprattutto agli abitanti del quartiere che, per motivi economici, sono spesso costretti a rimanere in casa. Lavorare con il sole rende tutto più bello, ma porta anche il doppio della fatica e, direi, il triplo della sete.









Dopo circa due ore di lavoro raggiungiamo la cucina e la sala da pranzo preparate per noi. Ad aspettarci c’è un piatto tipico peruviano: l’arroz con pollo. Fa sorridere, considerando il luogo comune su riso e pollo, ma la verità è che il condimento è qualcosa di davvero speciale. I ragazzi apprezzano. Voglio credere che sia per la bontà dei piatti, anche se il fatto di pranzare alle 14.30 lascia pensare che entusiasmo e voracità siano dovuti più alla fame che alla bontà dei piatti.

Essendo il primo giorno, e avendo molti ragazzi iniziato la giornata alle cinque del mattino, dopo aver dormito poco, o per niente, in aereo, verso le 15.10 ripartiamo. Questa volta ci dirigiamo verso una chiesa, dove viviamo un primo momento introduttivo con una “conferenza” sulla missione e celebriamo la Messa di inizio esperienza.


Durante l’introduzione ricordo ai ragazzi quanto questa esperienza abbia, almeno in potenza, tutti gli elementi per regalare qualcosa di immensamente prezioso: imparare ad amarsi profondamente, riscoprendo il tesoro che è la propria vita. Ricordo anche che tutto dipende da loro. Dalla loro radicalità nel donarsi attraverso il volontariato, dal fare ogni cosa con amore e per amore, dalla determinazione nel costruire un gruppo in cui ci si voglia bene davvero e in cui emergano le qualità di ciascuno. Dipende anche dalla capacità di ascoltare il proprio cuore, che continua a chiamare alla verità e alla profondità.
Invitiamo quindi tutti a porsi ancora una volta alcune domande: Perché sei qui? Cosa sei venuto a cercare? Che cosa tiene insieme la tua vita? O, meglio ancora, qual è la tua orbita? Attorno a che cosa ruota davvero la tua esistenza?
Successivamente ogni gruppo rientra nella propria casa. C’è finalmente il tempo per una doccia, davvero meritata, e ci ritroviamo quasi tutti alle 19.30 per la cena. Quasi tutti, perché qualcuno, tra staff e partecipanti, si illude di concedersi una semplice siesta che, per ovvi motivi, si trasforma in una dormita fino alle 21. In un caso addirittura fino al mattino successivo. Dopo cena ci ritroviamo ancora tutti in auditorium per la distribuzione delle magliette. E oggi, solo per oggi, tutti ricevono un unico ordine: essere a letto entro le 21.
Nella casa del gruppo A festeggiamo il compleanno di Sole con un’ottima torta.
Il gruppo B, invece, vive una serata perfettamente nella norma delle missioni. D’altronde è solo il primo giorno e, dopo un viaggio così intenso e un arrivo piuttosto travagliato con Iberia, tutti finiscono lentamente a letto. Perché la verità è semplice: tutti non vedono l’ora di dormire.

