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Quando cadono le corazze - Perù B

Fernando Lozada

Il primo giro dei gruppi di riflessione si è concluso. Sono, forse, tra gli spazi più fecondi per i ragazzi. Quando si riesce a creare quello spazio di libertà di cui hanno bisogno, emerge tutto il loro desiderio di raccontarsi, di trasformare i propri vissuti in una storia, senza la paura del giudizio, senza sentirsi deboli perché fragili o fuori posto.

In totale sono 24 gruppi di riflessione. In generale cerchiamo che ogni gruppo prosegua il percorso con lo staff di riferimento iniziale, affinché non si debba ripartire ogni volta da zero e si possa continuare insieme un cammino già avviato. Solo io cerco di ruotare tra i gruppi e, per motivi evidenti di tempo e di organizzazione, riuscirò a stare soltanto con 6 dei 24 gruppi. E confesso che un po’ mi dispiace, perché, egoisticamente, questi momenti sono un grande arricchimento anche per me. Sono la conferma che non si smette mai di imparare e che, anche per noi adulti, i più piccoli hanno ancora moltissimo da insegnare. E forse, allo stesso tempo, sento anche come una necessità quella di offrire loro uno spazio nel quale poter condividere anche ciò che la mia storia mi ha donato e insegnato.

In questo primo giro sono stato con due gruppi di ragazzi e penso che, almeno nei contenuti emersi, non sia stato molto diverso dagli altri gruppi, anche se le situazioni personali possono essere diverse, molto diverse. Dietro la corazza della spavalderia o della classica stupidità maschile, il più delle volte si nascondono ragazzi alla ricerca di sicurezza, di uno sguardo e, bisogna dirlo, anche di affetto e di compagnia.

Mi ha colpito particolarmente un ragazzo che, all’esterno, si presenta come un duro: poche parole, sguardo quasi sempre schivo e rivolto verso il basso. Quella durezza che ti porta a pensare che lì dentro non ci sia più niente. E invece che bella rivelazione è stata. Per me, ma credo anche per tutto il suo gruppo, che sono certo non avrebbe mai immaginato che dietro quella “finta” sicurezza, costruita sulla durezza di uno sguardo, di una postura, di poche parole secche, ci fosse un ragazzo ferito, ribelle, desideroso di un abbraccio e della libertà di mostrarsi nella propria fragilità, senza averne paura. La sua apertura e la sua sincerità hanno poi aperto la strada anche agli altri. E alla fine sono scese parecchie lacrime.

In fondo si ripete ogni anno. Non perché venga meno quell’unicità che tanto proclamiamo, ma perché le “fami” fondamentali sono le stesse per tutti: abbiamo un profondo bisogno di essere guardati, accolti e amati per quello che siamo. Oggi ho rivisto quel ragazzo in cantiere. Mi ha salutato con un sorriso e con uno sguardo finalmente dritto negli occhi, quasi a riaffermare che lui c’è e che la sua storia, anche se contorta, è una bella storia.

Oggi il sole non è uscito e, nonostante questo, su entrambi i cantieri il ritmo di lavoro è leggermente calato. Il poco sonno, nonostante coprifuoco ormai estremi (ultimamente li mandiamo a dormire alle 22, massimo alle 22.30!), inevitabilmente si traduce in poca energia, soprattutto per il lavoro fisico che ogni giorno dobbiamo affrontare.

Nel pomeriggio, invece, con la divisione dei ragazzi in gruppi più piccoli si lavora meglio, o almeno in maniera molto più efficace. Il fatto che il gruppo si dimezzi fa sì che nessuno possa rimanere senza fare nulla: non ci sono tempi morti e il lavoro in cantiere procede decisamente meglio. Al di là della fatica accumulata durante la giornata, anche oggi portiamo a casa il raggiungimento della tabella di marcia, rispetto alla quale fino a ieri eravamo leggermente in ritardo.

Prima di partire per il cantiere, il gruppo A ha partecipato alla conferenza sulla sofferenza, mentre il turno del gruppo B è previsto questa sera. Il nostro desiderio è proporre ai ragazzi uno sguardo positivo sulla sofferenza, non come una nemica, ma come un’alleata.

Prima di tutto perché la sofferenza fa parte della nostra esistenza umana. E anche se non va né desiderata né ricercata, altrimenti saremmo dei masochisti, quando si presenta non può essere né cancellata né ignorata, ma accolta. E da come scegliamo di accoglierla derivano tante conseguenze. C’è un modo, quello sbagliato anche se molto umano, che porta alla negazione, al non volerle dare un nome, al fuggire e al nascondersi. Il più delle volte questa strada non conduce soltanto al nascondimento, ma genera anche rabbia e disagio. Se invece la sofferenza diventa una spia, un segnale che ci ricorda che dentro di noi c’è qualcosa di più profondo a cui occorre dare un nome e, magari, con il tempo anche una risposta, allora tutto cambia. Perché il dolore non è più un nemico, ma il sintomo che qualcosa dentro di noi chiede di essere ascoltato, custodito e accolto.

Ed è proprio così che la sofferenza si rivela, paradossalmente, anche “utile”. Non perché il dolore sia un bene in sé, ma perché, se accolto, ci rende più umani. Ci insegna a riconoscere le nostre fragilità e, proprio per questo, ci rende più capaci di accogliere anche quelle degli altri. Chi ha attraversato il dolore con sincerità spesso impara a riconoscerlo negli occhi di chi gli sta accanto, senza giudicare, senza minimizzare, senza avere la pretesa di offrire risposte immediate. Impara soprattutto a condividere, a comprendere e a stare accanto.