
Arriverà la fine ma non sarà la fine
Oggi era l'ultimo giorno a Corrientes. Siamo tornati al Barrio, ufficialmente per le rifiniture rimaste in sospeso, ma la vera ragione, quella che sentivamo tutti senza dircela, era un'altra: salutare le famiglie e le persone che sono state con noi in tutto questo tempo, che ci hanno accolto casa dopo casa, giorno dopo giorno.
La mattinata è scorsa lenta, quasi sospesa nell'aria, con poco da fare e il tempo che sembrava dilatarsi apposta per farci assaporare fino in fondo gli ultimi momenti lì. Poi una grigliata conclusiva — choripan per tutti, l'odore della brace che si mescolava alle chiacchiere e a qualche risata stanca — a chiudere in bellezza queste giornate di lavoro fianco a fianco.
E finalmente siamo arrivati ai saluti finali. Visto il mood un po' fiacco della giornata, pensavo sarebbe stato tutto rapido, due abbracci e via. Ancora una volta, i ragazzi hanno ribaltato ogni mia aspettativa, come sanno fare loro meglio di chiunque altro. Quasi due ore di abbracci che non volevano finire, lacrime che scorrevano senza vergogna, gente che continuava ad arrivare da ogni angolo del barrio per chiedere di loro — persone che a stento riconoscevo, volti nuovi che si aggiungevano a quelli ormai familiari. Un segno chiaro, forse il più chiaro di tutta la missione, di quanto il loro tempo qui abbia lasciato il segno, tanto, tantissimo, nel cuore di chi li ha visti lavorare giorno dopo giorno sotto il sole. Ognuno ha voluto essere lì, presente, per salutare di persona il gruppo di "tanos" che tanto ha dato loro, senza chiedere nulla in cambio.
Rientrati a casa, doccia veloce e preparazione delle valigie. Ma prima di tutto questo, l'ultima attività, forse la più intima di tutto il viaggio: la lettera a sé stessi. Ogni ragazzo si prende un momento per sé e scrive una lettera, cercando di mettere nero su bianco quello che ha provato in queste settimane, quello che ha fatto, qualcosa che non vuole dimenticare quando la quotidianità di casa tornerà a inghiottire tutto. Poi la chiude, la sigilla, e la consegna a noi.





Noi conserviamo tutte le lettere dei ragazzi, che restano a loro disposizione per quando e dove vorranno riaverle. C'è chi non le richiede mai, chi le vuole indietro dopo una settimana appena tornato a casa, chi le tiene da parte per prima di un evento importante della propria vita — o magari, e forse è la cosa più bella, dopo un momento difficile, quando serve ricordarsi chi si è stati capaci di essere qui. E c'è chi la richiede prima di ripartire di nuovo con noi, per ritrovare quella versione di sé prima di rimettersi in viaggio. È il loro ultimo momento davvero personale, l'unico che appartiene solo a loro, e spero cristallizzi ancora di più questa esperienza, che la renda qualcosa a cui poter tornare negli anni.
Per dare il buon esempio, anche a noi piace chiudere il viaggio con una lettera — questa volta scritta da me, per loro. Ve la lascio qui sotto, per intero.
Una volta finita l’attività siamo andati per l’ultima cena al MCdonald’s, uno strappo alla regola per alleggerire le oltre 24h di viaggio che ci aspettano.
Ne approfitto anche per ringraziarvi per averci affidato i vostri ragazzi e per essere stati discreti nell’aver fatto vivere questa esperienza ai ragazzi.
Grazie infine a chi ha avuto la pazienza di seguire questo diario fino in fondo e di guardare le foto giorno dopo giorno: spero vi abbiano fatto sentire, in qualche modo, parte dello splendido viaggio che hanno fatto i vostri figli.
Ecco il testo integrale della lettera:
Cari ragazzi,
vi scrivo in questa ultima sera qui da Corrientes, con la casa che dorme intorno a me e undici giorni che mi passano davanti come un film che non vorrei ancora veder finire. Non provo nemmeno a raccontarveli in ordine, questi giorni: preferisco dirvi, semplicemente, cosa siete stati.
Siete stati coraggiosi. Coraggiosi il primo giorno, quando avete scaricato pareti e pavimenti senza sapere bene da che parte iniziare, e coraggiosi l’ultimo, quando avete stretto i denti per finire in tempo sotto la pioggia. Coraggiosi nelle domande scritte in silenzio la sera — quelle su cosa vi ha fatto male, su chi vi ha fatto sentire non abbastanza — da cui è sempre più facile scappare che rispondere davvero, e voi non siete scappati.
Il coraggio non è l’assenza di paura: ma è prendere in mano quella paura e continuare comunque a scavare fondamenta, a scrivere una risposta onesta, a dire una cosa vera a un compagno invece che una gentilezza di circostanza.
Siete stati testardi. Ve lo dico con affetto: testardi con le tavole che non volevano stare dritte, testardi con i chiodi che sembravano avercela con voi, testardi a restare sul cantiere anche quando la schiena chiedeva pietà e il sole non ne voleva sapere di calare. Ed è proprio in quella testardaggine, nel continuare anche quando avreste avuto ogni buon motivo per fermarvi un attimo di più, che ho rivisto quello che ci siamo detti nei giorni scorsi sulla sofferenza: che non è qualcosa da eliminare in fretta o da nascondere sotto un sorriso finto, ma un passaggio che, attraversato fino in fondo, cambia chi lo attraversa. Voi quella fatica non l’avete negata né rimossa: l’avete portata addosso, giorno dopo giorno, e ne siete usciti — credo — un po’ più veri di come siete entrati.
Siete stati veri. Veri nelle vostre chiacchierate, quando qualcuno ha aperto una ferita che teneva chiusa da tempo e il resto del gruppo, invece di scappare, è rimasto ad ascoltare. Veri quando avete pianto senza vergogna, e veri quando avete riso di voi stessi un minuto dopo — perché anche questo, l’ho imparato guardandovi, fa parte dell’essere se stessi. Siete stati veri quando ci siamo chiesti insieme cosa significa essere amati per davvero, non per quello che si fa o si dimostra, ma semplicemente per quello che si è: una domanda che sembra facile finché non te la fai sul serio. Avete letto, in questi giorni, che amare vuol dire accettare di essere vulnerabili, che chi si chiude per paura di soffrire si protegge, sì, ma si condanna anche a restare fermo, chiuso in una specie di scrigno che col tempo diventa una prigione. E che quel desiderio di un amore grande, vero, che dura, che tutti portiamo dentro fin da ragazzi, non è un’illusione di cui vergognarsi: è forse la traccia più autentica di quello per cui siamo fatti. Ecco, io in voi quella traccia l’ho vista muoversi, in questi giorni, ogni volta che qualcuno ha scelto di aprirsi invece di proteggersi.
Siete stati generosi. Con le famiglie che vi hanno aperto la porta di un pezzo di terra e vi hanno offerto da mangiare quando non avevano quasi nulla, insegnandovi senza dirlo che si può essere ricchi avendo pochissimo, e poveri avendo tutto. Generosi tra di voi: chi ha portato l’acqua a chi non ce la faceva più, chi ha ceduto il proprio turno, chi si è seduto accanto a chi stava in disparte senza che nessuno glielo chiedesse. È lì, in quei gesti piccoli e non fotografati da nessuno, che ho visto più amore vero che in tante parole scritte sui libri: perché l’amore, in fondo, in posti come questi dove la vita non regala niente, non smette mai di trovare spazio. Non è un lusso per chi può permetterselo. È l’unica cosa che resiste davvero quando il resto manca.
Siete stati capaci di guardare in faccia anche la fatica e la sofferenza senza girarvi dall’altra parte — la vostra, quando le braccia non rispondevano più, e quella degli altri, quando una storia raccontata al tavolo vi ha tolto il sorriso per un momento. Non siete scappati nemmeno lì. Avete imparato, o forse solo confermato, che il dolore attraversato insieme pesa meno, e che a volte la cosa più preziosa che si può fare per un’altra persona non è avere la soluzione giusta o la frase perfetta, ma semplicemente restare. Restare quando sarebbe più comodo cambiare discorso. Restare quando non sai cosa dire e la tentazione è quella di dire qualcosa comunque, pur di riempire il silenzio. Voi, spesso, avete scelto il silenzio giusto, e non è affatto una cosa scontata alla vostra età — non lo è nemmeno alla mia, se devo essere onesto.
Siete stati leggeri, quando serviva esserlo, ed è forse la cosa più sottovalutata di tutte. Sul kayak all’Iberá, tra un caimano tenuto a rispettosa distanza e un equilibrio che qualcuno di voi ha messo seriamente alla prova. Nelle lunghe serate a casa, dove abbiamo scoperto che il “capitano” che ogni mattina vi sveglia come un sergente ha anche un passo di danza che definire sorprendente è poco.
Al tavolo, davanti a un piatto di Helena finito in meno tempo di quanto ci abbia messo lei a cucinarlo. E anche questa leggerezza è stata una forma di felicità vera — quella che non si compra, non si programma e non si insegue direttamente ma che arriva mentre stai facendo altro, mentre ridi con un compagno o guardi una casa che finalmente si chiude. Non è un oggetto da conquistare una volta per tutte. È più simile a una direzione verso cui camminare, sapendo che forse non la raggiungerai mai del tutto — e che va bene così, perché quel desiderio che non si placa mai fino in fondo, quella specie di fame che resta anche nei giorni pieni, non è un difetto da correggere: è il segno che siamo fatti per qualcosa di più grande di quello che possiamo tenere in mano.
Siete stati, soprattutto, un gruppo. Non ventidue persone che per caso hanno preso lo stesso aereo, ma ventidue persone che nel giro di pochi giorni hanno imparato i nomi, le storie, le paure, le battute ricorrenti gli uni degli altri. Vi ho visti diventare squadra prima ancora di diventare bravi con un martello, e questo, ragazzi, non si insegna in nessuna conferenza: o c’è, o non c’è. E in voi c’era, fin dal primo giorno.
Le case che avete lasciato a Corrientes non le vedrete crescere, non saprete chi ci giocherà dentro da bambino o chi le riparerà tra vent’anni. Ma sono lì, fatte con le vostre mani, e resisteranno molto più a lungo di quanto durerà la fatica o l’indolenzimento alle spalle.
Quello che avete costruito dentro, però — quello lo portate a casa voi, e dura ancora di più: un’idea di amore che non si merita ma si riceve, un modo diverso di stare davanti alla sofferenza, senza girarsi dall’altra parte, e una felicità che avete visto con i vostri occhi non stare mai dove pensavate di trovarla, ma sempre un po’ più avanti, in un gesto, in uno sguardo, in una casa finita all’ultimo minuto sotto la pioggia.
Non tornate uguali a come siete partiti. Non potreste, dopo tutto questo. E va bene così: tenetevi stretto quello che avete trovato qui, anche nei giorni grigi che vi aspettano, anche quando la routine di casa proverà a convincervi che era solo un viaggio come un altro. Non lo era, e una parte di voi lo sa già.
Vi voglio bene, a ognuno di voi, per quello che siete stati qui — coraggiosi, testardi, veri, generosi, capaci di restare, leggeri, squadra, famiglia. Spero di ripartire con voi ancora, un giorno, ovunque ci sia bisogno di mani come le vostre. E nel frattempo di ridere con voi ricordando un asado, il capitano che balla, Helena che cucina per un esercito, e Corrientes, che un pezzo di voi se lo porta via per sempre.

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