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Il gran finale

Filippo Masetti

Mettiamo insieme gli ultimi due giorni di diario, perché oggi il lungo viaggio di ritorno non lascerà spazio per scrivere con calma.

Ieri abbiamo finito il lavoro per cui siamo venuti fin qui. L’ultima secchiata di cemento è stata gettata nel primo pomeriggio, tra applausi e urla che si sentivano da un capo all’altro del cantiere, e la gioia condivisa in quel momento è stata enorme — dieci giorni di lavoro che si chiudevano con un playground che aiuterà tra gli ottocento e i mille studenti a vivere meglio la propria scuola, tutti i giorni, per anni a venire. C’è stato un momento, subito dopo, in cui i ragazzi si sono fermati a guardarsi intorno in silenzio, felici.. Nel frattempo siamo riusciti a finire anche le aule: tre in totale, quella di fashion design, quella degli attrezzi (tools) e quella di animal health, tre materie che da oggi avranno pitture interattive pensate apposta per aiutare gli studenti nel percorso delle loro lezioni — un piccolo regalo in più, oltre al campo, che resterà su quei muri per anni.

Nel pomeriggio, poi, la sfida che aspettavamo da giorni: la partita contro gli operai. Ogni anno, all’ultimo momento condiviso insieme prima di salutarci, li sfidiamo su questi campi che sembrano usciti da Holly e Benji — centoventi metri per ottanta, sconnessi, in salita, pieni di buche che si aprono all’improvviso sotto i piedi. Vi confesso che la mia unica ambizione, ogni anno, è sopravvivere fino al triplice fischio. Quest’anno è sceso in campo anche lo staff, mettendocela davvero tutta, ma gli avversari erano più forti del solito e siamo arrivati all’ultima azione sotto di un gol. Con un po’ di volontà — e un pizzico di fortuna — siamo riusciti a pareggiare all’ultimo respiro e a portare la partita ai rigori, dove abbiamo vinto. Non so nemmeno se chiamarla proprio una vittoria pulita, a dirla tutta: mi sono accorto solo dopo che il nostro gol decisivo ce lo hanno lasciato fare apposta, con un pizzico di generosità che dice più di loro di quanto potrebbe dire qualunque punteggio. Ma è stata comunque una festa bellissima, la sera, con squadre miste, abbracci e prese in giro reciproche che sono continuate ben oltre il campo.

Poi l’ultimo gruppo di riflessione, quello dei saluti. I ragazzi sono tornati con i visi un po’ gonfi ma per niente scontenti — anzi, pieni di quella leggerezza che arriva solo dopo aver detto davvero tutto quello che c’era da dire. E la serata si è chiusa come si chiudono le cose belle: birre, chiacchiere e risate fino a tardi, con qualcuno che ancora non voleva andare a dormire, come se allungare la veglia potesse allungare anche la missione.

Stamattina ci siamo svegliati con l’ultimo esercizio che facciamo sempre, alla fine di ogni missione: la lettera a se stessi. Ogni ragazzo ha ricevuto un foglio, una penna e una busta, con la richiesta di scrivere qualcosa a se stesso da leggere quando ne avrà voglia — o quando ce la chiederà indietro. In ufficio conserviamo un armadio pieno di centinaia di queste lettere, accumulate missione dopo missione, e ogni volta che qualcuno ce la chiede, gliela restituiamo intatta. È il nostro modo per fissare sulla carta le emozioni vissute oggi, e in tutti questi dieci giorni, prima che il tempo inevitabilmente le sfumi.

Prima di questo, però, anche noi abbiamo scritto la nostra lettera — questa volta l’ho scritta io, per ringraziarli e provare a mettere per iscritto anche le nostre emozioni di questi giorni passati con loro.

Cari ragazzi,
domani c'è l'inaugurazione, e questa sera provo a mettere ordine in undici giorni che, ve lo dico subito, non riuscirò a raccontarvi tutti — meriterebbe più spazio ognuno di voi, per quello che ha dato a questo gruppo, spesso senza nemmeno accorgersene.
Mentre preparavamo questo viaggio mi sono chiesto più volte come sareste stati. Siete uno dei gruppi più eterogenei mai partiti con noi. Siete venuti da Milano, da Bologna, da Ferrara, da Castel San Giorgio, da Vigevano, da Roma, da Firenze, e qualcuno da ben più lontano. Con età comprese dai 17 ai ventisette anni, e una parte di me si chiedeva quanto tempo vi sarebbe servito per diventare un gruppo vero.
Ho sempre pensato e forse vi ho anche detto qualche volta una cosa, e ve la ripeto qui perché credo sia il senso più profondo di quello che avete vissuto: la diversità, parola di cui si abusa, di per sé, non è un valore aggiunto. Lo diventa solo per il modo in cui la si approccia. Si può essere diversi e restare distanti, oppure si può essere diversi e scegliere, ogni giorno, di mettere quella diversità al servizio di qualcosa di più grande di sé. Voi avete scelto la seconda strada, e non era scontato.
A rendere la sfida ancora più grande, quasi all'ultimo momento si sono aggiunti al viaggio nove ragazzi arrivati qui tre giorni prima di noi — il nostro "gruppo scout", come abbiamo iniziato a chiamarli, ammetto, senza motivo. Con abitudini, riferimenti e un linguaggio già loro, costruiti in tre giorni di vita insieme prima ancora che voi metteste piede a Kibungo.
Non era scontato che si integrassero senza attrito in un gruppo già in formazione, e non era scontato nemmeno il contrario: che voi, ancora impegnati a conoscervi tra di voi, trovaste lo spazio per far entrare anche loro. È stata semplicemente un'ulteriore diversità, un'ulteriore variabile che si aggiungeva a un equilibrio già delicato — e l'avete trasformata in una sfida in più, vinta, anzi stravinta, al punto che oggi, guardandovi, nessuno saprebbe più dire chi si conosce da 10 giorni e chi da tre anni.
Come in tutte le sfide che vi abbiamo proposto, voi avete risposto sul campo, fin dalla prima notte. Siamo atterrati a Kigali quasi all'una, con poche ore di sonno davanti, e la mattina dopo, invece di restare distanti come capita quando si è stanchi e disorientati, vi siete calati nella storia di questo paese, al memoriale del genocidio, in silenzio, senza che nessuno ve lo chiedesse. Vi ho guardati muovervi tra quelle immagini e quei racconti con un rispetto che non mi aspettavo da un gruppo così giovane, e lì, per la prima volta, ho pensato che sarebbe stato un viaggio speciale.
Da quel momento non avete più smesso di sorprendermi. Vi ho visti alzarvi presto per il cantiere di Gasetsa — il più grande playground che abbiamo costruito qui, un campo da basket e pallavolo per una scuola di ottocento, mille studenti — e tornare la sera con le mani segnate dal cemento e dalle pietre, sfidati da una betoniera capricciosa e da un sole che negli ultimi giorni ha smesso di avere pietà. Eppure non avete mai lasciato indietro nessuno: ho visto chi cedeva il turno più leggero a chi era a pezzi, chi si sedeva accanto a chi sembrava più in disparte senza che nessuno glielo chiedesse, chi si accorgeva di un compagno più silenzioso e trovava il modo di farlo ridere. E intanto le aule si riempivano di colori sotto i vostri pennelli, vi ho visto ballare my head my hips my toes fino alla nausea e aiutare la mensa che sfamava circa 150 bambini al giorno, e voi servivate i piatti ridendo anche con le braccia distrutte, come se la stanchezza fosse un dettaglio da tenere per voi.
Avete stretto un legame che non era previsto da nessun programma con gli operai ruandesi, che ormai vi chiamano per nome, al punto da organizzare, per l'ultimo giorno, una vera Italia-Ruanda contro la squadra di uno di loro — un pretesto perfetto, come se ce ne fosse davvero bisogno, per stare ancora un po' insieme prima di partire. (Consideriamola una sconfitta)
Ma il cantiere, ragazzi, è stato solo una parte di quello che avete fatto qui.
Un pomeriggio vi siete fermati davanti a una bambina ferita, incontrata vicino ai lavori non a guardare, ma a chiedere aiuto, ad accompagnarla con sua madre praticamente fino al centro medico, assicurandovi che venisse curata. È stato un gesto piccolo, che nessuna foto ufficiale racconterà mai. Ma vi confesso che mi ha commosso più di quanto pensassi possibile: dopo due mesi di missioni in giro, tra Argentina e qui, quando pensi ormai di aver visto tutto quello che un gruppo di ragazzi può regalarti, arriva un gesto così, semplice e spontaneo, nato solo perché a qualcuno di voi importava davvero — e ti ricorda, di colpo, perché facciamo questo lavoro.
E poi c'è stato il giorno del safari, a metà missione, il giorno di "riposo": sveglia alle quattro del mattino, rientro nel tardo pomeriggio. Vi ho guardati ammassati sullo stesso bus, a indicarvi a vicenda qualcosa all'orizzonte come bambini, e ho pensato che anche questo, imparare a stupirsi insieme, faceva parte del viaggio.
Spero che questo viaggio vi abbia portato un po' di felicità. Non quella veloce e superficiale a cui siamo abituati, quella che se ne va al primo imprevisto. Ma una felicità diversa, più profonda, che resta anche quando si è stanchi, pieni di polvere e di sudore, con il cuore pieno di qualcosa che non si spiega facilmente.
L'avete cercata insieme a Padre Gonzalo, che vi ha accompagnato passo dopo passo per tutta la missione, costruendo un percorso privo di risposte facili. È partito dal conosci te stesso inciso sul tempio di Apollo a Delfi, spiegandovi quanto sia sempre stato centrale, nella storia dell'uomo, imparare a conoscersi davvero, perché è solo da lì che nasce la capacità di amare gli altri. Vi ha parlato del cuore, di cosa vuol dire restare ripiegati solo su di sé invece che vivere per l'altro, e vi ha chiesto di guardarvi allo specchio e accettare che si va bene così come si è, perché ognuno, nella propria essenza, è unico e irripetibile — che non serve rincorrere un modello per essere abbastanza. Vi ha parlato di una felicità che non sta mai dove la si cerca, ma arriva quasi sempre di lato, mentre si sta facendo altro, mentre si scava o si ride o si serve un piatto a un bambino che non conoscevate fino a una settimana fa. E ieri, nell'ultima conferenza, quella che chiudeva tutto il percorso, vi ha parlato d'amore: della sua gratuità, di un amore che non si merita ma si riceve; del perdono, come capacità di ricominciare senza fingere che il male non sia mai stato; del dono di sé, che è l'esatto opposto del tenersi tutto per paura di restare senza; e di quel "per sempre" che fa un po' paura, alla vostra età, e insieme attira tutti quanti, a qualunque età, perché in fondo è quello che tutti cerchiamo davvero.
Non è stato solo ascoltare. Dopo ogni parola vi fermavate, in silenzio, a scrivere cosa vi ha fatto soffrire, chi vi ha fatto sentire davvero amati — domande che non sono affatto facili, alla vostra età, e forse a nessuna età. E la sera vi ritrovavate nei piccoli gruppi da cinque a otto persone, a parlarne ancora, con le persone con cui in quei giorni vi eravate sentiti liberi di essere veri. Uno di quegli incontri è durato più di due ore e mezza, e nessuno voleva essere il primo ad alzarsi. Vi confesso che, passando accanto a quelle stanze mentre voi eravate ancora lì dentro, a parlare, mi sono commosso anch'io. È lì, credo, in quei cerchi la sera più che sul cantiere, che avete smesso di essere quarantaquattro persone separate e siete diventati una cosa sola.
E per fortuna, accanto a tutto questo, siete stati anche solo ragazzi in vacanza insieme. Serate al bar fino a tardi, tra una birretta e una partita a carte che non voleva finire. Avete cantato stonati fino a notte fonda, con metà campo al microfono e zero vergogna, in un karaoke che ha seppellito ogni residuo di timidezza rimasta. E quando qualcosa è andato storto, la notte degli scherzi, non vi siete nascosti: vi siete fatti avanti uno per uno, avete riconosciuto l'errore, vi siete organizzati per rimediare, e uno di voi ha chiesto scusa in pubblico con una sincerità così vera e comica da farci ridere tutti insieme un attimo dopo. Vi confesso che, da grande amante degli scherzi qual sono, più che arrabbiarmi mi sono ritrovato orgoglioso di voi.
Non vi siete nascosti in nessun momento, in realtà. Anche chi all'inizio era più silenzioso, più sulle sue, ha trovato qui il proprio spazio, la propria voce, il proprio modo di essere utile. Ed è proprio in questa somma di modi diversi di esserci — chi con le braccia, chi con le parole, chi semplicemente con la presenza — che quarantaquattro sconosciuti sono diventati un unico gruppo vero, in undici giorni, mentre altri ci mettono anni interi. Non è scontato che succeda: non sempre accade con questa naturalezza, con questa quasi totale assenza di gelosie o divisioni. Negli ultimi giorni ho visto gli abbracci allungarsi un po' più del solito, i saluti pure, e leggere negli occhi che sapevate già che tra poco tutto questo sarebbe finito. È proprio lì, in quella nostalgia che si è affacciata piano piano, la prova più bella di quanto sia stato vero tutto quello che avete costruito insieme.
E adesso si torna a casa. Ma tornare a casa non vuol dire tornare indietro: dopo undici giorni così, semplicemente, non si è più le stesse persone che sono partite — e va bene così, anzi, è la cosa più bella che potesse succedervi.
Il campo da basket che avete costruito resterà lì, a Gasetsa, molto più a lungo di voi: lo vedranno crescere altri bambini, altre generazioni di studenti che nemmeno sapranno i vostri nomi. Ma quello che vi portate via voi è ancora più solido di quel cemento, anche se non si vede e non si tocca. Vi portate via il modo in cui avete imparato a guardare uno sconosciuto — che fosse un compagno di viaggio, un operaio ruandese o un bambino con una ferita da medicare — e a trattarlo come qualcuno per cui vale la pena fermarsi. Vi portate via le parole di Padre Gonzalo che vi hanno insegnato a guardarvi allo specchio senza girare la faccia, a capire che conoscersi davvero è il primo passo per amare qualcun altro sul serio. Vi portate via quelle due ore e mezza passate in un cerchio a parlare di voi con persone che una settimana prima non conoscevate, e la scoperta che aprirsi non vi ha reso più fragili, ma più veri. Vi portate via il coraggio di chiedere scusa in pubblico senza vergognarvene, la capacità di ridere di voi stessi un minuto dopo aver sbagliato, l'istinto di cedere il proprio turno a chi era più stanco senza che nessuno ve lo chiedesse.
Tutto questo non si archivia in un album di foto, non si esaurisce in una storia condivisa online che dura ventiquattro ore. È qualcosa che va protetto, fatto crescere piano, giorno dopo giorno, nei mesi che verranno — anche quando la vita di tutti i giorni tornerà a riempirsi di cose piccole, anche quando la stanchezza di questi giorni sarà solo un ricordo sbiadito, anche quando, nei momenti più grigi dell'anno, vi verrà da pensare che non ne sia valsa la pena. Ne è valsa, eccome, e lo scoprirete sempre di più con il tempo: sono le cose costruite così, con le mani e con il cuore insieme, quelle che restano.
Sono ormai due mesi che giro da un gruppo all'altro, quest'estate, e credevo di aver capito più o meno cosa aspettarmi da una missione. Voi mi avete rimesso in discussione tutto, e ve ne sono sinceramente grato. Vi voglio bene, a ciascuno di voi, per quello che siete stati in questi giorni. E spero davvero, con tutto il cuore, di poter ripartire ancora al vostro fianco, ovunque ci sarà bisogno delle vostre mani e del vostro cuore — o anche solo di ritrovarci per l'ennesima birra, a raccontarci ancora una volta questi giorni.

Oggi ci sarà la benedizione del campo, e poi il lungo viaggio di ritorno che ci riporterà a casa. Ne approfitto per ringraziare anche voi, genitori: per la fiducia, la gentilezza che ci avete concesso nell’affidarci i vostri ragazzi, e la pazienza con cui avete atteso le loro telefonate, spesso brevi e sempre un po’ frettolose. Un abbraccio grande, e speriamo di ripartire ancora insieme, presto.