0

L’amore che meritiamo

Filippo Masetti

Oggi si parte da un risveglio decisamente più movimentato del solito. Dopo dieci giorni filati di quiete, la notte scorsa il campo ha vissuto il suo primo vero episodio di goliardia fuori controllo: intorno alle tre e mezza, complice l’euforia di fine missione, alcuni ragazzi hanno dato vita a una serie di scherzi tra stanze — secchiate d’acqua, sedie spostate sui letti, scarpe e beauty case fatti sparire, porte prese a pugni fino quasi a romperle. Goliardia sana, ma che a un certo punto ha superato il segno.
Al mattino è stato quindi necessario un richiamo generale: tutti i coinvolti —sia maschi che femmine — sono stati invitati a presentarsi per assumersi le proprie responsabilità, sia nei confronti dei compagni coinvolti sia della struttura che ci ospita, dato che non siamo gli unici presenti. E qui è arrivata la parte più bella della giornata: uno per uno, i ragazzi si sono fatti avanti, hanno riconosciuto l’errore, si sono organizzati per rimborsare i danni e, in serata, uno di loro ha persino tenuto delle scuse pubbliche così sincere e divertenti da chiudere la vicenda con una risata collettiva. Vi confesso che, da grande amante degli scherzi qual sono, più che arrabbiarmi mi sono ritrovato a essere orgoglioso di come i ragazzi hanno saputo rimediare.

Sul fronte del nostro percorso, siamo ormai agli sgoccioli: domani mattina si concluderà l’ultima parte dei lavori  l’undici ci sarà l’inaugurazione con la benedizione. Le aule stanno ricevendo gli ultimi ritocchi di pittura, e insieme ai lavori che finiscono cominciano ad affacciarsi anche i primi segnali di nostalgia. Si vede nei visi dei ragazzi, nei saluti che si allungano, negli abbracci che durano un po’ di più — non solo tra loro, ma soprattutto con i bambini gli operai ed in generale le persone con cui hanno condiviso ogni giornata di questa missione. I legami che si sono creati sono veri, solidi, e l’idea che tutto questo stia per finire comincia a farsi sentire.
La mattina prima di uscire Padre Gonzalo ci ha regalato la conferenza sull’ultimo grande tema della nostra missione: l’amore. Ha chiuso il suo intervento con una domanda che è rimasta a lungo nell’aria: cos’è veramente l’amore? Ci ha ricordato che siamo partiti per incontrare volti, storie, situazioni ferite, e che in ogni incontro siamo chiamati a portare un amore che non trattiene ma si dona, che non cerca la propria realizzazione ma quella dell’altro. Anche i gesti più semplici e faticosi di questi giorni — il cemento, i chiodi, le pietre, le mani sporche, il cucinare, l’ascoltare — diventano così offerta, occasione per scoprire di avere un cuore capace di amare davvero. Ci ha invitati a lasciarci toccare e cambiare dagli incontri fatti in missione, dagli sguardi che non giudicano ma accolgono, per riconoscere che ogni vita incrociata in queste settimane — compresa la nostra — è unica, preziosa, insostituibile. Ha parlato di un amore che non possiede ma custodisce, che non si chiude nel giudizio ma si apre al perdono, fatto di gratuità e fedeltà, senza pretendere la perfezione ma solo il desiderio sincero di imparare a donarsi. E ha chiuso ricordando ai ragazzi di non aver paura del proprio passato, delle proprie fragilità, dei propri limiti, perché ciò che conta è lasciarsi guardare con verità e accogliere la possibilità di ricominciare — e di non vergognarsi mai di desiderare un amore grande, fedele, vero: non è un’illusione, ma la traccia di ciò per cui siamo fatti.
Rientrati a casa, i ragazzi sono stati chiamati a un momento di riflessione personale, silenziosa e scritta, per rielaborare quanto ascoltato attraverso una serie di domande profonde: quando si sono sentiti più amati in vita loro e che caratteristiche aveva quell’amore; se capita loro di pensare di non essere meritevoli dell’amore altrui, e perché; come amano loro, con quali caratteristiche; quali aspetti di sé stessi pensano possano essere di ostacolo all’amore verso gli altri; se credono che l’amore debba essere incondizionato; e se credono che l’amore vero debba portare con sé la promessa del “per sempre”. Domande che non lasciano scampo alla superficialità, e che infatti hanno prodotto un silenzio diverso dal solito — più denso, più vero — mentre ognuno cercava dentro di sé le proprie risposte.
Ma la giornata non poteva chiudersi in silenzio: dopo la riflessione è esploso un karaoke tutt’altro che sottotono. Grandi cantanti non ne abbiamo, ma di entusiasmo ce n’era da vendere — su circa quarantacinque ragazzi, ben venti-ventidue si sono alternati al microfono. Un segnale bellissimo: significa che ogni residuo di timidezza e imbarazzo, a questo punto della missione, è stato definitivamente superato.
Un giorno che è iniziato con un rimprovero e finito con un coro di voci fuori tono ma piene di gioia. Anche così si costruisce, insieme.