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Che sapore ha la felicità?

Filippo Masetti

Oggi è il secondo giorno di cantiere, e se dovessi descriverlo con una parola userei slancio. I ragazzi sono arrivati galvanizzati dal cemento, dalla novità del cantiere, dal ritmo nuovo delle giornate, e hanno lavorato a un passo che nessuno di noi aveva previsto.
Il progetto, come vi raccontavamo ieri, è la costruzione di un playground all’interno della scuola. Il terreno è stato diviso in otto lunghe strisce, di circa venticinque metri ciascuna, che insieme comporranno il campo. Ogni giorno l’obiettivo è avanzare il più possibile, stendendo uno strato di circa dieci centimetri di cemento. Il gruppo si è organizzato quasi da solo: chi carica la betoniera, chi porta l’acqua, chi rovescia il cemento, chi lo sistema. Circa venticinque ragazzi sono costantemente in movimento sul cantiere, avanti e indietro, scoprendo muscoli che non sapevano di avere. L’atteggiamento è stato strepitoso: pensavamo di chiudere la giornata a due strisce e mezzo, e invece siamo quasi a quattro. Un problema, se vogliamo, ma il più piacevole che potessimo augurarci: dover reinventare in fretta nuovi lavori per non sprecare tutta questa energia e questa voglia di fare.
Parallelamente, il gruppo pittura sta decorando tre aule — e speriamo di riuscire a farne anche di più. Ogni aula ha un tema: in questo momento i ragazzi stanno lavorando sull’aula tecnica, dove oltre a una frase motivazionale prendono forma martelli, chiodi, trapani, pale — tutti gli strumenti del lavoro manuale, dipinti sotto la supervisione attenta dei maestri, perché restino anche didattici, per i bambini che ci passeranno le mattine.
Il terzo fronte è quello dei bambini, e devo dire che è il più faticoso di tutti, ma anche il più vero. Intrattenere centocinquanta bambini per un’intera giornata non è semplice: abbiamo casse potenti, ragazzi locali che ci aiutano a organizzare giochi e a capire cosa funziona, ma verso metà giornata la stanchezza si fa sentire per tutti. Per fortuna questo lavoro è scandito dalla mensa, che abbiamo riattivato per la durata della nostra permanenza: ieri sono stati serviti circa duecento pasti, e pensiamo che il numero crescerà giorno dopo giorno. L’idea è di partire con i pasti che i bambini mangiano abitualmente, per poi negli ultimi giorni provare a integrare carne e uova, qualcosa che possa un po’ arricchire e rendere più felice la loro giornata. È uno dei momenti più toccanti: molti dei più piccoli non hanno mai usato una forchetta o un cucchiaio, e nasce un’intimità speciale tra loro e i nostri volontari, che spiegano come si mangia, l’importanza di prendersi il proprio tempo a tavola. Forse, dal mio punto di vista, il momento più emotivamente intenso di tutta la giornata.

Prima di uscire per il cantiere, questa mattina Padre Gonzalo ha affrontato con il gruppo il primo grande tema del viaggio, dopo i giorni dedicati a conoscersi: la felicità.
Che sapore ha, davvero, la felicità? Nella sua conferenza ha guidato i ragazzi per mostrare come l’uomo sia per natura un desiderio infinito, un’inquietudine che nessuna cosa terrena riesce mai davvero a colmare del tutto. Ha insistito sul fatto che affrontare un tema così vasto e centrale per l’esistenza umana non significhi cercare una definizione univoca da imporre a tutti, ma piuttosto provare a tracciare una via, a stabilire delle radici, senza le quali diventa impossibile costruire una vita piena — anche in un tempo come il nostro, in cui sembra più comodo pensare che ognuno abbia la propria verità, la propria felicità “su misura”.
Ha poi spiegato ai ragazzi che la felicità vera non si nutre di successi personali, titoli o conquiste — che pure restano preziosi, e meritano di essere celebrati — ma nasce da un obiettivo che sia sempre più grande di noi, da una missione, da un senso per cui vivere. E ha collegato questo senso direttamente al viaggio che stiamo vivendo qui: la gioia che si prova, ha detto, o che si proverà nei prossimi giorni, quel sentimento che fa scoppiare il cuore, è proprio il frutto dell’esperienza del dono di sé, delle proprie mani e delle proprie forze, dell’amicizia autentica che nasce senza filtri, senza il timore costante di dover piacere agli altri. Ha chiuso invitando i ragazzi a guardarsi allo specchio in questi giorni e a capire che si va bene così come si è, perché nella propria essenza ognuno è unico e irripetibile — e che una persona ripiegata solo su di sé, che non vive per l’altro, non potrà mai essere davvero felice. Una conferenza densa, che ha lasciato il segno, e su cui torneremo nei prossimi giorni con calma.
Ecco perché, forse, il cantiere di oggi non è stato solo cemento e fatica: è stato la prima risposta pratica a quella domanda posta la mattina. Chiudo dicendo che il gruppo si sta amalgamando giorno dopo giorno, e che l’assenza dei telefoni, unita alla bellezza di quello che stanno costruendo con le proprie mani, sta facendo vivere ai ragazzi un’esperienza di gruppo unica e speciale — un piccolo assaggio, forse, di quel sapore di cui parlava Padre Gonzalo questa mattina.