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"Che succede se il vaso della mia vita si rompe più volte?"
Si torna al lavoro. Dopo una giornata di riposo pazzesca — nonostante qualche comportamento scimmiesco da parte dei maschi, non di tutti, ma per il quale pagano tutti — ci tocca tornare al mindset missioni. Vi chiederete cosa abbiano fatto di così scimmiesco i ragazzi, con il perdono delle scimmie… niente, la solita cosa: partita di calcio A contro B, che praticamente si traduce in un Roma contro Milano. Dopo pochi minuti di partita la Roma è sopra Milano (quindi A sopra B) di un gol, 2 a 1, e alcuni ragazzi si innervosiscono. Il tifo del gruppo B non aiuta e, niente, di punto in bianco si crea una “rissa”, quasi come se fosse il calcio fiorentino. Uno staff, che entra a separare i ragazzi, rischia di essere linciato finché uno dei ragazzi non lo riconosce e si fermano tutti.
Risultato? Si ferma la musica e tutti i maschi, senza eccezioni (mi dispiace per torinesi, napoletani, fiorentini e anche per i milanesi più piccoli, che si vedono coinvolti senza colpe!) devono andare in fondo al campo di calcio. Insieme a Pietro rivolgiamo loro un po' di parole, sperando capiscano quanto siano stati stupidi. E cerchiamo di far capire loro che fare una rissa di questo tipo è qualcosa di molto lontano dalla vera virilità e dal vero essere uomini. Ci confrontiamo sulla “punizione”: qualcosa di più psicologico (tipo seduti al sole in silenzio per un bel po' di tempo, a distanza l’uno dall’altro) o qualcosa di più fisico? Alla fine scegliamo la via fisica che, a parte la fatica, vista la giornata di sole pazzesca, ha anche la potenza di unire. Tutti in fila, quindi, alternandosi tra A e B, e si parte. 50 metri di affondi, andata e ritorno, per tre volte. Pensano sia finita. E invece no. In coppie miste tra A e B, e sempre per 50 metri, a carriola, alternandosi di giro in giro, per tre volte. Pensano sia finita. E invece no. Tutti in plank per 3 minuti. Sperano sia finita. E invece no. Tutti in cerchio e iniziamo con i burpees. Mi chiedono quanti ne dovranno fare, ma non do un numero: devono solo eseguirli insieme ogni volta che conto. Uno. Due. Si arriva a dieci e pensano sia finita. E invece no. Arriviamo a 15. Poi facciamo un altro discorso, ci si saluta tra A e B e si va a pranzare. La verità è che avrei voluto continuare per un altro po', ma le differenze di preparazione fisica lo rendevano impossibile! C’erano ragazzi per cui era faticoso, ma se la sono cavata alla grande; altri che invece facevano tanta fatica, ma tanta tanta. Alla fine, come previsto, la fatica fisica unisce: capiscono (o almeno spero) la cavolata che hanno fatto e possiamo proseguire la giornata in serenità. C'è chi va in piscina, chi gioca a pallavolo, chi chiacchiera. Il campo da calcio resta ormai abbandonato.
Ma torniamo a oggi. Il gruppo B costruirà in una comunità di nome Santa Rosa, mentre il gruppo A costruirà a Los Jazmines. Santa Rosa è un insieme di terreni e casette con il pavimento di terra, qualche pezzo di stoffa, di plastica o di legno marcio a fare da mura, e altri pezzi di plastica o lamiere molto vecchie a fare da tetto. Le cose sono esattamente uguali a Los Jazmines. Santa Rosa presenta però una geografia leggermente più complicata: le case vanno costruite proprio mentre si sale per la montagna, e la vera sfida sarà far arrivare tutti i materiali lì dove i camion non riescono ad arrivare. Los Jazmines, invece, si trova molto più in alto, i nostri pullman non arrivano e quindi dobbiamo fare una bella salita a piedi — e che salita! In alto, in una sorta di pianura, ci attendono tre camion con i materiali. E sono tre anche i camion con i materiali del gruppo B.





A Santa Rosa, gruppo B, iniziamo prima con la presentazione delle famiglie. Dodici famiglie che, una a una, scelgono il gruppo di ragazzi che costruirà insieme a loro la casa. Ogni squadra è formata da 6 o 7 ragazzi e un membro dello staff. Uno a uno i gruppi vengono scelti e in seguito partono con la famiglia verso il loro terreno, dove prima sorgeva la vecchia casa, smontata proprio questa notte per fare spazio alla nuova struttura. Dopo un primo giro delle case, iniziamo a scaricare i camion. Questa è la parte più faticosa dal punto di vista fisico. Prima di tutto scarichiamo tutto per terra, e poi portiamo piano piano ogni pezzo della futura casa nei vari terreni. Ci sono terreni vicini a dove abbiamo scaricato, mentre altri sono molto lontani o molto in alto. Ci sono almeno 4 case veramente tanto toste, ma i ragazzi tirano fuori il meglio di sé, lavorano in squadra e si caricano a vicenda!
A Los Jazmines, gruppo A, iniziamo invece subito con lo scarico dei materiali. I 90 e passa volontari si mettono intorno ai tre camion per scaricarli da vari punti e ridistribuire poi i vari pezzi, sperando che niente vada perso! Una volta che abbiamo tutti i materiali a terra ci riuniamo nella mensa, dove ci attendono tutte le famiglie. Quindi, dopo quasi tre ore di scarico, una a una le famiglie scelgono le 12 squadre dei ragazzi, che in questo caso sono formate da 8 persone. Le case sono tutte abbastanza ragionevolmente vicine: un paio su una bella salita, ma molto fattibile. C'è una sola casa che si trova nel punto più alto della baraccopoli. L’obiettivo prima di andare a mangiare è quello di avere almeno tutti i pavimenti delle case nei rispettivi terreni. L’ultimo pavimento ad arrivare, come previsto, è quello della casa su in alto. I ragazzi lavorano insieme, indipendentemente dai gruppi di appartenenza, e per questo pavimento in particolare li vediamo lavorare spalla a spalla, con tanta grinta e divertendosi. Per pranzo ci aspetta l’ ’ají de gallina’, un piatto tipico peruviano fatto con peperoncino giallo, carne di pollo, cipolla, aglio e tante cose molto buone. Finito di mangiare, e senza concedere troppo riposo, iniziamo a distribuire i pezzi delle case tra i vari terreni. Appena avremo distribuito tutto, potremo finalmente tornare a casa.
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Ci portiamo a casa una giornata faticosa, ma bella e piena. Il tempo è stato clemente: niente sole, anche se siamo molto vicini al cielo. Proseguiamo verso gli alloggi e, dopo aver mangiato, i ragazzi del gruppo A fanno i gruppi di riflessione sulla sofferenza, mentre quelli del gruppo B passano la serata in chiacchiere.
Trovare le forze dopo una giornata come questa per scrivere queste righe è veramente una sfida. Trovo che sia un bel gesto della Provvidenza — o del destino, per chi fa fatica a credere e ad affidarsi — il fatto che il Vangelo di oggi sia proprio quello in cui Gesù dice: "Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro". Un bel gesto perché questa è stata, effettivamente, la giornata più faticosa sia mentalmente che fisicamente. Un bel gesto perché magari noi non siamo oppressi, ma oppresse sono proprio le persone che serviamo. E mi è caro pensare, o almeno sperare, che ci sia una consolazione e una giustizia per tutti, prima o poi, e che esse possano davvero essere di natura divina.
Con questa domenica, infine, chiudiamo la terza tematica del viaggio, ovvero quella della sofferenza. Si potrebbe scrivere un intero libro a partire da tutto ciò che i ragazzi e le ragazze hanno tirato fuori intorno a un tema così delicato. Dalle difficoltà relazionali alle insicurezze personali, quello che in questo viaggio mi ha colpito di più — non tanto per la novità, ma forse per la chiarezza con cui una ragazza lo ha espresso — è stato quando mi è stato chiesto come fare quando il “nostro vaso di ceramica” (facendo riferimento all’arte del Kintsugi) si rompe più volte nella vita. È una verità molto dura: nell’arco di un'esistenza ci possiamo rompere, effettivamente, più volte… e il vaso della nostra vita può spezzarsi ancora. Il dolore, però, ha la capacità di forgiarci, di renderci più saldi — che è diverso dal renderci più duri (cosa che non penso sia l’ideale, anche se capita, e più spesso di quanto crediamo). E nel renderci più saldi, i dolori a venire, anche se più forti dei primi, ci trovano più preparati, più consapevoli di noi stessi e con più strumenti. Il vaso si può rompere più volte, ma ogni volta la frattura ci trova più saldi, e ogni volta la nostra storia può diventare più forte.


