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Quanto mi conosco veramente? A chi, o cosa, sto affidando la mia felicità?

Filippo Masetti

Sveglia anticipata rispetto al solito. Le condizioni delle ultime due giornate avevano inevitabilmente rallentato i lavori e oggi bisognava recuperare terreno. L’obiettivo era chiaro fin dal mattino: completare tutte le pareti delle case.

La giornata è iniziata con un giro nei cantieri insieme alla responsabile di Techo, l’organizzazione argentina con cui collaboriamo. L’intento era affrontare di persona alcune tensioni emerse il primo giorno nei rapporti tra i nostri volontari e i loro. Ne sono nati due incontri estremamente costruttivi e, alla fine, anche divertenti. Ragazzi di sedici, venti, venticinque e trent’anni seduti insieme a confrontarsi, cercando un dialogo e una soluzione, uniti dallo stesso obiettivo: costruire una casa. Non è un caso che proprio quelle due squadre siano state tra le più veloci dell’intera giornata. Forse è stato proprio lì che si è creato il clima migliore di tutta la missione fino a questo momento.

È stata una giornata che definirei divertente anche per noi di Wecare. Girare tra le case, osservare gli ambienti che si erano creati con le famiglie, vedere tutti i ragazzi ormai perfettamente integrati, assistere alla competizione scherzosa su chi avrebbe finito prima e chi dopo… si respirava esattamente quello che chiamiamo spirito di missione. Ha contribuito sicuramente anche il clima, finalmente più sereno, insieme al meteo: i primi ragazzi in maniche corte, qualcuno che è riuscito perfino a prendere un po’ di sole e Posadas che, lentamente, torna al clima a cui questa regione ci ha sempre abituati.

Rientrati a casa, tra docce rincorse e il consueto traffico davanti ai bagni, con chi cercava di lavarsi prima e chi invece aspettava il proprio turno, è arrivato il momento della conferenza sulla felicità, come sempre guidata da Johan.

L’incontro è iniziato con un esercizio insieme ai ragazzi, una sorta di speed date esistenziale. A coppie, cambiando frequentemente interlocutore, invece delle classiche domande di circostanza, “quanti anni hai?”, “da dove vieni?”, dovevano porsi domande vere, profonde, esistenziali. Un esercizio semplice solo in apparenza, ma capace di aprire qualcosa dentro ciascuno. Mettersi a nudo davanti a uno sconosciuto, anche solo per due minuti, costringe infatti a guardarsi dentro in un modo che, nella vita di tutti i giorni, raramente ci concediamo.

Da lì Johan ha introdotto il tema che sarà al centro della riflessione di domani. Il desiderio di felicità è inscritto nella natura umana: tutti lo cercano, nessuno escluso. Il problema, però, nasce dal luogo in cui decidiamo di cercarla. Ha parlato della tentazione, tipica della nostra epoca ma in fondo presente da sempre, di rincorrere una felicità infinita attraverso realtà che, per loro natura, sono finite: un oggetto, un like, un voto, un risultato sportivo, perfino una relazione vissuta come possesso. Tutte cose capaci di regalare un piacere autentico, ma inevitabilmente breve, che proprio per questo costringono a rincorrerle continuamente, senza riuscire mai a saziare davvero il cuore.

Più che offrire una risposta, Johan ha lasciato ai ragazzi una domanda: se il cuore desidera qualcosa di infinito, ha davvero senso continuare a cercarlo in cose che infinite non sono? Un concetto volutamente soltanto accennato, senza approfondirlo troppo, perché sarà proprio questo il cuore della riflessione di domani, quando verrà ripreso e sviluppato con più tempo e maggiore profondità.

È arrivata anche la prima piccola nota stonata della missione. Abbiamo scoperto che alcuni ragazzi avevano portato con sé un secondo telefono, una dinamica purtroppo abbastanza comune in questi viaggi. Sappiamo bene quanto la nostra generazione, ragazzi compresi, viva ormai legata a questi dispositivi e quanto possa essere difficile separarsene per diversi giorni. Pur conoscendo già i nomi dei coinvolti, davanti a tutti, in auditorium, ho voluto dare un’ultima possibilità a chiunque avesse un secondo telefono di consegnarlo spontaneamente. Si sono fatti avanti entrambi i ragazzi interessati. Hanno chiesto scusa, spiegato le ragioni del loro gesto e, soprattutto, si sono assunti pienamente la responsabilità di quanto avevano fatto. È esattamente questo che cerchiamo quando qualcuno, ogni tanto, prova a trasgredire le regole che ci diamo per rendere questa esperienza la migliore possibile per tutti: non la perfezione, ma la responsabilità delle proprie scelte.

Oggi è stata anche la prima domenica di missione, il giorno della Messa. Ho invitato tutti i ragazzi a partecipare e sono venuti davvero tutti, nessuno escluso. Padre Pablo, durante l’omelia, ha ripreso il tema della felicità, intrecciandolo con la liturgia della giornata e offrendo un ulteriore spunto di riflessione.

A chiudere la giornata, una cena a base di riso e carne, ottima e divorata come sempre tra chiacchiere, battute e risate.

Domani sarà l’ultimo giorno di lavoro prima della pausa. Poi ci aspetteranno le cascate di Iguazú.