
Conosci te stesso
Siamo atterrati a Kigali a notte fonda, e dopo poche ore di sonno la mattina dopo abbiamo fatto quella che è ormai da anni la nostra prima tappa in questo paese: il memoriale del genocidio.
Lo scegliamo da diversi anni come primo appuntamento del viaggio perché crediamo sia fondamentale che i ragazzi entrino nella storia di questo posto prima ancora di iniziare a lavorarci dentro. Attraverso le immagini e i racconti si tocca con mano la ferita che porta con sé chiunque, qui, abbia più di trentacinque anni — e si comincia davvero a capire dove si è.
Da lì siamo ripartiti per Kibungo, dove oggi abbiamo iniziato il nostro primo giorno di lavoro.
Quest’anno lavoriamo per la prima volta come organizzazione nella scuola di Gasetsa: dopo cinque anni passati nella scuola di Kibaya, ci spostiamo su un secondo istituto, che ha tra gli ottocento e i mille studenti. Qui costruiremo un playground sportivo, principalmente un campo da basket e pallavolo: è uno dei cantieri più grandi che abbiamo affrontato, e proprio per questo molto impegnativo. Circa trenta volontari al giorno lavorano sul cemento, sulle pietre, sulla betoniera; altri si occupano di ridipingere le aule con pitture formative (immagini numeri ecc); e un terzo gruppo di organizzare attività con i bambini delle zone intorno al campo.
In tutto siamo un gruppo di 44 persone persone, e già da questo primo giorno si capisce quanto lavoro ci aspetta.
Ma oltre alle mani sporche di cemento, c’è — come sempre nelle nostre missioni — un percorso che va più in profondità. Con noi, insieme a me e a Sveva e a tutto lo staff, c’è quest’anno Padre Gonzalo, che accompagnerà le riflessioni del gruppo per l’intera viaggio. Oggi ha guidato la prima, ed è partito da una frase semplice quanto antica, scolpita millenni fa sul tempio di Apollo a Delfi: conosci te stesso. Da lì ha costruito un ragionamento su quanto sia sempre stato centrale, nella storia dell’uomo, imparare a guardarsi dentro davvero — perché è solo attraverso quella conoscenza profonda di sé che poi si impara a dare amore agli altri.
I ragazzi hanno con se un libretto, preparato con tanta cura, e anche tante discussioni costruttive, da parte nostra che li accompagna in queste riflessioni. Io insisto sempre sul fatto che questo percorso sta a loro scegliere come farlo, che il libretto è loro e quanto impegno ci metteranno dipende solo ed esclusivamente da loro.
Nella riflessione di oggi ci ha accompagnato Alessandro d’Avenia, in particolare con una lettera immaginaria scritta a un ragazzo, Giacomo, sull’essenza dell’adolescenza: il coraggio necessario per accettare di essere nati, di avere un destino e di doversene fare carico, di scoprire per cosa valga davvero la pena vivere. D’Avenia scrive di ragazzi già spenti, arrugginiti dalla monotonia prima del tempo, e di quanto basti poco — una parola, un verso, uno sguardo — per riaccendere quel fuoco nascosto sotto la cenere. Parla dell’adolescenza come di un divenire continuo, una crisi che va attraversata fino in fondo, non evitata. E lascia una lunga sequenza di domande che i ragazzi, negli anni, gli hanno davvero posto: come si fa a vivere, a sognare, ad amare, a trovare Dio, a trovare la propria strada, a non arrendersi davanti al dolore. Domande che — dice — non sono domande qualunque: gli adolescenti stessi, in un certo senso, sono domande.
Il secondo testo, tratto da un altro libro dello stesso autore, immagina il cuore come composto da quattro stanze: quella del dolore, quella della gioia, quella della paura, e quella del desiderio. La stanza del dolore è quella che ci tiene ancorati al passato. Quella della gioia è dove viviamo l’amore, il sentirci parte di qualcosa, il senso stesso delle cose. La terza è la stanza del buio, quella della vergogna, del sentirsi sempre “non abbastanza”. E la quarta è la stanza del desiderio, quella che ci apre al futuro e ci fa tendere in avanti invece che dipendere da tutto il resto — perché, come scrive l’autore, senza quel rischio, senza quell’inquietudine, la vita si fermerebbe troppo presto.
A partire da questi testi Padre Gonzalo ha lasciato ai ragazzi alcune domande su cui scrivere in silenzio, da soli: quale tra le domande di Giacomo li rappresenta di più in questo momento della vita; come riempirebbero, con episodi concreti della propria storia, le quattro stanze del cuore; perché è bello essere se stessi, e se invece c’è qualcosa di sé di cui si vergognano, che li fa sentire fuori posto; quale sia, infine, la loro caratteristica più bella e quella più difficile da accettare. Un esercizio silenzioso, fatto di penna e quaderno, molto diverso dal lavoro fisico del pomeriggio, ma altrettanto faticoso a modo suo.
La riflessione si è chiusa con una domanda che in fondo attraversa tutti, in un modo o nell’altro: chi sono davvero? Non è una domanda astratta, perché da come ognuno risponde dipende tanto — il modo in cui si guarda, il valore che si dà, la libertà con cui si vive, il peso che ha il giudizio degli altri. Spesso la cerchiamo nei posti sbagliati: nell’immagine che diamo, nei risultati, nell’approvazione che riceviamo, oppure al contrario ci identifichiamo con le nostre ferite e i nostri errori. Ma la verità, ci ha ricordato Padre Gonzalo, è più profonda di questo: c’è un nucleo più vero in ognuno di noi, che non si scopre vivendo sempre in superficie, di corsa, distratti. Lo si scopre fermandosi, ascoltandosi. E anche il servizio, il volontariato — come quello che stiamo vivendo proprio in questi giorni — può diventare una strada per conoscersi: perché quando esci da te stesso, quando incontri il bisogno reale di un altro, cadono alcune maschere. Ti accorgi di quanta paura hai, ma anche di quanto bene sei capace di fare.






Il lavoro oggi è stato duro, molto duro, soprattutto per chi ha affrontato la parte più fisica del cantiere. Ma i ragazzi hanno comunque trovato il tempo per partecipare — facoltativamente ma comunque numerosi— alla messa celebrata da Padre Gonzalo. E oggi abbiamo avuto un privilegio raro: la testimonianza di Padre Luca, sacerdote ruandese che ha studiato in Italia e che è sopravvissuto al genocidio. Ci ha raccontato la sua storia — il padre perso già nel ’63, in un primo tentativo di genocidio, e poi la madre e i fratelli uccisi nel ’94, non lontano da dove ci troviamo ora. Lui riuscì a scappare, loro no.
Ci ha parlato di quei primi mesi vissuti alla giornata, di una crisi di fede profondissima — chiedendosi dove fosse Dio mentre la sua famiglia veniva sterminata — e di come ci abbia messo quattro anni prima di trovare la forza di tornare nel luogo dove madre e fratelli erano stati uccisi. Ci ha detto che sopravvivere è stato per lui un’esperienza di solitudine estrema, ma che a un certo punto bisogna scegliere se vivere o morire — e che scegliere di vivere significa andare oltre l’odio, imparare a convivere anche con chi ha ucciso la propria famiglia. Ci ha invitato, da giovani, a diventare parte della soluzione, a cercare nuovi meccanismi di pace: quello che stiamo facendo qui, ci ha detto, è proprio un incontro con un’identità diversa dalla nostra, con una realtà che non conosciamo — ed è un incontro che ci arricchisce ogni giorno.
Una prima giornata di lavoro lunga e intensa che non poteva che chiudersi con una cena spazzata via in pochi attimi!!


