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Cosa farai con il tuo dolore?

Fernando Lozada

Si ritorna, si riprende. Dopo una giornata quasi immeritata di mare e riposo, oggi siamo tornati divisi in due cantieri. Dico immeritata, quasi immeritata, perché di solito la giornata di riposo arriva a metà esperienza, dopo aver affrontato un bel po' di fatica fisica, e anche emotiva, assaggiando i primi giorni della missione. Per motivi logistici, come ho già spiegato, abbiamo dovuto farla di domenica. Gli operai giustamente non devono lavorare di domenica: è il tempo e il giorno della famiglia, ed è bene che non ci siano eccezioni.

Nonostante fosse stata una giornata di riposo, al nostro rientro abbiamo fatto i gruppi di riflessione sulla tematica della felicità. E, come riassunto del riassunto, è stato "bello" scoprire — nel mio caso confermare — come determinate dinamiche interiori non cambino più di tanto tra diverse fasce di età, né tra diverse generazioni. La paura di non essere abbastanza, di essere invisibili, di non essere accettati dagli altri, rimane uno dei motivi principali per cui tanti ragazzi, alla domanda sulla propria felicità, non riescono a dirsi pienamente felici; anzi, pesa tantissimo nelle loro vite "l'idolo" delle aspettative altrui.

Oggi, come d'altronde gli altri giorni, abbiamo lavorato con pioggia e sole — forse più pioggia degli altri giorni, anche se molto lieve, al punto da non essere mai stata un problema reale per i nostri novelli operai. Mentre nel cantiere del quartiere di Coqueiral i nostri ragazzi proseguono nelle attività di costruzione delle aule, i ragazzi destinati a Coelhos, dentro alla città di Recife, hanno una giornata un po' più movimentata. Qui proseguono i lavori dello spazio sportivo che abbiamo avviato con il primo gruppo. Ora dobbiamo costruire i bagni e gli spogliatoi, quindi c'è tanto cemento da fare, rigorosamente a mano, e centinaia di mattoni da posare uno dietro l'altro. Al nostro arrivo, due simpatici operai ci attendono. La lingua non è un limite, o quanto meno non insormontabile: così i ragazzi trovano la quadra perfetta, in modo che gli operai — che tendenzialmente vorrebbero fare tutto loro — restino dei veri e propri maestri, lasciando ai ragazzi ogni singolo compito.

Dopo aver mangiato, invece, facciamo un giro del quartiere: ci addentriamo nel cuore di Coelhos. È un'esperienza dura. Intere famiglie vivono ai margini del fiume, su palafitte costruite con legni, molti dei quali marci e umidi, vista l'umidità del contesto. Strette stradine pedonali attraversate da cavi, panni stesi che cercano di asciugarsi, cani che abbaiano. Arriviamo all'ultima delle casette, proprio sopra il fiume. Ci abitano 8 persone, tra nonni quarantenni, figli e nipoti… da domani saranno 9, perché in mattinata la figlia ventottenne ha l'appuntamento per il parto cesareo. Vivono in scarsi 40 metri quadri, divisi in tre locali, se così li possiamo chiamare. Facciamo fatica, anche con la massima immaginazione, a capire come riescano a dormire in 8 lì dentro… e come faranno con il nuovo arrivato. La scena viene "arricchita" da un bambino di quasi due anni che gioca per terra, tra pezzi di legno e altro materiale che, al solo peso di un adulto, sembra affondare. Ha quasi due anni, e domani avrà un fratellino neonato. Anche i miei figli hanno due anni di differenza, ma sono bambini fortunati, e vedere tutto questo in un certo senso mi spezza dentro. Questa visita diventa essenziale, importantissima: non è solo un contatto con la realtà, è toccare con mano il bene che delle aule o un campo sportivo possono fare per queste persone. Saranno sempre cose insufficienti, ma sono già qualcosa. Finiamo il giro del quartiere, tra strade alcune strette e altre più larghe, tra i vicini che dalle finestre ci salutano e sorridono, e tra loro si dicono "os italianos".

Nel pomeriggio il gruppo continua con il cemento e i mattoni. E in entrambi i cantieri, rigorosamente solo dopo la merenda, si torna a casa. Verso le 18 sono tutti in albergo, e iniziano le gare o le prenotazioni per farsi la doccia. Chi sta in stanza da due è chiaramente facilitato, ma per chi sta in stanze da quattro la tempistica è millimetrica.

Alle 19 ci incontriamo tutti in auditorio per riflettere sulla nostra terza domanda: Che senso ha il dolore? Che luogo ha il male?

Abbiamo detto che il male esiste, e che ha volti diversi: quello inspiegabile delle malattie e delle catastrofi, e quello che nasce dalle scelte dell'uomo — l'ambizione, la cupidigia, la guerra. Ma sarebbe comodo, a questo punto, pensare che il male sia sempre qualcosa di lontano da noi. Qualcosa che vediamo al telegiornale, che riguarda altri paesi, altre vite. E invece no. Il male, tante volte, lo abbiamo dietro casa. O dentro casa.

E qui c'è una cosa che forse non ci aspetteremmo. Verrebbe da pensare che più le nostre condizioni di vita migliorano, più cresce il nostro benessere materiale, meno dolore ci sia in giro. E invece la realtà ci racconta un paradosso quasi scomodo da accettare: alcuni tra i luoghi più "felici" al mondo, quelli con il più alto tenore di vita, con i punteggi di felicità più alti nelle classifiche internazionali, hanno anche tassi di suicidio tra i più elevati. Non nonostante il benessere. A volte proprio dentro il benessere.

Perché? Forse perché quando tutti intorno a te sembrano stare bene, la tua sofferenza si sente ancora più sola. Il dolore non ha bisogno di miseria per esistere. Ha bisogno solo di un cuore umano.

Se il dolore non risparmia nessuno — non i ricchi, non i poveri, non chi ha tutto e non chi non ha niente — allora la domanda vera non è "come lo evito", perché non possiamo. La domanda è: cosa ne facciamo, quando arriva?

Abbiamo detto che il dolore è una spia. Ma non è l'unica. C'è un'altra spia che forse conosciamo ancora meglio, perché la sentiamo quasi ogni giorno: l'ansia. E anche lei non va zittita, va ascoltata: è la manifestazione che dentro di noi c'è qualcosa di più profondo che ci inquieta, che ci fa male.

E allora cosa facciamo, di fronte a queste spie che continuano ad accendersi? La tentazione più grande è spegnerle. Ignorarle, distrarci, far finta che non esistano. Ma c'è un'altra strada, più difficile e più vera: farci il dolore amico. Non perché il dolore sia bello. Ma perché, se accolto, diventa occasione — di crescita, di sensibilità, della capacità di amare di più.

C'è un'arte giapponese che racconta tutto questo meglio di quanto potrei fare io con le parole: si chiama kintsugi. È la pratica di riparare le ceramiche rotte non nascondendo le crepe, ma riempiendole d'oro. Il vaso, dopo, non torna com'era prima. Diventa altro. E quell'"altro" è più prezioso, perché porta visibile la storia di quando si è rotto.

Ognuno di noi è rotto in modo unico. E la buona notizia non è solo che possiamo essere ricostruiti — è che là dove c'è la crepa, può esserci dell'oro. Qualcosa di prezioso. Qualcosa che si vede.

C'è un'altra immagine: La perla nasce perché un granello, un corpo estraneo, entra nella conchiglia e la ferisce. E l'ostrica, invece di espellerlo o di lasciarsi distruggere, lo avvolge, strato dopo strato, fino a trasformare quella ferita nel suo tesoro più prezioso.

Il dolore, se lo lasciamo fare il suo lavoro invece di combatterlo o negarlo, può diventare esattamente questo: non solo una cicatrice, ma una perla.

Ma la perla non si forma da sola, in un giorno. E l'oro nelle crepe non arriva se nascondiamo il vaso rotto in un cassetto, fingendo che sia ancora intero. Il dolore che viene seppellito o ignorato trova comunque il modo di uscire — magari non subito, magari tra anni, nelle tue relazioni, nelle tue paure, ogni volta che ti senti insufficiente o inadeguato.

Dopo quindi una forse troppo lunga spiegazione, i ragazzi vanno a fare la loro riflessione personale.