
Cosa fare del mio dolore
Sul fronte lavori non ci sono molte novità da raccontare. Oggi l'ultimo gruppo ha fatto il giro della "comunidade" e abbiamo approfittato per portare un po' di alimenti alle famiglie più bisognose del quartiere: quelle che abitano proprio sul fiume, in umili case di legno marcio, costruite su palafitte per restare al sicuro quando l'acqua sale.
Il campo sportivo intanto prende sempre più forma. Sabato arriverà tutto il cemento necessario, che dovremo distribuire in modo uniforme e con molta cura. Oggi i ragazzi hanno proseguito con la preparazione del cemento per le colonne portanti del muro che circonda lo spazio dove nascerà il campo. I più artistici tra i volontari, invece, hanno iniziato a dipingere il grande muro, ora bianco, che costeggia il campo nel suo lato più lungo. Il team "delta" è stato destinato alla demolizione di un paio di muri della vecchia costruzione che intralciano l'accesso al campo.











Tornati dal lavoro, verso le 18, i ragazzi hanno avuto il tempo di prepararsi e lavarsi. Alle 19, chi lo desiderava, ha partecipato alla messa del giorno, e verso le 19:40 abbiamo dato inizio alla cena. Alle 20:30 ci siamo ritrovati in auditorio per i gruppi di riflessione. Questa volta ho scelto di formare gruppi ancora più piccoli, per creare spazi più raccolti e sicuri in cui mettersi in gioco — soprattutto vista l'importanza del tema arrivati a questo punto del nostro viaggio: Cosa fare del mio dolore?
In queste situazioni noi dello staff siamo testimoni fortunati della ricchezza interiore dei ragazzi. Una ricchezza che, pur venendo fuori dalle loro ferite, arricchisce noi, ma soprattutto arricchisce loro. Potersi raccontare attraverso la lente del dolore aiuta prima di tutto a mettere ordine: ridimensiona, nel senso che dà il posto giusto al proprio dolore, e diventa anche la manifestazione di una vita che non si trascorre da soli.
Raccontandosi nel dolore, i ragazzi e le ragazze scoprono di non essere soli — non soltanto perché possono aprirsi con altri, ma soprattutto perché alla radice delle loro sofferenze c'è quasi sempre un'origine comune, o quantomeno molto simile. Sentirsi poco visti, inadeguati, insufficienti, incompresi: sono tutte conseguenze di un dolore profondo che molti di loro portano dentro il cuore. Dolore, ansia, tristezza sono le manifestazioni più evidenti di tutto questo.
Alla radice ci sono quasi sempre eventi che chiamerei relazionali, perché se è vero che l'amore ci fa guarire, un amore venuto a mancare ci ferisce — a volte più di quanto pensiamo. Così, una frase che sicuramente non è vera, e che abbraccia, forse nella migliore delle ipotesi, solo un aspetto della realtà, può diventare totalizzante: qualcosa che i ragazzi si portano dietro per anni.
"Nessuno ti vorrà mai bene." "Sei inutile." "Ho perso del tempo con te." "Non potrai mai combinare niente." "Sei una delusione."
Non sono frutto della mia immaginazione, ma frasi che molti dei ragazzi si sono sentiti dire in passato, e che sono rimaste dentro più di quanto si potrebbe immaginare. Perché quando queste parole arrivano da chi ci ama, da chi dovrebbe essere la nostra roccia, il nostro fondamento, fanno non solo tanto male — creano una crepa dentro di noi.
Eppure i ragazzi sono pieni di risorse, e riescono ad andare avanti con tutte le crepe che la loro breve vita ha già regalato loro. Alla radice dei nostri mostri interiori non è raro trovare una bugia, o una mezza verità. L'importante, credo, è scoprirle, ricordando anche che la nostra ricchezza come persone vale più delle nostre debolezze, dei momenti difficili o delle sofferenze attuali.
Alcuni ragazzi finiscono i gruppi con gli occhi lucidi, altri con un pianto evidente, altri ancora con tante riflessioni da portarsi avanti. Ma al di là delle diverse manifestazioni, penso che la cosa più preziosa di questa notte sia proprio questa: hanno capito, facendone esperienza diretta, di non essere soli — e soprattutto, forse, di non essere così strani come a volte pensano di essere.

