.jpg)
Due fratelli legati dalla stessa storia
Milano, 1 aprile 2026
"Buona sera a tutti! Sono Rocco, il fratello minore di Ciro. Stasera leggerò la sua testimonianza perché lui non ha potuto essere qui. Ma questo racconto, in un certo senso, è anche mio.
Sono partito per la prima volta con WeCare nel 2021, per la missione in Romania. Ma il mio incontro con questa realtà risale a molto prima.
Era il 2013 e avevo 8 anni, e Nando è venuto a casa mia per la proiezione del video del viaggio di mio fratello. Da allora sono sempre stato in contatto con WeCare, e si può dire che ci sono cresciuto.
Durante quell’esperienza in Romania sono riuscito a capire esattamente cosa avevano vissuto prima mio fratello e poi mia sorella. Durante quella missione, ho iniziato a capire cosa ci fosse al di fuori della mia realtà dorata. Dopo quella missione sono partito altre 5 volte.
Tutte le esperienze sono state diverse e formative, ma devo dire che quella a Baia Mare è stata particolare. Perché da lì ho iniziato un viaggio che non si è mai concluso. Da lì ho iniziato a sentire veramente mio il motto che sento da quando ho 8 anni: c'è più gioia nel dare che nel ricevere.
Non è solo una frase a effetto, ma è esattamente ciò che ti insegnano le missioni. Non è solamente una questione di solidarietà, ma un insegnamento di vita.
In quel viaggio, ho anche conosciuto quelli che tuttora sono i miei migliori amici.
E quel gruppo si è creato spontaneamente, condividendo esperienze ed emozioni che sarebbero impossibili da replicare nel contesto di Milano, si basa fondamentalmente sul principio di Wecare.
Quel gruppo non si è mai sciolto. Sono le persone con cui ho condiviso tutta la mia adolescenza, con cui sono cresciuto, con cui continuo a costruire qualcosa ogni giorno. E questo, per me, è la dimostrazione più concreta di cosa sia davvero Wecare: non finisce quando torni a casa, continua, si trasforma, diventa parte di te.
Mio fratello Ciro lo sa meglio di me. Ha iniziato questo viaggio dodici anni prima. Ora lascio spazio alle sue parole:
"Quando Nando mi ha chiesto di fare questa testimonianza, ho avuto un senso di gioia, ma anche di gratitudine e malinconia, perché Wecare rappresenta un filo che passa da tutti i momenti di crescita della mia vita.
La prima volta che sono partito per un viaggio di WeCare in Perù era l’estate del 2013. Avevo 14 anni ed ero poco più di un bambino e, a dirla tutta, anche Nando all’epoca era praticamente un ragazzino.
Quando hai 14 anni, nel contesto in cui ho avuto la fortuna di essere nato e cresciuto, la vita oscilla come un pendolo tra due estremi: o è tutto leggerissimo e un po’ vuoto, oppure una piccola stupidità diventa improvvisamente un dramma che ti stravolge l’esistenza.
Il Perù è stato il mio primo vero bagno di realtà.
Prima di quell’esperienza vivevo in una bolla, dentro la quale ero protetto e circondato da una realtà meravigliosa, ma monotona e a tratti vuota. E così, entrando nell’adolescenza, ho ricevuto il primo dono da Wecare: la consapevolezza.
Quelle due settimane in Perù mi hanno tolto il velo dagli occhi. Mi hanno mostrato cosa sia davvero il mondo, oltre il confine delle mie piccole preoccupazioni quotidiane. Mi hanno fatto toccare con mano il significato della povertà. Ma allo stesso tempo, ho capito la differenza tra povertà materiale e ricchezza umana. Quelle persone, a cui tanto mancava, ci davano tutto. I bambini, cresciuti in un contesto che non potevo neanche immaginarmi, ci sorridevano.
Ma non è solo una questione di geografia umana. Le missioni mi hanno insegnato molte cose sul mondo, ma anche sulla vita umana. Sulla mia persona.
Il Perù è stato una lezione di amicizia.
A quell'età i rapporti si costruiscono spesso su cose futili. Dove si esce la sera, in che scuola vai, dove vai in vacanza. Nella missione invece, queste differenze non esistono. Immergersi per settimane in quella realtà con propri coetanei che condividono con te la fortuna “a casa” ti costringe a fare una cosa in quel momento difficilissima: metterti a nudo. Ti insegna a costruire legami basati sul tuo vero io. Non conta chi frequenti a Milano o la maschera, che Nando spesso cita nei suoi discorsi, che indossi. Lì, mostri i tuoi valori, lì non hai paura di dire e fare ciò che pensi, perché non hai paura del giudizio. Così le differenze non sono motivo di esclusione ma diventano ricchezza. Lì le amicizie non si basano su una logica di gregge, io faccio questo perché lo fanno gli altri, ma sulla capacità di esaltare l’altro, di dargli una nuova prospettiva, e di costruire qualcosa attivamente attraverso la condivisione.
Quei legami, nati tra la polvere, i sorrisi e anche qualche cavolata del Perù, sono la colla che tiene insieme tutto quello che è venuto dopo.
Infatti sono tornato in Perù altre tre volte, ma la cosa più preziosa è che quell'esperienza non è rimasta chiusa in un album di foto. Le amicizie che ho costruito lì sono rimaste nel tempo. Le lezioni che ho imparato le ho sfruttate nella mia vita quotidiana. Le missioni sono rimaste vive anche quando ho smesso di tornare. E si sono trasformate.
Come sapete, nel 2020, durante la pandemia, è nato il progetto 'Sosteniamoci'. Oggi Sosteniamoci si è trasformato in un progetto più ampio, è cresciuto fino a diventare parte integrante di Wecare con i Progetti in Italia: il Wecare Hub, Sosteniamoci per le famiglie, Sosteniamoci per le strade, i team-building e molto altro. Ma quando il progetto non è nato dall’ambizione, ma proprio da quello che ci hanno insegnato le missioni: amicizia e solidarietà. Un gruppo di amici che non potendo partire e fare le missioni hanno sentito un senso di vuoto perché non potevano aiutare tutte le persone che tanto soffrivano a causa della pandemia. E così abbiamo deciso di agire.
Lo stesso si è ripetuto quando è scoppiata la guerra in Ucraina: vedendo la devastazione, abbiamo capito che era nostro compito aiutare, come avevamo fatto in Perù, così come stavamo facendo in Italia. Abbiamo raccolto di tutto: medicinali, coperte, cibo e vestiti, abbiamo caricato i tir e gli abbiamo spediti a chi ne aveva più bisogno. Ma queste esperienze oltre ad aiutare gli altri, hanno soprattutto insegnato qualcosa a noi stessi: che sostenendoci l’un l’altro, possiamo essere veramente incisivi.
Oggi tutto questo è Wecare: amicizia e solidarietà. Non solo una non-profit, ma una vera e propria comunità fatta dalle persone per le persone.
E se guardo il mio percorso, da quel ragazzino di 14 anni che era 'l’ultimo dei piccoli' ad oggi capisco che il cerchio si è chiuso, o forse si è solo allargato."
Perché vedete, il punto non è solo 'ricordarsi che ci sono persone sfortunate'. Quello è un esercizio di memoria un po' sterile. Il punto è più intimo: riguarda chi decidiamo di essere. Queste esperienze ti spronano a esserci. A esserci per l’altro con entusiasmo, a dire 'sì' a ogni progetto che questa comunità propone.
Crescendo, ho capito che tutto questo serve a dare un senso a ciò che faccio ogni giorno. Mi obbliga a chiedermi continuamente: su quali valori sto costruendo la mia vita? Quali sono le mie sicurezze? Wecare per me non è un’organizzazione di beneficenza.
È uno dei luoghi dove ho imparato a stare al mondo. E sono felice di essere qui, stasera, a continuare questo viaggio con tutti voi." "
Rocco e Ciro De Carolis


