
Una storia che ha toccato le nostre storie personali
Milano, 1 aprile 2026
"Buonasera a tutti,
nel pensare a cosa dire questa sera, la prima cosa che mi è venuta in mente è il motivo per cui siamo qui. Verrebbe subito da pensare alla condivisione intorno alla tavola — il cibo, insomma — che in ogni cultura è luogo di raduno e di incontro. Ma lo sappiamo bene: per quanto importante questa sera, era solo la scusa per ritrovarci.
In questi vent’anni di attività, a partire dalle primissime esperienze di volontariato — come le chiamiamo oggi — o missioni — come si chiamavano un tempo —, siamo stati testimoni della nascita e della crescita di qualcosa di più grande di un progetto, più grande di una persona, assolutamente più grande di quante ne hanno attraversato la vita.
Molti di voi ci conoscono da più di dieci anni, altri da poco meno, qualcuno addirittura solo da qualche mese. C’è chi ha toccato con mano l’esperienza delle missioni, e chi invece l’ha vissuta attraverso le persone che ama: nei racconti di un figlio, di una moglie, di un marito, di un caro amico o amica. C’è chi è qui perché, trascinato dall’entusiasmo di qualcuno che gliene ha parlato, ha scelto di sostenere i nostri progetti. Il fatto è che tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo incontrato questa storia. Ed è per questo che siamo qui.
Quando qualche settimana fa ragionavamo su come impostare questa serata, non vi nascondo che ci siamo trovati di fronte a qualche difficoltà — o meglio, a qualche legittima preoccupazione. La nostra non è una storia lineare, perfetta, impeccabile: è una storia fatta di tentativi e, di conseguenza, anche di fallimenti. Una storia con alti e bassi, con difficoltà, conquiste e frustrazioni. Elementi presenti da sempre, non solo nel passato, ma anche di recente. Una storia imperfetta, non lineare — come lo è ogni storia autenticamente umana, e proprio per questo infinitamente bella.
Tra discussioni, confronti interni e suggerimenti di alcuni di voi, una cosa è emersa con chiarezza: c’è un filo conduttore. È il seme — che in molti oggi è già germogliato in frutto — di queste esperienze che restano nel cuore. E come ogni cosa che resta nel cuore, ha la potenzialità di dare frutto: prima nella propria vita, poi in quella degli altri, nella nostra società.
Nel preparare il video che abbiamo visto poco fa, abbiamo dovuto ripassare un po’ tutti i filmati degli anni scorsi. Sono quasi settanta i viaggi fatti, quasi altrettanti i video, ore e ore di registrazioni. Vi mentirei se dicessi che non mi sono commosso — soprattutto davanti alle testimonianze di ragazzi che oggi sono marito e moglie, qualcuno già genitore. Parole che non sono poi così lontane da quelle dei video più recenti, con ragazzi di una generazione almeno vent’anni più giovane.
Ecco il filo: c’è qualcosa che, attraverso il dono di sé in un’esperienza di volontariato, scende in profondità nel cuore — piccole o grandi certezze, consapevolezze più mature non solo sul mondo ma soprattutto su sé stessi — qualcosa che è come un seme, come un fondamento su cui continuare a costruire la propria vita e attorno a cui articolare le proprie scelte.
Non ripeterò quanto detto dai ragazzi nel video, né la testimonianza di Ciro, che ci ha raggiunto attraverso le parole del fratello Rocco. C’è un solo punto su cui voglio soffermarmi, anche per concludere questo mio intervento a metà serata: l’unicità di ciascuno di noi. Unica nel senso più profondo: come te, che sei qui stasera a festeggiare e sostenere Wecare, non ce n’è un altro al mondo. Sei — siete — unico e irripetibile, e questa è una certezza bellissima. Perché quando pensiamo — e di conseguenza viviamo — come se fossimo solo un pezzo intercambiabile, che vale quanto un altro, finiamo per non cogliere il peso e il valore della nostra parte in questa storia.
Quando invece capiamo che nessuno potrà mai sostituirci, che come te non c’è nessun altro e non ci sarà mai, e che quello che tu puoi dare — non tanto a questo mondo in astratto, ma alle persone concrete che ti circondano — lo puoi daresolo tu, allora la vita ha tutto un altro sapore. La tua esistenza non è casuale: ha un senso, ha un’importanza.
Questa vita ha bisogno di te, nella tua versione più bella, che è quella più autentica. Imperfetta, fragile, vulnerabile — ma bella, e ricca di tutto ciò che racchiude. Eppure un seme resta una potenzialità: non è scontato che fiorisca, che da semplice possibilità diventi realtà.
Mi piace pensare all’esperienza delle missioni come a un seme piantato nel cuore di chi vi ha partecipato. Un seme che a volte annega nelle preoccupazioni, nelle difficoltà, nella mancanza di speranza, nello smarrimento che può colpire ciascuno di noi. Ma un seme che rimane, e che ha bisogno di cure per crescere, per rompere il guscio, per radicarsi nella vita e nella storia, e dare frutto.
Cosa vogliamo fare con questo seme? Non è una domanda retorica. La faccio a tutti voi, e la faccio prima di tutto a me stesso: cosa vogliamo fare con questo seme che sono state — e per alcuni lo sono ancora — le missioni nella nostra vita? Sapremo cogliere la nostra verità più profonda, quella di essere fatti per qualcosa di grande?
Me lo auguro per tutti noi.
Grazie di essere qui questa sera. Potevamo essere molti di più, ma da “romani” abbiamo scelto una data poco fortunata per i “milanesi” — va bene così, tutto accade per una ragione.
Grazie a tutti voi che in questi anni ci avete affidato i vostri ragazzi per quel breve ma intenso periodo che chiamiamo missioni.
Grazie a tutti voi che siete partiti, grandi e piccoli: siete stati, e siete, un dono per Wecare.
Grazie, infine, al Signore della storia. Non sarei onesto con nessuno dei presenti — e soprattutto con me stesso — se non riconoscessi che in tutto questo, in una storia sempre più grande di tutti noi, il merito più grande è Suo.
È Lui che, dal mio personalissimo punto di vista, ha reso possibile tutto questo."
Nando

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