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Finire le fondamenta

Filippo Masetti

Giornata diversa oggi: niente conferenza né riflessione la mattina, i ragazzi sono andati dritti al lavoro dopo la colazione. E il lavoro di oggi era uno dei più delicati e importanti: finire le fondamenta.

Vale la pena spiegare in cosa consiste, perché non è scontato.  Si parte scavando nel terreno, a mano, per piantare quindici pilastri di legno: sono loro che reggeranno tutto il resto, prima il pavimento e poi, su quello, pareti e tetto.
È la fase più difficile in assoluto, quella che richiede più pazienza e più precisione millimetrica, perché gli errori qui non perdonano. Basta un pilone storto di qualche centimetro, e non te ne accorgi subito: te ne accorgi dopo, giorni dopo, quando arrivi a montare le lamiere del tetto e la casa semplicemente non si chiude, non torna. Un po’ come nella vita, verrebbe da dire: sono le fondamenta, quelle che nessuno vede e su cui nessuno si sofferma mai, a decidere alla fine se tutto il resto regge o crolla.
I ragazzi oggi hanno finito le fondamenta iniziate ieri, lavorando praticamente senza sosta, e molti gruppi sono già arrivati a montare le prime pareti. Domani, ultimo giorno di costruzione, si chiude tutto sul tetto.
Ci ha accompagnato per l’intera giornata un sole pieno, quasi a compensare i giorni più freddi dell’inizio missione, e con il bel tempo è arrivato anche un entusiasmo diverso, che si è respirato in giro per tutta la baraccopoli. I ragazzi hanno cominciato davvero a conoscere le famiglie con cui lavorano fianco a fianco da giorni: c’è chi si è aperto raccontando la propria storia, i figli, il quartiere, come sono arrivati lì, e chi invece ha preferito lasciar parlare il lavoro e i fatti più che le parole. Sono due modi diversi di volersi bene, e in fondo si assomigliano più di quanto sembri.

Rientrati a casa, prima la messa del Padre, sempre molto partecipata, con tanti ragazzi che scelgono di andare ad ascoltarla nonostante la stanchezza della giornata e poi i gruppi di riflessione sul tema di ieri, la sofferenza. Vale la pena raccontare cosa sono davvero questi gruppi, perché è uno dei momenti più importanti del “percorso” dei ragazzi: piccoli gruppi che si scelgono da soli, con persone con cui si sentono a proprio agio, magari amici di lunga data o compagni conosciuti in questi giorni, dove affrontano insieme temi importanti in un dialogo libero, accompagnati da un membro dello staff che semplicemente dirige il dialogo da una parte o dall’altra lasciando però tutto lo spazio necessario per parlare ed esprimersi.
Funzionano proprio perché non sono imposti dall’alto: è nello spazio che si scelgono da soli che i ragazzi si aprono davvero, ed è per questo che spesso durano molto più del previsto. Ogni tanto tornano distrutti dal pianto, ogni tanto tornano leggeri e ridono ancora di quello che si sono detti, ma quasi sempre tornano colpiti, cambiati un po’, da quello che è uscito da quella discussione.
Ultima cosa bella della giornata: è proseguita la tradizione iniziata l’anno scorso proprio qui a Posadas, quella dei “cuochi a turno”. Sei volontari si sono occupati di cucinare per tutti : hanno pensato il menù, ordinato a noi come fare la spesa e cucinato per l’intero gruppo. Oggi toccava a loro: pasta al ragù, e nonostante gli ingredienti locali non abbiano nulla di italiano, è sparita in un attimo, spazzolata via — 14 chili in tutto, 200 grammi a testa per settanta persone, e non ne è rimasta nemmeno una forchettata. A chiudere la serata, sta tornando di moda la partita a carte nell’auditorium, l’unico angolo un po’ più caldo della struttura, finché lo staff non manda tutti a dormire.
Domani ultimo giorno di costruzione: si chiude sul tetto, e poi la benedizione finale delle case.