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Ripartiti

Filippo Masetti

Dopo la giornata a Iguazú, dove i ragazzi hanno potuto ammirare quella che è probabilmente una delle meraviglie naturali più belle del mondo, oggi siamo tornati al lavoro nella baraccopoli.
Ci siamo spostati dal Pozo al barrio Néstor Kirchner, a circa trecento metri di distanza, ma con caratteristiche molto diverse. Qui non si è dentro un avvallamento come nel Pozo, quindi il terreno è meno fangoso, ma l’insediamento si sviluppa lungo una strada che mette in evidenza contrasti forti: da un lato le case in mattoni, dall’altro quelle ancora costruite in terra. Una povertà diffusa, ma con differenze visibili tra chi sta un po’ meglio e chi meno.

Arrivati sul posto, i ragazzi si sono riorganizzati in dieci nuove squadre, con dieci nuovi capisquadra scelti sulla base di quanto osservato nei giorni precedenti: non solo il lavoro manuale, ma anche il modo di stare nel gruppo, la qualità delle riflessioni, l’attenzione durante le conferenze. Una scelta difficile, perché molti avrebbero meritato il ruolo. Con le nuove squadre sono arrivate anche dieci nuove famiglie da conoscere, dieci nuove storie da ascoltare, altrettante vite ognuna con la propria fatica e la propria dignità.
Ogni squadra ha iniziato la costruzione del nuovo pavimento, ognuna alle prese con sfide diverse: terreni più angusti, cemento da rimuovere prima di poter gettare le fondamenta, famiglie più o meno accoglienti. Sfide che i ragazzi hanno già imparato ad affrontare nei giorni scorsi, e che questa volta li hanno trovati un po’ più allenati.

La mattina, prima del lavoro, Johan ha tenuto la terza conferenza del nostro percorso, dedicata a un tema difficile ma centrale: che senso hanno il male e la sofferenza. Il punto di partenza è stato semplice quanto radicale: il dolore, quando arriva, cambia davvero tutto. Cambia il modo in cui guardiamo le cose, cambia le priorità, cambia ciò che ci sembrava importante e che improvvisamente non lo è più. Ma il dolore non va vissuto solo come qualcosa da subire o da evitare a tutti i costi: può diventare una soglia, un passaggio che, se attraversato con consapevolezza invece che negato o rimosso, ci rende persone più vere, più profonde, più capaci di amare.
Johan ha insistito su un’idea che ha colpito molto i ragazzi: davanti al dolore, nostro o degli altri, siamo sempre di fronte a una scelta. Possiamo lasciarci attraversare, restando con lo sguardo aperto anche quando fa paura, oppure possiamo chiuderci, indurirci, proteggerci fino a diventare più freddi e cinici. Non ci sono scorciatoie: il dolore che non viene guardato, capito, condiviso, finisce per trasformarsi in rabbia o frustrazione trattenuta dentro. Ha parlato anche di come, in fondo, sia proprio l’esperienza della sofferenza — piccola o grande che sia — a insegnarci a “sentire” davvero la vita, a scoprire non solo di avere un corpo, ma di essere un corpo, di essere fragili e reali. In questo senso, ha detto, una missione come questa mette i ragazzi davanti a qualcosa di autentico: il dolore vero delle persone che incontrano ogni giorno nella baraccopoli, negli occhi dei bambini, nelle case che sembrano poter crollare da un momento all’altro, nella solitudine di chi è anziano e dimenticato. Ha chiuso ricordando ai ragazzi che non sono venuti qui per “salvare” nessuno, ma per imparare a stare accanto, a guardare, a condividere, ad amare nella verità: un invito a non avere la presunzione di risolvere tutto, ma la maturità di esserci davvero, con presenza e ascolto.
Dopo la conferenza, e dopo la giornata di lavoro, i ragazzi sono stati invitati a un momento di silenzio e scrittura personale, rispondendo ad alcune domande pensate per portare il tema della sofferenza dentro la propria storia: quale frase li ha feriti nel profondo, e chi gliel’ha detta; qual è un dolore che ha segnato davvero la loro vita, e come l’ha cambiata; come reagiscono, di solito, davanti al dolore degli altri, se si chiudono, scappano, o restano; cosa ha insegnato loro finora la sofferenza; e se c’è stato un momento in questa missione in cui si sono sentiti toccati nel profondo, quale ferita si portano a casa e cosa possono farne. Domande dirette, non facili, ma proprio per questo importanti: perché fermarsi a chiedersi cosa ci ha fatto soffrire, e cosa quella sofferenza ci ha lasciato in eredità, è spesso il primo passo per trasformarla in qualcosa che ci fa crescere, invece che lasciarla marcire dentro in silenzio.
Ho invitato personalmente i ragazzi a fare, anche rispetto ai giorni che stiamo vivendo, una distinzione importante: separare i fattori esterni e organizzativi, che creano disagi pratici (come i trasporti, di cui i genitori sono ormai a conoscenza) e che restano fuori dal nostro controllo, da tutto il bello e il vero che stanno costruendo qui, giorno dopo giorno, con le proprie mani e con il proprio cuore. Sono due piani diversi, e nessun disagio logistico potrà mai intaccare quello che stanno vivendo davvero.
Dopo la riflessione, cena a base di pollo, in un clima disteso nonostante la giornata intensa. Domani un altro giorno di costruzione ci aspetta.
Una piccola nota: sono comparsi i primi accenni di stanchezza fisica tra i ragazzi. Abbiamo invitato tutti a riposare di più e a limitare le chiacchiere fino a tardi nelle stanze: la stanchezza accumulata va rispettata, per arrivare in forma fino alla fine della missione.