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Siete stati gioia e speranza per qualcun altro, ora che torniamo, è il momento di esserlo per voi stessi

Fernando Lozada

Ci svegliamo prima del solito: non più alle 7:00, ma alle 6:00, il che è abbastanza traumatico. Partiamo anche un'ora prima, perché abbiamo un programma serrato da seguire e soprattutto delle case da consegnare. L’emozione e la speranza delle famiglie si leggono chiaramente nei loro occhi.

Passiamo la giornata a verniciare, finire i tetti e qualcuno addirittura a tirare su qualche parete rimasta indietro. C'è chi costruisce la casa come un sistema di ingranaggi: man mano che si chiudono le stanze si inizia a montare il tetto, poi si fissano le finestre e finalmente si passa alla vernice. Così, una stanza dopo l’altra: la prima, la seconda, la terza.

Verso le 12:30 iniziamo la benedizione delle case del gruppo A. Le famiglie preparano la nuova casetta, riempiono l’ambiente di palloncini e c’è chi appende alla porta anche una bottiglia di spumante da rompere per festeggiare. I palloncini colorati si sposano perfettamente con i vivaci colori scelti dalle famiglie per verniciare le pareti. Ogni gruppo è chiamato a essere presente davanti alla propria casa, e così iniziamo il giro delle benedizioni. In ogni casa i nuovi proprietari rivolgono parole di ringraziamento ai ragazzi; una gratitudine che non basta a esprimere la profonda gioia che stanno provando. Ci sono donne che piangono per l’emozione e la gioia. Ci sono bambini che entrano felici in quella che sarà la loro casetta e la loro stanza, qualcosa che fino a pochi giorni fa era semplicemente impensabile. Verso le 14:00 abbiamo finito tutto.

Il gruppo B invece inizia le benedizioni verso le 15:00, e anche qui si replicano le stesse scene. Gruppi di ragazzi camminano per la baraccopoli e, come in una processione, vanno di casa in casa man mano che vengono benedette. Anche qui le parole di gratitudine e i sentimenti profondi non bastano a spiegare ciò che vivono queste famiglie, che per gran parte dell’anno si sentono dimenticate e oggi, anche se solo per pochi giorni, si sono sentite viste, amate e importanti per qualcuno.

Il pranzo finale nella baraccopoli è quasi italiano. Le donne del posto hanno preparato gli spaghetti con il "pesto alla peruviana": oltre al basilico ci sono gli spinaci cotti, al posto del parmigiano viene usato il primo sale e, anziché l'olio, si mette il latte condensato... mi direte: "meglio di no!", ma a me piace e mi ricorda un po' la mia infanzia, anche perché insieme alla pasta al pesto riceviamo una bella cotoletta di pollo.

Dopo aver mangiato e scambiato qualche regalo, saliamo sui vari pullman ed entrambi i gruppi si riuniscono nella cappella di casa San Agustín (dove si trova il gruppo A) per partecipare insieme alla messa di fine missione. In seguito, il gruppo A va in auditorio, mentre il gruppo B si avvia verso la propria struttura, dove arriva giusto in tempo per la cena, per poi raggiungere gli altri in auditorio.

L’attività in auditorio consiste nello scrivere una lettera a se stessi, che i ragazzi riceveranno in futuro, forse durante una prossima missione o più avanti nella vita. Una lettera che ricordi loro quanto hanno appreso e imparato qui, affinché il rischio di dimenticare sia minimo. Ma prima di iniziare a scrivere, ai ragazzi viene letta questa lettera di fine missione:

“Cari ragazzi, siamo arrivati alla fine della missione, del vostro viaggio. Un viaggio di volontariato che speriamo sia stato anche un percorso nel cuore, nel vostro cuore.
Vorrei ricordare quanto sia prezioso tutto ciò che avete fatto. Lo sguardo non deve essere il nostro, ma deve partire dagli occhi di quanti avete aiutato. Immaginate di passare vent'anni o più in attesa di uno spazio sicuro dove poter giocare a calcio, a pallavolo, a pallacanestro. O uno spazio sicuro dove i bambini possano imparare ad andare in bici, o persino a camminare, come mi raccontava una mamma. Vent'anni d’attesa. Sono più degli anni che avete voi di vita. E poi, di punto in bianco, arriva un gruppo che in sei giornate di fatica, sudore e sacrifici – ma con tanta gioia e grinta – riempie una mancanza, cancella un’assenza e, con la sua presenza, trasforma un sogno, una speranza, un desiderio, in una realtà presente. Voi siete stati l'avverarsi di quel sogno; grazie a voi questo desiderio è stato esaudito. Voi, con tutto ciò che di bello avete, ma anche con quanto c’è ancora da lavorare, siete stati capaci di trasformare la vita di queste comunità.
Immaginate di dormire per terra. Di non avere pareti a dividere le stanze o che i muri, se così possiamo chiamarli, siano sottili pannelli di legno, a volte solo un lungo telo di plastica o qualche pezzo di stoffa, con un po' di paglia qua e là. Immaginate di avere un unico spazio dove si dorme, si mangia, si cucina, si studia e si gioca. Immaginate di dover cambiare la posizione del letto ogni volta che piove, perché il vostro tetto non è un vero tetto: è pieno di buchi, fatto di lamiere rotte e slegate tra loro. Immaginate la polvere, la sporcizia, ma anche il vento e il freddo che entrano in casa. Immaginate di dover crescere un figlio e, oltre a subire tutte queste difficoltà, sentire il profondo senso di colpa di non poterlo liberare – perché mancano i mezzi – da queste condizioni, persino i più piccoli. E poi, a poche settimane da oggi, ricevere una chiamata che annuncia la costruzione di 24 case tra la comunità di Santa Rosa e quella de Los Jazmines. Quelle case che per noi sono niente – perché, parliamoci chiaro, faremmo una fatica enorme anche solo al pensiero di passarci una notte – per loro sono un salto di qualità, una serenità e una gioia senza precedenti.
Grazie a voi, a ogni pezzo di parete e soprattutto di pavimento che avete trasportato insieme su per la montagna, a volte arrampicandovi molto in alto; grazie a ogni martellata per unire i pannelli, a ogni volta che siete saliti sul tetto per finire il lavoro, a tutte le ore trascorse a livellare terreni impervi. Grazie alle vostre mani, al vostro cuore, al vostro sguardo, alla vostra gioia e determinazione – e potrei fare un elenco infinito –, oggi 24 famiglie hanno un luogo da chiamare casa.
Ma cos'è casa? È quello che forse già un po' vi manca. E per quanto a molti dispiaccia tornare, perché un’esperienza così bella è finita e con essa tutte le emozioni vissute, la nostalgia di casa c’è. Una casa che non è solo un luogo fisico, una struttura o l’insieme dei materiali necessari per tenerla in piedi. Casa è, o dovrebbe essere, quel luogo dove non abbiamo paura di toglierci di dosso le maschere che indossiamo per sentirci al sicuro dal giudizio di chi ci vorrebbe diversi, allontanandoci da noi stessi. Casa è quel luogo dove il nostro cuore è al sicuro, dove non temiamo di essere feriti, dove siamo amati e possiamo amare. Dove, rimanendo fedeli alla nostra identità, troviamo quella pace e quella felicità che il cuore anela così profondamente. O, quanto meno, questo dovrebbe essere casa. Ed è proprio questo che ora vi manca e che, quasi per assurdo, vi mancherà di più del Perù. Perché il Perù, per tutti voi, un po' casa lo è diventato.
Perché nonostante tutte le sfide, le difficoltà, tutto ciò che non è venuto perfettamente come avremmo voluto, i malesseri, i momenti difficili e le incomprensioni tra di voi, con lo staff o con noi più grandi (per non dire vecchi), quello che abbiamo visto è che in questi giorni avete dato tutto. Siete stati meravigliosi, grandiosi, e avete portato a termine una delle costruzioni più toste degli ultimi anni. Dovete essere fieri di voi stessi, voi per primi. Casa è proprio lo spazio che fa fiorire e venire fuori la tua dimensione più vera e, di conseguenza, quella più bella e buona. Questo viaggio, come tutti quelli passati e futuri, non è stato privo di momenti in cui tutta questa bellezza è sembrata vacillare. Ma sono certo che questo non abbia rovinato l'esperienza. Può averla macchiata, sì, ma ci sono macchie che si possono cancellare, altre che richiedono più passaggi e qualcuna che magari resta; ma una macchia non determina l’esito di un cammino. Anzi, lo arricchisce se diventa motivo di crescita. In fondo funziona così con ogni sofferenza: non ha l’ultima parola su di noi, ma può farci crescere.
Cosa siete venuti a fare? Ve lo chiedo di nuovo, ma adesso, alla fine dell’esperienza. Cosa siete venuti a cercare? So che le risposte del primo giorno sarebbero state le più disparate, e molte forse un po' superficiali o confuse. So che forse anche oggi non ci siamo allontanati troppo da quelle inquietudini iniziali, che non sono altro che il riflesso della vostra giovinezza. Ma penso che quell’inquietudine che vi ha spinti fin qui – che prenda il nome di "fare un'esperienza", "stare con gli amici" o "fare qualcosa di utile" – abbia un’unica radice: siete venuti qui perché cercavate qualcosa che vi desse un po' più di felicità. Qualcosa che vi riempisse dentro, e non solo il tempo o un pezzo d'estate. Non so quanti di voi, in queste due settimane, abbiano fatto l'esperienza di un cuore che trabocca, di essere talmente felici e fieri di se stessi da scoppiare di gioia e di voglia di fare. Questa è la vostra verità: che potete amare, anche attraverso il sacrificio, e fare qualcosa di straordinario per gli altri. Questa è la vita alla quale siete chiamati ed è quella che vi rigenera, perché solo una vita donata nel servizio diventa una vita vera, degna di essere vissuta.
Lungo la vostra giovane vita e negli anni a venire, vi sentirete messi in discussione. Vi diranno che non siete abbastanza o vi faranno credere che il vostro valore dipenda da un voto, da una carriera o dall’università che frequentate. Vi faranno credere che il vostro valore dipenda da un cognome o dall'appartenenza a un determinato giro o classe sociale. Vi faranno credere di essere inadeguati, di non essere amabili o che dovete cambiare per piacere non a voi stessi o a chi vi ama, ma a chi vi circonda e vi vorrebbe diversi.
Tu non devi cercare te stesso fuori di te. Tu sei unico. Tu sei irripetibile. Tutto ciò che sei è già dentro di te. Deve solo fiorire, venire fuori, diventare realtà, passare dalla potenza all'atto. Come te non c’è nessun altro. Questa storia non sarebbe la stessa senza di te. Non in termini generali – certo, siamo uno tra miliardi e il mondo va avanti lo stesso –, ma cambia per chi ti sta accanto. Questo viaggio non sarebbe stato lo stesso se anche solo uno di voi fosse mancato. Ognuno di voi è un tesoro, un arricchimento, un'ispirazione e un esempio per gli altri... se, e solo se, tira fuori la parte migliore di sé, cioè la capacità di amare. Ognuno di voi ha modi e intensità diverse di amare, ma la verità è che come ami tu, non può amare nessun altro. Ricordati sempre che in questa vita ci sono persone che solo tu potrai amare. Ci sono parole che solo tu potrai pronunciare, azioni e gesti che solo tu potrai compiere. Abbracci, sguardi e attenzioni che possono sgorgare solo da te. Senza di te tutto cambia e tutto sarebbe meno bello, meno pieno, meno vero. Non è retorica, è la realtà profonda della nostra esistenza: ognuno di voi è unico, e come te non c’è e non ci sarà mai nessuno.
Non accontentatevi delle briciole che a volte la vita vi offre. Il tuo cuore è fatto per l’infinito, per le cose grandi; è fatto di profondità, non di quantità. Il tuo cuore è fatto per un amore senza condizioni, per un amore fedele, per la promessa del "per sempre". Per un amore che ti permetta di essere te stesso, libero. Non puntare a niente di meno di un amore così, un amore che dà la vita, perché è questa la misura del nostro cuore. Niente di meno.
Grazie per il coraggio di essere partiti con noi. Grazie a tutti, specialmente a chi è partito da solo: siete stati davvero coraggiosi. Grazie per aver messo la vostra giovinezza al servizio degli altri; in questo momento della vita è uno dei vostri tesori più grandi. Grazie per i vostri sorrisi, per la vostra gioia contagiosa e per la vostra voglia di fare. Grazie a nome di tutte le persone che avete aiutato: senza ognuno di voi, tutto questo non sarebbe stato possibile.
Grazie di cuore. Che Dio vi ricompensi e vi benedica.”

Dopo la lettura della lettera, i ragazzi prendono carta, penna e una busta, e scelgono la postazione per loro migliore per scrivere. C'è chi scrive per mezz'ora, chi anche per un'ora, chi riempie quattro fogli e a chi ne basta uno solo. L’importante è metterci il cuore e, alla fine, fare un regalo a se stessi.

La serata prosegue in entrambe le case, con gli alti e bassi tipici dell’euforia dell’ultima notte.

Domattina per molti ragazzi la sveglia sarà alle 5:00 e, con quest'ultimo report, possiamo dare per conclusa la nostra esperienza in Perù.