"Grazie a voi potrò finalmente giocare con mio papà"
Oggi, invece, il sole non si fa proprio vedere. Il risveglio al mattino ci accoglie con un cielo pieno di nuvole, ma per fortuna senza un calo di temperatura. L'aria è ancora piacevolmente accogliente, si sta proprio bene. Come già raccontato ieri, mentre la mattina del gruppo A è dedicata a preparare un po' di cemento, rifinire la prima parte delle tribune, fare i ritocchi, verniciare il campo, posizionare le reti e le decorazioni per l’inaugurazione, la mattina del gruppo B è esattamente come le precedenti: fare tanto, tantissimo cemento e portarlo su in alto, dove sorge il campetto.
La mattina del cantiere A si conclude con la benedizione del campo, accompagnata dalle parole dei beneficiari. Il primo a parlare è Diego, il vicepresidente della comunità, che ha trascorso tutti questi giorni spalla a spalla con i ragazzi a gettare cemento. Diego è di poche parole, si commuove e non riesce a continuare il suo discorso. Poi è il turno di Madam, una delle signore che ha passato queste giornate in cucina insieme alle altre cuoche e che è, soprattutto, la presidente della comunità. È una donna forte, composta, e ci racconta la storia di questa realtà che oggi accoglie circa 200 famiglie. Sono 26 anni che aspettano uno spazio dignitoso dove i bambini possano giocare. Quello che per noi sarebbe un campo snobbato dai nostri ragazzi, per loro è molto più di questo: è l’avverarsi di un sogno, un motivo di speranza, una ragione di sicurezza, una gioia non solo per i bambini ma anche per gli adulti. Ventisei anni d’attesa per poter vedere concretizzarsi un desiderio grande, che ha preso forma davanti ai loro occhi (e ai nostri) come frutto dell’impegno, della fatica e del sudore di tutti i nostri ragazzi.
E parlano anche i bambini. Ionas riesce solo a dire grazie, facendoci capire quanto sia contento del campetto. Josue, invece, dice qualcosa in più: è felice di poter finalmente giocare su un campo di cemento, ma soprattutto perché potrà giocare con suo papà. Un dettaglio da non trascurare. Questo campo non è soltanto un luogo per fare sport, è uno spazio per la comunità, per stare insieme e al sicuro. Tutti noi non riusciamo, per quanto ci impegniamo, a capire quanto questo sia importante per loro. Abituati ad avere tutto e subito, facciamo fatica a cogliere le mancanze, quelle che per noi sono scontate, ma che per altri esistono solo nei sogni – sogni che a volte, come questa, diventano realtà.
Dopo la benedizione del campetto, i ragazzi e la comunità mangiano l’ultimo pasto qui a Pamplona e, oltre al salato, c’è anche il dolce: i “picarones”, una sorta di donut fritto fatto con zucca e carota, poi bagnato nel miele di canna. Subito dopo parte il torneo: il campetto è multisportivo, si può giocare a calcio, a pallavolo e a pallacanestro, così organizziamo una partita combinando due sport su tre: calcio e basket, Wecare contro la comunità. Purtroppo, in un certo senso, l’agonismo sportivo ha il sopravvento e i nostri ragazzi, alti il doppio dei locali, hanno la meglio non solo a pallacanestro, ma anche a calcio…
Dall’altro lato della strada, una “montagna” più in là, il gruppo B arriva a fine mattinata con il campo terminato. Si mangia tutti insieme e poi si risale per la benedizione. I “vecinos” hanno preparato un ballo, i ragazzi lo seguono con attenzione e poi parte una sorta di “pogo” con una vera e propria invasione di campo (un po' selvaggia per i miei gusti). Anche qui Maria, presidente della comunità, ringrazia i nostri ragazzi, ringrazia Wecare e Bridges, il nostro partner, e quanti hanno reso possibile questo sogno.
Ho avuto la fortuna, la benedizione e la grazia di intervistare una delle signore della cucina. Mi ha parlato della loro vita qui, delle difficoltà, di quanto sia tosta l'esistenza a causa della mancanza di acqua potabile e della rete fognaria. Si è lamentata della difficoltà delle strade, di quanto tutto sia ripido e, di conseguenza, pericoloso. Quando le ho chiesto in che modo il campetto costruito dai ragazzi fosse importante per lei, i suoi occhi si sono inumiditi. Mi ha raccontato che ha una figlia di 4 anni, Allison. Sono state abbandonate dal padre quando la bimba aveva solo 11 mesi. Allison, che ancora non capisce, pensa che suo papà sia lontano per lavoro, e forse spera un giorno di rivederlo. Ines mi racconta dei primi passi della figlia e di quanto fossero stati una vera e propria preoccupazione. Mi spiego meglio… qui il pavimento delle case non è un vero pavimento, è solo un’estensione della strada: quindi terra, pietre e sporcizia. E le case sono molto piccole. Allison ha imparato a camminare per le strade ed è caduta tante volte – normale fin qui – solo che, cadendo tra terra e pietre, si è fatta molto male. Ines è felice perché i bambini che arriveranno (e chissà, magari in futuro anche un altro suo) potranno imparare a camminare nel campetto, al sicuro.
Forse può sembrare una sciocchezza, ma per lei non lo è. Il campetto non è solo un posto dove fare sport e stare insieme, ma diventa anche un luogo sicuro dove i bambini possono imparare tante cose, persino a camminare. Ho pensato ai primi passi di mio figlio, dentro una casa bella e accogliente, sopra una sorta di tappeto di gomma per attenuare le cadute e con cuscini disposti nei punti potenzialmente pericolosi, in modo da ridurre al minimo i danni in caso di caduta. Solo allora, forse, ho capito un pochino di più la gioia di questa giovane mamma.
Dopo la benedizione del campo, un gruppo di ragazzi rimane a giocare con la comunità, mentre altri due gruppi visitano per l’ultima volta l’orfanotrofio Ciudad de los Niños e la casa per uomini abbandonati Sembrando Esperanza. Mentre scendevamo verso i pullman ho incontrato Ines, che tornava da scuola dopo aver preso Allison; la bimba era infatti con lei. Ho salutato Allison e le ho chiesto l’età. A conferma di quanto detto dalla mamma, mi ha risposto che aveva compiuto da poco 4 anni e, senza che io chiedessi nulla, ha continuato dicendomi che però non aveva potuto avere una torta perché non avevano soldi. Sicuramente non è la fine del mondo non avere una torta di compleanno, ma è stato comunque un pugno nello stomaco sentirselo dire da una bambina che, come ogni bimbo al mondo, meriterebbe a prescindere di essere festeggiata. Perché essere festeggiati significa molto: ti fa accorgere di quanto sei amato. Con qualche ragazzo che era lì con me abbiamo messo insieme una modesta somma di soles e l'abbiamo consegnata a Ines, chiedendole di usarla per la torta di Allison. Le abbiamo abbracciate e abbiamo proseguito per la nostra strada.
Ogni gruppo torna a casa felice e fiero del risultato, di uno sforzo che si è trasformato in qualcosa di così bello per così tante persone. Non so fino a che punto i ragazzi siano consapevoli che quello che per noi è solo un campetto in cemento, per queste comunità rappresenta una vera e propria svolta. Ma so che hanno toccato con mano la gratitudine negli abbracci, nei sorrisi, nelle risate e in tutte quelle piccole azioni che sono veri e propri gesti d’amore.
Domani saremo in gita – i ragazzi se lo sono meritato – e quindi anche il diario di viaggio farà la sua pausa.



