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La bellezza degli imprevisti

Filippo Masetti

È iniziata.
Ci siamo. Dopo mesi di preparazione, incontri, riunioni e telefonate, la missione è finalmente partita. E, come spesso accade con noi, il primo giorno ha voluto ricordarci subito che le missioni si scrivono anche, se non soprattutto, con gli imprevisti. Forse è proprio per questo che, dopo anni di Wecare, ho imparato a non stupirmi più di tanto: la partenza perfetta, in fondo, non fa parte del nostro vocabolario.

Il viaggio è iniziato con circa 14 ore di volo per chi partiva da Roma, anche di più per chi ha affrontato uno scalo prima di raggiungere Buenos Aires. Arrivati a Baires, un primo gruppo di 29 ragazzi è riuscito a proseguire verso Posadas, mentre altri 50 sono rimasti a terra: il volo di collegamento è stato cancellato senza troppe spiegazioni, come purtroppo accade spesso.

Non nascondo che, quando è arrivata la notizia, l’umore tra i ragazzi si è spaccato a metà tra l’incredulità e un principio di disperazione. Dopo 14 ore di volo, con il corpo che chiede soltanto un letto, l’idea di non essere ancora arrivati, e di non sapere nemmeno quando lo si sarebbe stati, era difficile da digerire.
Quando abbiamo capito che la compagnia aerea non ci avrebbe fatto ripartire prima di due giorni, dopo mille telefonate siamo riusciti a convincere il nostro bus di fiducia a partire nel giro di due ore. Quel bus ci ha poi regalato altre 14 ore di viaggio. Partiti mercoledì pomeriggio, siamo arrivati a destinazione la mattina di venerdì.

Ma la cosa più bella non è stata l’arrivo. È stato quello che è successo dentro quel bus.
Perché se, all’inizio, la delusione era palpabile, quasi tangibile, nel giro di poche ore quel pullman si è trasformato in qualcosa di diverso: una piccola comunità in movimento, fatta di canti, risate, giochi improvvisati per ammazzare il tempo e chiacchiere che hanno avvicinato ragazzi che, fino al giorno prima, nemmeno si conoscevano. Ed è lì che i ragazzi ci hanno sorpreso ancora una volta.

Li critichiamo spesso perché li consideriamo fragili, troppo immersi nei telefoni, poco abituati alla fatica e alla scomodità. E poi, puntualmente, ogni volta che vengono davvero messi alla prova, tirano fuori una resilienza straordinaria, quasi commovente. Con il sorriso, per giunta, che è forse la cosa più difficile da spiegare a chi non l’ha vista con i propri occhi.

Non è retorica: appena arrivati, devastati dal viaggio, alcuni dei ragazzi del bus mi hanno chiesto di non riposare e di andare direttamente al lavoro. Nessuno, e sottolineo nessuno, ha scelto di fermarsi, nonostante fosse un’opzione più che legittima dopo un viaggio del genere. Dopo un giusto momento di ristoro, entrambi i gruppi sono quindi partiti per il cantiere.

Il primo giorno è, anche in condizioni normali, la giornata più faticosa della missione. Questa è stata, senza dubbio, una delle giornate più dure che ricordi, per due motivi. Il primo: oggi è stato il giorno più freddo degli ultimi cinque anni a Posadas. C’erano circa 12-13 gradi al sole, quando qui siamo abituati a tutt’altro clima. Da domani, fortunatamente, le temperature dovrebbero risalire, fino ai 22-23 gradi previsti per sabato, decisamente più in linea con la stagione.
Il secondo: il lavoro di oggi consisteva nello scaricare il materiale necessario per la costruzione di 20 case. Un’attività che, di per sé, è già estremamente pesante anche nelle condizioni migliori, figuriamoci dopo due giorni praticamente senza sonno.
Ma, ancora una volta, i ragazzi ci hanno stupito. Non tanto per la capacità di portare a termine il lavoro, quanto per l’atteggiamento con cui lo hanno affrontato: senza una lamentela, con quella leggerezza che solo chi ha deciso di esserci davvero riesce a mantenere.

Rientrati a casa, docce (per alcuni sfortunati, incluso il sottoscritto, tiepide, per usare un eufemismo.. speriamo di aver risolto il problema per domani) e poi la prima riunione. Ho spiegato ai ragazzi le regole del gioco: questa non è una vacanza, ma una vera e propria missione. Una missione faticosa, fisicamente ed emotivamente, pensata e costruita per tirare fuori il meglio di loro.

Un’esperienza che, in un certo senso, è progettata per metterli in crisi, nel significato più autentico e più bello del termine. Krisis, in greco, non significa semplicemente “difficoltà” o “problema”: indica una scelta, un giudizio, un momento di passaggio in cui si è chiamati a decidere chi si vuole essere. Ed è esattamente questo che chiediamo loro, giorno dopo giorno: essere sé stessi, nel bene e nel male, senza maschere e senza scorciatoie.

Ho poi presentato il nostro team, quasi al completo. Dico “quasi” perché il sacerdote arriverà solo domani. Padre Cesar, che avrebbe dovuto essere con noi, vive a Caracas e, dopo il terremoto, ha scelto di restare lì per aiutare la propria comunità: una decisione che rispettiamo profondamente. Al suo posto arriverà un sacerdote spagnolo che vive a Salta.

A chiudere la giornata, uno splendido asado preparato per noi, che dopo tutto quello che avevamo vissuto ha avuto il sapore di una piccola vittoria. E finalmente, dopo quasi due giorni e mezzo di viaggio, per me è arrivato il momento di andare a dormire. I ragazzi, invece, li sento ancora parlare, pieni di energia come se non fossero passate 14 ore di volo, altre 14 di bus e un’intera giornata di lavoro. Beati loro. E beata la loro energia.

Domani iniziamo a costruire le case.