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⁠Il filo di Arianna nel labirinto della vita: i miei 13 anni con Wecare

Santiago Masetti

Roma, 19 maggio 2026


Mi è stato chiesto di dire due parole su Wecare, sull’impatto che partire in missione ha avuto sulla mia crescita e più in generale su che cosa significa nella mia vita questa realtà. La mia prima reazione è stato chiedermi, perché? Spiego, sinceramente non mi sento ancora così avanti con gli anni da poter “dire la mia”, insomma… mi sento giovane. Poi, subito dopo questo pensiero, la realtà mi ha rimesso con i piedi per terra. Sono successi due fatti in rapida successione:
1) Mia moglie mi ha spedito da una nutrizionista, presente in sala, che con poche parole mi ha distrutto: il tuo metabolismo è cambiato, sei sovrappeso, devi fare la dieta.
2) Facendo un rapido conteggio mi sono reso conto che sono ormai tredici anni che parto in missione, e che, più o meno, ho partecipato a circa 15/16 viaggi, tradotto, da quando ho quindici anni ogni estate due o tre settimane le passo in giro per il mondo con Wecare. Questo mi ha portato ad ulteriori due considerazioni, la prima è che il mio pessimo inglese è completa responsabilità di Nando. La seconda è che nonostante in sala sia presente gente più saggia di me, qualcosa da dire, forse, la ho. Quindi mi sono seduto, e ho provato a mettere insieme i cocci dei miei ultimi tredici anni di vita, cercando di capire dove wecare si inserisse.

Chi mi conosce bene sa che purtroppo, sulle cose scritte, sono un accumulatore seriale, e dunque ho avuto la fortuna di potermi rileggere le cose che scrivevo nei libretti di tredici, dodici, undici anni fa, quando ero ancora un adolescente insomma. E ho potuto così ricordare, richiamare al cuore, come da etimologia. E in questa operazione di memoria, oltre a commuovermi ogni tanto, ho visto una strada percorsa, travagliata, ma sensata. Mi sono reso conto che il ragazzo che è partito per la prima volta aveva un cuore inquieto, selvaggio, libero ma perso. La sensazione che provavo rileggendomi era quella di una persona che vagava dispersa e senza meta in un dedalo di vie. E più andavo avanti più mi accorgevo come poco a poco, chiaramente non solo grazie a Wecare, ma io credo con un contributo fondamentale, a quel ragazzo fosse stato donato un filo di Arianna per essere in grado di uscire da quel dedalo, da quel labirinto del non senso.

Penso che l’uomo nasca con una dignità infinita, e che appropriarsi di questo dono e formare la propria identità sia l’avventura della vita. Un altro elemento costitutivo di noi esseri umani, credo, è la nostra storicità e intersoggettività, viviamo un presente, qui, ora, e lo viviamo insieme ad altre persone. Credo che partire per le missioni, al di là del bene che si fa, tangibile e reale chiaramente, e assolutamente non di secondo piano. Al di là delle amicizie che si creano e coltivano, essenziali anche loro, alcune di quelle amicizie sono ancora ad oggi le più profonde e vere che ho, al di là anche dell’importanza di confrontarsi e scontrarsi con realtà diverse, più povere, che ci fanno aprire gli occhi sull’immensa fortuna e responsabilità che abbiamo, ecco ritengo che aldilà di tutto questo, partire in missione ti dia gli strumenti adatti a confrontarti con la realtà, accettarla e trasfigurarla.

Credo che il dedalo di vie di cui parlavo prima sia la vita, quante situazioni di sofferenza nel mondo, di ingiustizia, di crudeltà, quante situazioni di dolore nella nostra vita, quante ferite non sanate, abbandoni, tradimenti, insomma, quanta vita. Ma che potenza, credo, quando qualcuno ti dona l’opportunità di muoverti all’interno di questo labirinto, che è il tuo cuore, e ti permette di farlo con un filo, che ti condurrà verso un luogo, una meta, un senso. Il filo è l’amore, inteso con la A maiuscola, un amore che è buono, bello, vero. Un amore che non è buonismo, bontà a buon mercato che ci impedisce di trovare l’uscita, che non è dura verità, vera, appunto, ma che non riscatta, che non è bellezza effimera vissuta sulle spalle dell’altro. Ma un amore che è l’amore che non ci risparmia, che ci conduce, attraverso il dedalo che è la vita, alla nostra pienezza, alla nostra verità, insomma, alla nostra vocazione.

Credo che partire in missione dunque ti dia questo, l’opportunità di confrontarti attraverso il qui e ora, attraverso le contingenze che uno vive, con te stesso. Ti concede il privilegio di interrogarti sulla tua identità e lo fa offrendo in dono, con delicatezza e gratuità, il filo di Arianna che, trasfigurando i mostri in opportunità, ci permette di trovare la nostra strada verso casa. Approfitto dunque dell’occasione per ringraziare Nando, che ha iniziato tutto questo, Pietro e Filippo, che hanno avuto il coraggio di seguirlo, tutte le persone che negli anni hanno contribuito ad ogni singolo viaggio e soprattutto per ringraziare voi, genitori, che avete avuto l’apertura di concedere ai vostri figli questa incredibile opportunità.

Grazie davvero.

Santiago