
Una storia che ha toccato le nostre storie personali
Roma, 19 maggio 2026
Buonasera a tutti,
verrebbe da pensare che tutti noi siamo qui stasera per la gioia di condividere la tavola — per il cibo, insomma — che in ogni cultura rappresenta un momento di raduno e di incontro. Ma lo sappiamo bene, o almeno lo spero: per quanto il nutrimento sia importante, il cibo è solo la scusa per ritrovarci. E nel ritrovarci, stiamo facendo qualcosa di grande: sostenere insieme il progetto Sosteniamoci per le famiglie di Wecare a Roma, che dai tempi della pandemia garantisce ogni mese la spesa a oltre 200 famiglie. Questa sera, grazie alla presenza di ciascuno di voi, e per ognuno di voi, assicureremo almeno due mesi di frutta a una famiglia del Comune di Roma.
In questi vent’anni, a partire dalle prime esperienze di volontariato — come le chiamiamo oggi — o missioni — come si chiamavano un tempo —, siamo stati testimoni della nascita e della crescita di qualcosa di più grande di un progetto, più grande di una persona, più grande di quante ne hanno attraversato la vita. Molti di voi ci conoscono da più di dieci anni, altri da poco meno, qualcuno addirittura solo da qualche mese. C’è chi ha toccato con mano l’esperienza delle missioni, e chi invece l’ha vissuta attraverso le persone che ama: nei racconti di un figlio, di una moglie, di un marito, di un caro amico o amica. C’è anche chi vedrà i propri figli impegnati per la prima volta in un’esperienza di volontariato con Wecare in quest’estate ormai alle porte. E c’è chi è qui perché, trascinato dall’entusiasmo di qualcuno che gliene ha parlato, ha scelto di sostenere i nostri progetti. Il fatto è che tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo incontrato questa storia. Ed è per questo che siamo qui.
Quando qualche mese fa ragionavamo su come impostare questa serata, non vi nascondo che ci siamo trovati di fronte a qualche difficoltà — o meglio, a qualche legittima preoccupazione. Quella di Wecare non è una storia lineare, perfetta, impeccabile: è una storia fatta di tentativi e, di conseguenza, anche di fallimenti. Una storia con alti e bassi, con difficoltà, conquiste e frustrazioni. Elementi presenti da sempre, non solo nel passato, ma anche di recente. Una storia imperfetta, non lineare — come lo è ogni storia autenticamente umana, e proprio per questo infinitamente bella. Tra discussioni, confronti interni e suggerimenti di alcuni di voi, una cosa è emersa con chiarezza: c’è un filo conduttore. È un seme — che in molti oggi è già germogliato in frutto — di queste esperienze che restano nel cuore. Come ogni cosa che resta nel cuore, ha la potenzialità di dare frutto: prima nella propria vita, poi in quella degli altri, nella nostra società.
C’è qualcosa che, attraverso il dono di sé in un’esperienza di volontariato, scende in profondità nel cuore — piccole o grandi certezze, consapevolezze più mature non solo sul mondo ma soprattutto su sé stessi — qualcosa che è come un fondamento su cui continuare a costruire la propria vita e attorno a cui articolare le proprie scelte. Cercando di cogliere l’essenza di questo seme, mi sono dedicato a una vera e propria ricerca. Non ho voluto partire da me ma dall’esperienza di chi ha vissuto questi viaggi come volontario. In questi vent'anni, Wecare ha portato a termine più di 70 esperienze di volontariato, di cui più della metà concentrate negli ultimi cinque anni.
A ogni esperienza corrisponde un video-documentario che custodisce i racconti di chi è partito con noi. E anche se sono trascorsi vent'anni dalle primissime voci dei ragazzi del 2006, i loro vissuti non sono diversi da quelli degli anni successivi, e rimangono incredibilmente simili persino alle testimonianze dei giovani del 2025.
C’è un chiaro filo conduttore, un seme che tocca il cuore di ogni ragazzo e ragazza che si mette in viaggio con noi: il dono di sé si trasforma in un incontro profondo con la propria identità e con un cuore fatto di desideri e sogni, ma anche di paure e sfide. Nel dono di sé troviamo la nostra dimensione più autentica, e per quello anche la più bella, spesso nascosta per timore che un tesoro così grande venga ferito da una società che non ha più tempo per le cose che contano. Oggi, nel quotidiano, ci nascondiamo dietro tante maschere, ma nessuna di esse ha la forza, o quanto meno non dovrebbe, di oscurare la nostra vera identità: siamo fatti per donare generosamente la nostra vita e rendere quella degli altri più bella… Solo così potremo essere felici. E ognuno di noi qui presenti, quanto rendiamo più bella la vita degli altri?
Eppure un seme resta una potenzialità: non è scontato che fiorisca, che da possibilità diventi realtà. Un seme a volte può annegare nelle preoccupazioni, nelle difficoltà, nella mancanza di speranza, nello smarrimento che può colpire ciascuno di noi. Il seme ha bisogno di cure per crescere, per rompere il guscio, per radicarsi nella vita e nella storia, e dare frutto. Cosa vogliamo fare con questo seme? Non è una domanda retorica. La faccio a tutti voi, e la faccio prima di tutto a me stesso: cosa vogliamo fare con questo seme che sono state — e per alcuni lo sono ancora — le missioni nella nostra vita? Questo seme di cui parliamo, quindi, non è un concetto astratto. Non cade nel vuoto e non rimane sospeso in aria: entra nel cuore, ha un profondo bisogno di entrarvi.
Prenderci cura del seme non è altro che, prima di tutto, prenderci cura del nostro cuore. Non a caso, quando tre anni fa Missioni è diventata Wecare, abbiamo scelto come logo un cuore formato da due mani che camminano insieme. Sono due mani uguali: nessuna è più forte o più grande dell’altra, perché chi dà e chi riceve non si trova in una posizione di disparità. Anzi, fanno strada insieme, arricchendosi a vicenda. E sono proprio queste due mani, unite, a formare il nostro cuore.
Ma che cos’è, davvero, il cuore? Al di là di una definizione strettamente medica — comunque illuminante, visto che parliamo del muscolo che pompa la vita in tutto il nostro organismo e che richiede un costante esercizio, quasi a ricordarci che anche l'amore ha bisogno di allenamento, senza il quale è difficile andare lontano — al di là, dicevo, della biologia, abbiamo alle spalle secoli di riflessione cristiana sul cuore. Come nel pensiero del Santo d’Ippona, Sant’Agostino, per chi il cuore, per sua natura, non è mai statico. È abitato da un desiderio di infinito, di bellezza e di giustizia che nessuna cosa materiale, superficiale, finita o temporanea può saziare pienamente. Nel nostro cuore risiede un’ “inquietudine” che non è un'ansia negativa, ma il motore più potente dell’essere umano: è ciò che ci spinge a non accontentarci, a metterci in viaggio, ad amare, e, visto che ci siamo, a fare anche volontariato. Non a caso, le certezze più autentiche della nostra vita non sono puramente razionali, che non vuol dire che siano irrazionali: sono certezze che nascono dal cuore. In spagnolo esiste una parola bellissima che noi ispanoparlanti usiamo proprio per indicare questa sapienza intima del cuore: corazonada. Prendiamoci quindi cura del nostro cuore, diamogli ascolto, nutriamolo di bellezza, verità e di bontà.
Per concludere vorrei soffermarmi su un ultimo punto che mi sta molto a cuore: l’unicità di ciascuno di noi: come te, che sei qui stasera a festeggiare e sostenere Wecare, non ce n’è un altro al mondo. Sei unico e irripetibile, e questa è una certezza bellissima. Perché quando pensiamo — e di conseguenza viviamo — come se fossimo solo un pezzo intercambiabile, che vale quanto un altro, finiamo per non cogliere il peso e il valore della nostra parte in questa storia che chiamiamo vita, che chiamiamo esistenza. Quando invece capiamo che nessuno potrà mai sostituirci, che come te non c’è nessun altro e non ci sarà mai, allora la vita ha tutto un altro sapore. La tua esistenza non è casuale: ha un senso, ha un’importanza, non sei il frutto di una serie di coincidenze dell’esistenza, la tua vita ha una sua ragione di essere, e questo cambia tutto. Questa storia ha bisogno di te, nella tua versione più bella, che è quella più autentica perché inseparabile dalla tua identità. Autenticità che il più delle volte è anche imperfetta, fragile, vulnerabile — ma bella, e ricca di tutto ciò che racchiude.
Grazie di essere qui questa sera. Grazie a tutti voi che in questi anni ci avete affidato i vostri ragazzi per quel breve ma intenso periodo che chiamiamo missioni e grazie a quanti ce li affiderete in futuro. Grazie a tutti voi che siete partiti, grandi e piccoli: siete stati, e siete, un dono per Wecare. Grazie, infine, al Signore della storia. Non sarei onesto con nessuno dei presenti — e soprattutto con me stesso — se non riconoscessi che in tutto questo, in una storia sempre più grande di tutti noi, il merito più grande è Suo. Dio è infinitamente buono, e gli basta veramente poco per farle non soltanto nuove, ma più grandi di quanto noi potremo immaginare. Non di quantità, ma di qualità, di profondità. È Lui che, dal mio personalissimo punto di vista, ha reso possibile tutto questo.
Grazie di cuore.
Fernando


