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Il proprio valore non va conquistato. Esiste già.

Filippo Masetti

Giorno 2 – Il viaggio interiore

Oggi è cominciata la costruzione vera e propria delle case. Ma prima ancora del cemento e del fango, oggi è iniziato anche l’altro viaggio, quello che conta almeno quanto le case: il viaggio interiore.

Come ogni anno, i ragazzi hanno un libretto che li accompagna lungo tutto il percorso. È fatto di testi, domande e spazi da riempire, pensati per dare un nome a ciò che vivono e sentono giorno dopo giorno. Ci sono momenti di riflessione personale nel silenzio, momenti in cui scrivere davvero, conferenze e incontri in piccoli gruppi con le persone con cui ci si sente più a proprio agio, dove raccontare e condividere la propria giornata

Quest’anno le conferenze saranno tenute da Johan, che viaggia con noi da tanti anni. Stamattina ha proposto la prima, dedicata alla conoscenza di sé. Ha messo l’accento sugli strumenti necessari per imparare a guardarsi dentro, ma soprattutto sulla capacità di imparare ad amarsi: una condizione fondamentale per poter amare davvero anche gli altri. La riflessione personale vera e propria è arrivata nel pomeriggio, dopo il lavoro al barrio.

Il libretto si apriva con un testo di Alessandro d’Avenia, scritto come una lettera a un adolescente. L’autore raccoglie le domande che negli anni gli sono state rivolte dai tanti ragazzi incontrati: come si fa a non buttare via l’adolescenza? Come si torna a innamorarsi dopo essere stati feriti? Come si sopporta di non sentirsi mai abbastanza belli, abbastanza bravi, abbastanza amati? Sono domande dure, alcune pesantissime. C’è chi arriva perfino a farsi del male per anestetizzare un dolore ancora più grande. La risposta di d’Avenia non è consolatoria. Dice semplicemente che dietro ogni domanda di un adolescente si nasconde la stessa fame: quella di sentirsi amato davvero, non per ciò che sa fare.

Subito dopo c’era un secondo testo, sempre suo, che utilizzava l’immagine delle quattro stanze del cuore. Una è la stanza del dolore, quella che ci tiene ancorati al passato. Una è la gioia, il luogo del sentirsi amati e del vivere con slancio. Una terza è la paura, la stanza dove fin da bambini accumuliamo tutto ciò che temiamo: il senso di inadeguatezza, la vergogna di non sentirci mai abbastanza. L’ultima è la stanza del desiderio, quella che ci spinge in avanti invece di lasciarci dipendere dal passato, dalle paure o dai giudizi.

Dopo questi due testi, i ragazzi hanno avuto il momento della scrittura personale con domande dirette: Perché è bello essere te? Ti accetti così come sei oggi? C’è qualcosa di te di cui ti vergogni, che ti fa sentire fuori posto? Qual è la tua caratteristica più bella? E quale quella che fai più fatica ad accettare?

Non sono domande a cui si risponde in pochi minuti. E infatti tanti si sono presi tempo, nel silenzio. Qualcuno si è commosso, qualcuno ha lasciato cadere anche qualche lacrima. Il percorso si chiudeva con la domanda che, in fondo, racchiude tutte le altre: chi sono davvero?

Il testo spiegava come spesso cerchiamo la risposta nei posti sbagliati: nell’immagine che diamo agli altri, nei risultati che otteniamo, nella approvazione degli altri . Oppure finiamo per identificarci con le nostre ferite o con i nostri errori. Eppure la verità su di noi sarebbe molto più profonda e si può scoprire solo fermandosi, ascoltandosi, senza rifugiarsi continuamente nel rumore e nella fretta.

C’era un pensiero che mi ha colpito particolarmente, da restituire a dei sedicenni: il proprio valore non va dimostrato, né conquistato. Esiste già, prima di ogni successo e prima di ogni caduta.

Ed è forse proprio questo il senso di un viaggio come il nostro. Non si tratta soltanto di aiutare qualcuno a costruirsi una casa. Si tratta anche di lasciarsi toccare da ciò che si vive, imparare a guardarsi con più verità e forse scoprire che alla domanda «chi sono?» si comincia a rispondere proprio quando si ama concretamente, mettendosi a disposizione di qualcun altro.

Ma torniamo alla mattina, perché prima di tutto questo c’è stato il barrio.

Ci siamo divisi in dieci squadre, una per ogni casa da costruire, e sono state le famiglie a scegliere la propria squadra, sulla base di ciò che avevano visto e delle persone conosciute ieri. Non siamo noi a scegliere chi aiutare: sono loro a scegliere chi li aiuterà.

Il barrio in cui lavoriamo in questi primi tre giorni si chiama El Pozo, e il nome non è casuale. Sorge in un avvallamento dove il terreno non si asciuga mai. Qui si scava nel fango, si costruisce nel fango, e vedere le condizioni in cui vivono queste famiglie è già di per sé il primo vero lavoro della giornata.

Sono ormai tre anni che torniamo in questa zona, una delle più difficili in cui operiamo come organizzazione. Abbiamo cercato di far comprendere bene ai ragazzi il peso di ciò che stanno facendo. La casa che costruiamo è semplice, ma permette a una famiglia di sollevarsi da terra, allontanarsi dall’umidità, migliorare le condizioni igieniche e iniziare a guardare al futuro dei propri figli con un po’ più di dignità.

C’è poi un’altra sfida, meno visibile ma altrettanto importante. Lavoriamo insieme a TECHO, un’organizzazione argentina composta da volontari locali, che parlano un’altra lingua e hanno metodi di lavoro talvolta diversi dai nostri. A volte serve trovare compromessi e costruire insieme la strategia migliore. Anche questo fa parte dell’esperienza che vogliamo offrire ai ragazzi: imparare la pazienza, la diplomazia, la capacità di trovare un linguaggio comune per raggiungere tutti insieme lo stesso obiettivo.

Tornati a casa ci aspettavano una doccia e poi l’incontro con il sacerdote di cui vi parlavo ieri, che ha avuto modo di presentarsi ai ragazzi. Poi è arrivato il momento della riflessione di cui raccontavo sopra e dei primi gruppi di condivisione. Alcuni sono andati avanti ben oltre l’ora che normalmente concediamo.

È un segnale bello. Vuol dire che i ragazzi avevano tante cose da dire e hanno scelto di dirle con una serietà che, sinceramente, non ci aspettavamo così presto.

A cena, cotoletta con purè. È sparita dai piatti in tempo record. Nota positiva: domani, finalmente, le temperature dovrebbero iniziare ad alzarsi.