
Le ferite che trasformano
Partiamo dalla notizia della giornata: stamattina ci siamo svegliati letteralmente sott’acqua. Un tubo è esploso nella camera di due ragazze e in pochi minuti l’acqua ha invaso tutto il piano, costringendo mezzo staff a correre in giro per i corridoi armato di asciugamani nel tentativo — piuttosto eroico — di arginare l’alluvione. Il momento più esilarante è stato quando abbiamo chiesto a uno dei ragazzi di darci una mano per fare più in fretta, e lui alle 6:40 del mattino si è messo a correre per i corridoi urlando “EMERGENZA, EMERGENZA, EMERGENZA” a squarciagola, riuscendo nell’impresa di svegliare (e spaventare) praticamente tutti quelli che ancora dormivano. Alla fine il danno è stato contenuto: un paio d’ore senza acqua per tutti, e le due ragazze “sfollate” promosse — tra le risate generali — alla suite imperiale (fate un po’ voi il paragone con gli standard di una casa di ritiro…).
Il cantiere oggi è andato un po’ a rilento. Non è mancato l’impegno — anzi, tutti continuano a mettercela tutta, senza drammi né lamentele al risveglio — ma si sente il peso della stanchezza accumulata e delle serate che, tra chiacchiere e voglia di stare insieme, si allungano sempre un po’ di più. È bello vedere quanto questi ragazzi tengano al tempo condiviso, ma inevitabilmente qualcosa se ne va a scapito della produttività di giornata.





Stamattina abbiamo affrontato la terza tematica del percorso di questo viaggio: la sofferenza. Il Padre ha introdotto il tema con una riflessione su cosa significhi soffrire, e nel pomeriggio i ragazzi hanno lavorato individualmente su alcune domande personali, mettendosi in ascolto delle proprie ferite e di come queste li abbiano segnati e, in qualche modo, anche formati.
Il filo conduttore della giornata, per usare le parole con cui il Padre ha chiuso il momento di riflessione, è stato questo: il dolore cambia tutto. Cambia lo sguardo con cui guardiamo il mondo, cambia ciò che ci sembra importante e ciò che invece perde peso. Non è qualcosa da subire e basta, o da evitare a ogni costo: è una soglia, un passaggio. Quando la sofferenza viene accolta invece che negata, scava dentro di noi una profondità nuova — ci rende più fragili, sì, ma anche più veri, più umani. Ci mette davanti a un bivio: o ci apriamo, diventando più sensibili e più capaci di amare, oppure ci chiudiamo, ci induriamo. Non esistono vie di mezzo: è sempre una scelta.
Il Padre ha insistito molto su un punto: se non affrontiamo le nostre ferite, se non diamo un nome al dolore che portiamo dentro, quel dolore non sparisce — marcisce. Diventa frustrazione, rabbia, a volte anche cattiveria verso gli altri, che spesso non è altro che sofferenza che non ha mai trovato uno spazio per essere guardata, capita, condivisa. Ma se quel dolore lo accogliamo e lo custodiamo con cura, può trasformarsi in qualcosa di completamente diverso.
E poi la domanda più vera, quella che ha lasciato il segno tra i ragazzi: qual è lo scopo che ci permette di reggere il dolore? Qual è la gioia profonda che ci guida, anche quando tutto sembra crollare? Perché se nella vita c’è qualcosa di vero a cui aggrapparsi — la fede, l’amore, la dedizione a qualcuno o a qualcosa più grande di noi — allora anche il dolore smette di avere l’ultima parola. Diventa attraversabile. Diventa persino fecondo: non perché scompaia, ma perché si trasforma in una forza nuova, che spinge a vivere con più verità, più attenzione verso gli altri, più gratitudine.
Ed è forse proprio questo il senso più profondo dell’essere qui, in missione: solo chi ha attraversato un po’ di dolore nella propria vita può davvero diventare compagno di chi soffre. Non siamo venuti per “salvare” nessuno — questa parola, tra l’altro, è stata più volte messa in discussione durante la riflessione — ma per imparare a stare accanto, a guardare, a condividere, ad amare nella verità. E in missione, tutto questo lo si tocca con mano ogni giorno: tanta gioia, ma anche tanto dolore vero. Lo si legge negli occhi dei bambini, nelle case che sembrano reggersi a stento, nei silenzi di chi è malato, nella solitudine degli anziani. E fa un po’ paura, perché ci mette davanti a domande senza risposte facili. Ma è proprio lì, se non scappiamo, che può succedere qualcosa: il dolore — nostro e degli altri — comincia a renderci più umani.
Detto questo, dopo una giornata così intensa (e dopo una notte iniziata con un’alluvione), stasera per me è prevista una bella dormita. Perché domani la sveglia sarà alle 4:00 per il safari — e temo si sia già sparsa la voce tra i ragazzi che la strategia migliore sia “tirare avanti finché si può”. Vedremo se la saggezza prevarrà sull’entusiasmo.

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