
Le fondamenta della casa, le fondamenta della vita
Oggi la sveglia è arrivata quasi senza sforzo. Essendo pochi, in una casa così compatta, non c’è stato bisogno di rincorrere nessuno: alle 7.15 erano già tutti pronti, seduti in ventidue intorno a un unico tavolo per la colazione, in una cucina che continua a sembrarci più un pezzo di casa vera che una base missione. C’è qualcosa, in questi spazi piccoli e condivisi, che unisce più in fretta di mille attività organizzate.
Poi il primo vero giorno di lavoro. Abbiamo diviso i ragazzi in cinque squadre da quattro o cinque persone, scegliendo i capisquadra sulla base di quel poco che siamo riusciti a intuire di loro in queste prime quarantotto ore insieme — una scommessa più che una certezza, ma inevitabile a questo punto del viaggio. Ogni squadra è stata affidata a tre volontari argentini, che li hanno accompagnati passo dopo passo nel capire cosa fare e come farlo.
La giornata di oggi è stata più pesante di ieri, perché si sono gettate le fondamenta delle case: la fase più lunga, quella che non perdona fretta né distrazione, perché tutto quello che verrà costruito sopra dipenderà da quanto bene è stato fatto qui, nella parte che poi nessuno vedrà più. È difficile non pensare a quanto valga lo stesso principio per le persone — che le cose che davvero reggono una vita sono spesso quelle invisibili, costruite con pazienza, lontano dagli occhi. I ragazzi hanno retto bene il ritmo, nonostante il sole fosse già alto e spietato fin dal mattino. L’unica cosa capace di fermarli è stata, puntualmente, una partita dell’Argentina.





E qui bisogna spendere due parole su cosa significhi il calcio in questo paese, perché chi non ci ha mai messo piede fatica a capirlo davvero. Non è uno sport tra tanti: è un linguaggio comune, un’appartenenza che attraversa ogni classe sociale, ogni barrio, ogni distanza. Anche nei quartieri più poveri, dove manca tutto, il calcio resta l’orgoglio più grande, la cosa che unisce quando il resto divide. Tornati a casa, ci siamo fermati tutti a vedere la partita,io, per metà argentino, e Nico, argentino fino al midollo, abbiamo sofferto ogni minuto come se ci andasse qualcosa di personale, salvo poi esplodere di gioia al fischio finale devo dire insieme a tutti i ragazzi. Fuori, le strade si riempivano lentamente di gente, di bandiere, di cori lontani che si avvicinavano. Ho portato i ragazzi in piazza per qualche minuto, giusto il tempo di vedere quella marea albiceleste crescere pian piano — un’immagine che racconta il paese meglio di qualunque spiegazione.
Alle 19, la prima Messa celebrata da Padre Rudolph. Le Messe non sono mai obbligatorie, ma invito sempre i ragazzi a partecipare: il Padre sta facendo questo viaggio insieme a loro, giorno dopo giorno, e questo gli permette di offrire uno sguardo diverso, più vicino a quello che stanno vivendo qui, in mezzo alla polvere e alla fatica.
Dopo si sono tenuti i primi gruppi di riflessione, guidati da Padre Rudolph e da noi dello staff: ragazzi e ragazze divisi, ognuno nel proprio piccolo cerchio, cercando di rendere l’ambiente il più comodo e accogliente possibile perché ci si potesse aprire davvero. Sono momenti preziosi, in cui si torna sui temi della giornata e ci si confronta con più libertà di quanta se ne trovi nel grande gruppo — dove a volte basta uno sguardo o una domanda giusta per far emergere qualcosa che altrimenti resterebbe non detto.
Infine, cena a base di empanadas — come ogni sera, divorate in pochi minuti, tra chiacchiere e la stanchezza sana di chi ha lavorato bene.

