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Le regole del gioco

Filippo Masetti

La missione è ufficialmente iniziata. Il viaggio è stato lungo e ha già messo alla prova il gruppo: atterraggio a Buenos Aires ieri alle sette di mattina, dopo una notte praticamente insonne, e subito un giro della città con tappa al Caminito, tra i suoi colori e le sue casette che sembrano uscite da un quadro. Ad accogliere i ragazzi però non è stato il caldo dell'estate italiana appena lasciata, ma un freddo pungente — quattro gradi — che ha spiazzato tutti. C'è chi si è coperto con tre maglioni, chi ha scoperto solo in quel momento che l'inverno argentino non scherza.

Dopo aver visto i monumenti principali della città e un pranzo veloce, siamo tornati in aeroporto per il volo verso Resistencia: una lunga attesa, gambe intorpidite, discussioni a bassa voce e qualche testa che cadeva dal sonno sulla sedia. Finalmente, all'arrivo, ci aspettavano i nostri partner, che ci hanno accolto con delle empanadas calde — il primo vero benvenuto nel Chaco — prima di lasciarci andare a dormire, esausti ma contenti di essere arrivati.

Il posto dove alloggiamo, essendo un gruppo piccolo, ha un'anima molto raccolta, diversa da una vera e propria struttura di accoglienza. Gli spazi sono condivisi, la cucina è a vista, e tutto quello che facciamo — i pasti, i momenti di riposo, le chiacchiere della sera — passa attraverso il gruppo.

La mattina siamo partiti presto: ho spiegato le regole e il programma della giornata, poi via al lavoro. I ragazzi costruiranno sei case e accompagneranno la costruzione di altre tre, realizzate in partnership con Techo, l'organizzazione argentina che segue insieme a noi tutta la fase costruttiva. Il compito di oggi è stato scaricare le case e trasportarle nei punti esatti dove verranno poi costruite per le  famiglie che le abiteranno. La zona è semidesertica, ed è quasi difficile da immaginare: siamo in pieno inverno, eppure nei prossimi giorni sono previsti trenta gradi. Gli spazi della baraccopoli sono enormi, a perdita d'occhio, e questo ha reso il trasporto dei materiali lungo, faticoso, a tratti sfiancante.

È stata una giornata pesante, vissuta con il jet lag ancora addosso e la stanchezza accumulata dei giorni precedenti. Eppure i ragazzi non hanno mai perso il sorriso né la voglia di darsi da fare — anzi, proprio nella fatica condivisa si è iniziato a vedere il gruppo prendere forma.

Tornati a casa, doccia, e poi il primo vero momento di raccoglimento: abbiamo introdotto il percorso interiore che accompagnerà questi giorni di missione. Abbiamo consegnato ai ragazzi il libretto con i testi che leggeranno nelle prossime giornate, e ho presentato Padre Rudolf, che sarà con noi per tutto il viaggio: sacerdote da appena due mesi, ma amico di Wecare da dieci anni, alla sua primissima missione nelle nuove vesti.

Padre Rudolf ha aperto la riflessione parlando di conoscenza di sé — di quanto sia raro, nella vita di tutti i giorni, fermarsi davvero ad ascoltarsi, invece di scappare sempre nella fretta e nel rumore. Ha invitato i ragazzi a pensare al proprio cuore come a uno spazio fatto di più stanze: quella del dolore che ci lega al passato, quella della gioia che ci fa sentire a posto nel mondo, quella della paura che ci fa dubitare di essere abbastanza, e quella del desiderio, che è ciò che ci fa tendere in avanti invece che restare fermi. Dopo la sua conferenza, i ragazzi si sono raccolti in un momento di riflessione personale, provando a rispondere per iscritto a queste domande, ognuno con i propri tempi e il proprio silenzio.

Cena a base di cotolette e patatine, tra le prime risate vere del gruppo, e poi a dormire — io almeno. Loro, nonostante la giornata durissima, sono rimasti ancora un po' a chiacchierare, come se la stanchezza non riuscisse a spegnere la voglia di stare insieme.