
Le fondamenta dell’amore
Ci siamo svegliati oggi con un filo di malinconia, quella che arriva sempre quando sai che è l’ultimo giorno. Ultimo giorno di costruzione, ultimo giorno nella baraccopoli, ultimo giorno in questa Posadas che negli ultimi giorni ci aveva regalato solo sole.
La mattina è iniziata con la conferenza di Johan, questa volta sul tema più grande e più difficile di tutti: l’amore. Johan è partito da una domanda che non ci si aspetta: per riuscire ad amare qualcuno, prima, bisogna essere stati amati davvero? Come scritto nel testo che i ragazzi hanno tra le mani, la vera salvezza nella vita è sentire che qualcuno ti guarda senza avere paura né schifo delle tue fragilità, dei tuoi limiti, di quella parte di te che normalmente nascondi. Ed è proprio da quello sguardo che, piano piano, si impara a fare lo stesso con gli altri.
Ha poi ribaltato un’idea che diamo un po’ tutti per scontata: che amare sia uno stato, un sentimento che c’è o non c’è. Amare è invece un verbo, non un sostantivo: un’azione che richiede carne e spirito, un’arte che si impara e si affina, un lavoro a giornata senza pensione. Per raccontarlo Johan ha usato l’antico mito di Filemone e Bauci, che i ragazzi hanno tra le pagine: due sposi poveri che accolgono degli stranieri quando nessun altro lo fa, e vivono così tanti anni insieme da chiedere agli dei di morire nello stesso istante, per non doversi mai seppellire a vicenda. Il punto, come è scritto anche lì, non era la favola in sé, ma quello che rappresenta: amare è riconoscersi nella differenza, dove ognuno è visto per quello che è e può non vergognarsene, e riceve dall’altro la grazia di poter essere così com’è — e proprio questo gli permette di diventare ciò che ancora non è.
Ha toccato anche il tema della vulnerabilità, riprendendo un passaggio che colpisce parecchio anche solo a leggerlo: amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque cosa vi sia cara, il cuore prima o poi soffrirà per causa sua, e magari anche si spezzerà. Si può provare a tenerlo al sicuro, chiuso in uno scrigno, protetto da tutto — ma un cuore tenuto così, dice il testo, non si spezza mai, però diventa impenetrabile, irredimibile. L’unico posto dove si sta davvero al sicuro da ogni turbamento dell’amore, oltre al cielo, è l’inferno.
Ha chiuso lasciando ai ragazzi delle domande da portarsi dentro più che da scrivere subito, sempre riprese dal testo: potreste descrivere il momento della vostra vita in cui vi siete sentiti più amati, e che caratteristiche aveva quell’amore? Vi capita mai di pensare di non essere meritevoli dell’amore degli altri, e perché? Che caratteristiche ha invece il vostro modo di amare? Cosa, di voi, può essere di intralcio all’amore degli altri? E infine: l’amore deve per forza essere incondizionato, e deve racchiudere la promessa del “per sempre” per essere vero? Domande enormi, lasciate volutamente aperte, che immagino torneranno a bussare nei prossimi giorni — e forse anche a casa, molto dopo che questa missione sarà finita.
Poi, dritti al lavoro, per l’ultimo sprint. Ed è stata una giornata particolare da guardare: c’era chi era già praticamente al traguardo e chi invece era rimasto indietro, magari perché il giorno prima aveva dovuto rifare le fondamenta sbagliate. In questo si è visto lo spirito di missione più bello, con i gruppi già avanti che lasciavano la propria casa per andare ad aiutare quelli in difficoltà, senza che nessuno lo chiedesse. C’era chi dipingeva gli ultimi dettagli, chi sistemava le lamiere del tetto, chi semplicemente dava una mano dove serviva, senza distinzioni tra “la mia casa” e “la tua casa”.






Alla fine, come ogni volta, le dieci case sono state consegnate. E come ogni volta è stato un momento speciale: le famiglie commosse, qualcuna in lacrime davanti alla propria casa nuova, e i ragazzi stanchi, sfiniti dalla settimana, ma credo colpiti quanto e forse più delle famiglie stesse da quelle lacrime. Non ci si abitua, ogni anno, a quel momento lì.
Foto di rito, tutti insieme, e poi dritti verso casa per la messa finale, celebrata da Padre Pablo. Nella sua omelia ha ripreso l’immagine del Vangelo sulla casa costruita sulla roccia, chi costruisce sulla roccia resiste alla tempesta, chi costruisce sulla sabbia crolla al primo vento. Non poteva esserci metafora più giusta per chiudere una settimana passata letteralmente a scavare fondamenta. Perché lo abbiamo imparato sul serio, in questi giorni: sono le basi, quelle che non si vedono, a reggere tutto il resto. Vale per le case, e forse, dopo la conferenza di stamattina, vale anche per come si ama.
Poi doccia, e la tristezza silenziosa di chi comincia a chiudere le valigie. Il primo gruppo è già partito da circa un’ora, con me a bordo, mentre il secondo gruppo parte domani. Ci ritroveremo tutti insieme al Caminito a Buenos Aires, per chiudere questa missione con un bel giro in città e le ultime attività prima del rientro.

