
L’inesauribile energia del bene
Oggi, dopo ormai una settimana intera passata insieme, i ragazzi hanno ricevuto la primissima piccola ammonizione del viaggio — un record positivo, se ci si pensa, che però non poteva durare per sempre. Sette giorni senza un rimprovero, in un gruppo di ventidue adolescenti lontani da casa, sono già un piccolo traguardo, e forse era anche giusto che prima o poi qualcosa smuovesse un po' le acque.
Nulla di grave, comunque, sia chiaro. Ieri sera, sentendomi leggermente più stanco del previsto — le giornate di cantiere iniziano a farsi sentire anche su di noi — sono andato in stanza un po' prima rispetto al solito, chiedendo ai ragazzi di autoregolarsi sull'orario per andare a dormire. Avevo messo in conto, con una certa elasticità, una mezz'oretta extra rispetto ai piani standard: nulla di drammatico, un margine di fiducia che pensavo bastasse. Ma verso le due e mezza di notte un urlo di troppo — di quelli che in un gruppo di ragazzi capitano quando qualcuno vince a carte in modo plateale — mi ha svegliato di soprassalto. Alzandomi, mi sono accorto che buona parte del gruppo era ancora sveglia, intenta a chiacchierare e giocare a carte, ben oltre ogni ragionevole limite orario.
Non appena hanno sentito la mia porta aprirsi, si sono dileguati in un istante, con quella rapidità tipica di chi sa perfettamente di essere stato colto in flagrante. E stamattina, quasi a voler recuperare terreno perduto, sono stati puntualissimi alla sveglia — probabilmente il gruppo più rapido e silenzioso che abbiamo visto finora, segno che il messaggio, in qualche modo, era arrivato. Ho semplicemente ricordato loro, senza fare drammi né alzare troppo la voce, quanto sia importante il riposo per prevenire febbri e stanchezza accumulata — soprattutto in un contesto come questo, dove il caldo e il lavoro fisico già mettono a dura prova il corpo — e quanto conti, in fondo, il motivo per cui sono venuti fin qui.
Oggi li abbiamo divisi in quattro nuove squadre, ricomposte rispetto ai gruppi della settimana scorsa, e hanno ricominciato tutto da capo: dalle fondamenta, sulle nuove case che ci aspettano per questo secondo giro di costruzione. Le fondamenta consistono nello scavare quindici buchi, ciascuno destinato a ospitare uno dei quindici pilotes di legno che serviranno poi a sorreggere l'intera struttura sovrastante — un lavoro meno visibile e sicuramente meno gratificante rispetto ad alzare i muri o montare il tetto, fatto com'è di terra, sudore e ripetizione, ma altrettanto fondamentale: senza fondamenta solide, nessuna casa regge davvero.
E ancora una volta, come già successo con il primo gruppo di abitazioni, i ragazzi sono chiamati non solo a essere precisi e a costruire con cura tecnica, ma soprattutto a conoscere, condividere e volere bene alla famiglia che riceverà il frutto del loro lavoro. Perché una casa costruita solo con le mani, per quanto ben fatta, senza il cuore che ci si mette dentro resta soltanto legno e chiodi — mentre quello che stiamo cercando di costruire qui, giorno dopo giorno, è qualcosa di più profondo.





Il pomeriggio, dopo una lunga giornata di scavo sotto il sole, è stato dedicato al terzo grande tema del nostro percorso interiore: la sofferenza. Padre Rudolph ha aperto con una breve introduzione, lasciando poi che fossero i testi a guidare la riflessione. I ragazzi sono stati chiamati a confrontarsi con pagine che affrontano quanto sia difficile, nella vita di tutti i giorni, dire di no — quante volte si accetta, si tace, ci si piega pur di non deludere qualcuno, pur di non creare attrito, e di quanto questo continuo adattarsi finisca per sottrarre un pezzo di verità su sé stessi, fino a farci quasi smettere di riconoscerci.
Altri passaggi invitavano a guardare alla paura come motore nascosto di molti comportamenti: la paura di deludere che rende schiavi dell'approvazione altrui, la paura di perdere il controllo che si traveste da possessività, la paura di non essere abbastanza che spinge a inseguire una perfezione impossibile. I testi chiedevano, in sostanza, di fermarsi a chiedersi, dietro ogni comportamento che non convince di sé stessi, quale paura si nasconda davvero.
Il cuore della riflessione, però, restava sul dolore in sé: non come qualcosa da eliminare o da nascondere, ma come un processo che attraversa la vita e che, se accolto invece che negato, può trasformarsi in qualcosa di fecondo. I ragazzi hanno letto di come viviamo in una cultura che tende a rimuovere ogni forma di sofferenza, a cercare sempre la via più comoda, più veloce, più indolore — e di come questo, paradossalmente, ci renda più fragili di fronte al dolore vero, quando arriva. Un punto tornava con insistenza nei testi: il dolore non è solo qualcosa da subire, ma una soglia, un passaggio che costringe a guardarsi dentro fino in fondo. E lì, in quel momento, o si diventa più veri, più sensibili, più capaci di amare — oppure ci si chiude, ci si inasprisce. Non ci sono vie di mezzo: è una scelta che ognuno è chiamato a fare.
I testi collegavano infine tutto questo al senso stesso della missione: forse la ragione per cui i ragazzi sono qui non è solo costruire case, ma imparare a stare accanto a chi soffre — perché solo chi ha attraversato il dolore, anche il proprio, può davvero diventare compagno di chi soffre. Non si è venuti per salvare nessuno, ma per imparare a guardare, a condividere, ad amare nella verità.
A partire da questi spunti, i ragazzi hanno lavorato in autonomia su alcune domande di riflessione personale:
1. Scrivi una frase che ti ha segnato negativamente, cioè ferito. Scrivi anche chi te l'ha detto, e in quale contesto.
2. Qual è un dolore che ha segnato la tua vita? In che modo l'ha condizionata? Cos'è per te una fonte di sofferenza?
3. Come reagisco quando vedo il dolore degli altri? Mi chiudo, scappo, o resto?
4. Che cosa mi ha insegnato finora la sofferenza, nella mia vita?
5. C'è stato un momento in questa missione in cui mi sono sentito spiazzato, ferito, toccato nel profondo? Quale ferita mi porto a casa, e cosa posso farne?
Finita la riflessione, i ragazzi hanno avuto la fortuna — e va detto, anche la fame giusta per apprezzarlo — di gustarsi un cosciotto di maiale, cotto per circa sette ore dalla nostra straordinaria Helena, la signora che ci aiuta in casa e che ormai è amatissima da tutto il gruppo, quasi una figura materna aggiunta in questi giorni. Il piatto ha riscosso un successo clamoroso: praticamente spazzolato via in pochi minuti, tra complimenti spontanei e richieste di bis.
Domani i ragazzi avranno finalmente il giorno libero, il primo vero momento di pausa dopo una settimana intensa di lavoro e riflessione. Faremo un'escursione in kayak nel Parco Nazionale degli Esteros del Iberá, una delle zone più spettacolari dell'Argentina, poi ci fermeremo a vedere la partita insieme prima di rientrare verso sera a casa, stanchi ma finalmente un po' più leggeri. Da lì si chiuderà il viaggio con gli ultimi tre giorni di volontariato, gli ultimi prima di tornare in Italia.



