
Ri cominciare dalla propria identità
La giornata inizia prima del previsto e la colpa non è della nostra buona volontà o della voglia di fare, ma semplicemente del nostro caro jetlag. C'è chi è sveglio dalle 5 ma, in ogni caso, alle 7, quando i ragazzi dello staff fanno il giro delle stanze per svegliare il gruppo, si rendono conto che il compito, almeno per oggi, è scontato e molto più facile del previsto e del solito, perché in pratica sono tutti già ben svegli.
Così, dopo una bella risciacquata e dopo aver messo da parte il pigiama (anche se qualcuno scende indossandolo ancora), ci ritroviamo tutti nella piccola cappella dell'albergo. La cappella ha la dimensione giusta per il nostro gruppo, un totale di 62 persone tra ragazzi e staff, ed è praticamente all’aperto, perché aperta ai lati. Da sempre, le nostre esperienze di volontariato iniziano con una messa, un modo per benedire i nostri lavori e soprattutto le persone che in questi giorni incontreremo, e anche noi stessi. Come ho avuto modo di spiegare il giorno prima — perché per noi è molto importante sia chiaro che dietro ogni scelta c'è una ragione di peso a sostenerla — lo spazio della messa per iniziare il viaggio è un invito anche all’apertura. Non conosciamo quella che si può chiamare la "temperatura spirituale" di ogni ragazzo che fa parte del gruppo: se la domanda su ciò che va oltre questa vita o questa dimensione dell’esistenza sia presente nelle loro vite, se sia una cosa che viene dalla famiglia e che poi con l’adolescenza è stata dimenticata, o se proprio non ci sia mai stata. Quello che so, o meglio, penso, è che ognuno di noi ha una dimensione spirituale che in qualche modo va nutrita. E penso anche che tutti, senza eccezioni, affidiamo la nostra vita e le nostre scelte a qualcosa, o qualcuno, o Qualcuno; affidiamo a qualcosa il senso della nostra vita: c’è chi lo fa alla fama, alla carriera, ai soldi, alla bellezza, alla scienza, a una determinata corrente spirituale, a una religione, a Dio o… a se stessi… o a un insieme di tutto ciò. Insomma, penso che tutti noi, in qualche modo, ci affidiamo.
La scelta di iniziare le missioni con una messa è per me un fatto di coerenza e di trasparenza davanti ai ragazzi. Se non fosse perché qualcuno, circa 28 anni fa — quando ero un adolescente non troppo diverso da quelli che da anni mi ritrovo davanti nei viaggi di missione —, mi ha parlato di un Dio che è amore e che mi ama così come sono, senza se e senza ma, io non avrei fatto “la fine” che ho fatto e, di conseguenza, nessuno di noi sarebbe oggi qui. Certo, in questa storia sono successe tante cose e tante persone si sono sommate nel tempo, ma penso che l’intuizione iniziale di tutto questo sia stata possibile grazie e soprattutto a quell’incontro di un ragazzino poco più che sedicenne con l'essere custode di un amore infinito.
Dopo la messa facciamo colazione e subito dopo i ragazzi vanno nelle stanze a prepararsi per la giornata di lavoro: guanti, borracce piene, occhiali da sole e si parte… Ma prima di muoverci facciamo un breve stop in auditorium per comunicare i gruppi di lavoro e, di conseguenza, come saremo distribuiti nei quattro pulmini da 15 posti che ogni giorno ci porteranno al cantiere.
Il tempo qui a Recife è altalenante. Dormiamo a 30 km da dove lavoriamo, ma più che altro ci troviamo nell’entroterra, direi quasi nella giungla: siamo circondati da montagne e dal verde, e le piogge sono molto più comuni di quanto lo siano sulla costa, dove invece si trova il cantiere. Quello che volevo dire con "altalenante" è che le piogge, quando ci sono, sono molto leggere, poi esce il sole, poi tornano le nuvole, poi cade un altro po' di pioggia e poi torna il sole.
Dopo 40 minuti di autobus arriviamo a Recife e veniamo accolti da un centinaio di bambini che frequentano le attività dell'OAF (Organizzazione per l’Ausilio Fraterno). L'OAF propone ai bambini delle favelas delle attività pomeridiane come calcio, ballo, strumenti musicali, karate e molto altro, offrendo loro non soltanto uno spazio di ricreazione e formazione, ma anche un modo per colmare quegli spazi che, a causa della povertà, il più delle volte vengono riempiti da criminalità, alcol e droghe. I bambini che frequentano i corsi sono più di 250, ma ce ne sono altri 250 che per mancanza di spazio nei locali dell'OAF non possono farne parte. L’accoglienza è calorosa e, se avete presente il carnevale di Rio, diciamo che stiamo lì a livello di emozione, grida e gioia da parte dei bambini all'ingresso dei nostri ragazzi. Hanno preparato diverse dimostrazioni per noi, dal karate al flauto, dal ballo alle percussioni. Approfitto dell'occasione per far capire ai nostri ragazzi il motivo di tutta questa gioia: ed è molto semplice, perché grazie al campetto sportivo che costruiremo in questi giorni, non saranno più soltanto 250 bambini, ma 500 quelli che frequenteranno i vari corsi. Soprattutto, avranno uno spazio interamente dedicato a queste attività.




Infatti, quando arriviamo al nostro cantiere, a 100 metri dalla sede centrale dove siamo stati accolti, ci troviamo davanti a un immenso terreno totalmente vuoto, con montagne di terra, di cemento, di pietra e di materiale da costruzione. Fa impressione pensare, immaginare, che tra 10 giorni lì dovrà sorgere un intero campetto sportivo, fatto dalle nostre mani. E così, tra una cosa e l’altra, il lavoro inizia verso le 11:30. I ragazzi vengono divisi in 4 gruppi e a ogni gruppo viene affidato un compito. Carriole con materiale da costruzione vanno e vengono, ragazzi e ragazze alle prime armi con pale e rastrelli, il tutto in un ambiente di gioia e senza mai fermarsi. Alle 13 facciamo la pausa pranzo, quindi torniamo alla sede centrale dove ci aspettano piatti tipici brasiliani: fagioli con carne, farofa, strogonoff di pollo, pasta (che misteriosamente qualche ragazzo prende), pane e qualche verdura. Alle 14 riprendiamo con i lavori e andiamo avanti fino alle 17, poi facciamo merenda e ripartiamo verso casa.





Il rientro è quasi perfetto… quasi, perché purtroppo a 10 minuti dall’arrivo a casa uno dei pulmini si rompe, e quindi un gruppo di ragazzi deve aspettare almeno 20 minuti per rientrare a casa con uno dei mezzi degli altri gruppi.
Alle 19:00, dopo un bel bagno rigenerante, ci ritroviamo tutti in auditorium per l’introduzione alla prima tematica del viaggio e la prima riflessione personale. Questa tematica è il punto di partenza. Ogni tematica porta con sé una domanda; sono domande della vita, "domande eterne" mi piace chiamarle, perché non fanno distinzione di tempi storici, di cultura, credi, razze o generazioni: sono domande che l’essere umano si porta dentro da sempre, e la cui risposta può determinare la pienezza della propria vita.
Da dove cominciare? Da noi stessi: Chi sei? Qual è la nostra identità? Quando avevo 16 anni, quindi quasi 30 anni fa, un giovane uomo poco più grande di me mi disse: "Per sapere cosa fare, bisogna prima sapere chi si è". Semplice, diretta e, per quanto mi riguarda, a distanza di tanti anni, incredibilmente vera. Cerco di spiegare ai ragazzi che dalla risposta che diamo alla domanda sulla nostra identità si mette in moto, e in gioco, la pienezza della propria vita. Prendere decisioni e compiere azioni lontane da chi siamo ci allontana dalla fedeltà a noi stessi e ci può far finire in situazioni in cui ci scopriamo sbagliati, quando la verità è che non siamo noi a essere sbagliati, ma il più delle volte ci ritroviamo nei posti sbagliati. Ma sapere chi siamo serve anche per amarci di più, o meglio, o veramente, perché non si ama ciò che non si conosce. E visto che ognuno di noi è, per se stesso, la persona con cui passerà tutta una vita, tutta la nostra storia, sarebbe bello poterci amare per ciò che siamo, appunto conoscendoci.
Nei loro libretti i ragazzi trovano la prima riflessione personale e cinque domande su questa prima tematica. La domanda centrale è quella delle dimensioni del cuore. Per l’autore di uno dei testi il nostro cuore è formato da 4 dimensioni e ai ragazzi viene consegnato il compito di fare la mappa del proprio cuore, riempiendo ognuna delle 4 dimensioni con gli eventi o le situazioni della loro vita.
I ragazzi si sparpagliano nei diversi spazi che offre l’albergo: c’è chi rimane in gruppo, chi preferisce stare da solo, ma sembra che tutti scrivano, e io lo spero per loro.
Mangiamo verso le 20:30 e alle 21:15 ci ritroviamo di nuovo in auditorium per chiudere la giornata. I ragazzi restano svegli fino alle 23, giocando al biliardo, ping pong o semplicemente chiacchierando.


