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L’ultima casa

Filippo Masetti

Stamattina, prima di scendere in cantiere, ci siamo fermati per un momento di riflessione personale sulla felicità. È un tema che meriterebbe più di una mattinata, ma serve comunque a fissare una domanda che poi accompagna il resto della giornata, anche senza che ce ne accorgiamo: perché non ci basta mai quello che abbiamo? Perché anche nei momenti più pieni sentiamo che manca qualcosa?
Siamo partiti da Leopardi, che in questa insoddisfazione non vede un difetto ma un segno di grandezza: l’uomo è l’unico essere che, davanti all’immensità del mondo, riesce comunque a sentire che non gli basta, che il suo desiderio è più grande di qualsiasi cosa possa contenerlo. È un pensiero che può sembrare paradossale, sentirsi mai sazi come segno di nobiltà, non di difetto, ma è anche liberatorio: se la mancanza è strutturale, non è colpa nostra, e non dobbiamo caricarla di ansia.
Da lì siamo arrivati a Gatsby e alla sua luce verde, quella meta che brilla sempre un po’ più in là, e che lui scambia per la felicità stessa. Il punto che abbiamo provato a far emergere è che la felicità non è mai un oggetto da conquistare una persona, un successo, un possesso perché è per sua natura ricerca di qualcosa di infinito, e nessuna cosa finita può esaurirla. Chi lo dimentica rischia di passare la vita a rincorrere mete che, una volta raggiunte, si spostano sempre un po’ più avanti, lasciando la stessa fame di prima.
Da questo è nato il passaggio più utile per i ragazzi, credo: quella sensazione di mancanza che a volte pesa, che a sedici anni può sembrare un problema da risolvere o riempire in fretta, in realtà non è un vuoto ma uno spazio. Uno spazio che si può abitare per crescere invece che riempire per paura. E riempirlo con le prime cose a portata di mano, distrazioni, conferme, cose da possedere, è quasi sempre una scorciatoia che lascia le cose come stanno, o peggio.
Su questo abbiamo lasciato alcune domande da scrivere in silenzio, ognuno sul proprio quaderno: qual è il desiderio più profondo che riconoscono nel proprio cuore, cosa li accende davvero; se c’è qualcosa che stanno facendo per riempire un vuoto e se, onestamente, funziona; cosa significa per loro essere fedeli al proprio desiderio, senza tradirlo per accontentarsi di qualcosa di più comodo; che volto ha per loro la felicità; e se sentono un legame tra questa ricerca e quello che stanno vivendo in questi giorni, con le mani nel cemento e nella vita di famiglie che non conoscevano una settimana fa.
Non sono domande a cui si risponde in un quarto d’ora, e non è detto che si risponda del tutto nemmeno in una settimana. Ma serviva iniziare la giornata da lì, con un pensiero più lento del solito, prima di tornare al ritmo frenetico del cantiere che ci aspettava.
Ed era una giornata che di ritmo frenetico ne aveva parecchio: l’ultimo giorno di costruzione prima della pausa, quello in cui tutte e dieci le famiglie dovevano vedere finita la propria casa. I ragazzi hanno spinto fin dal mattino, consapevoli che il tempo stringeva. È stata una giornata lunga, e come spesso succede in questi sprint finali, fatta anche di pause forzate, non tutti possono lavorare nello stesso momento sullo stesso pezzo di casa. Ma questi momenti di attesa, invece di essere tempo morto, sono diventati qualcos’altro: l’occasione per stare più vicini alle famiglie, per ascoltarle, per lasciare che raccontassero qualcosa di sé.
E da questi momenti sono emerse storie che vale la pena fermare per iscritto, non tanto per il loro carico emotivo quanto per quello che dicono su come si può reagire alle difficoltà della vita. C’è Miguel, un signore di oltre settant’anni, che da tre giorni segue il lavoro dei ragazzi dalla sua sedia a rotelle. Due anni fa ha perso una gamba e con essa il lavoro, ed è finito a vivere in questo barrio insieme alla figlia e ai nipotini. Per una vita è stato capomastro: sa esattamente cosa significa costruire con le proprie mani, e proprio per questo sente forse più di altri il peso di non poterlo più fare. Eppure in questi giorni non ha mai smesso di dare consigli, di incoraggiare, di partecipare a modo suo con le parole quando il corpo non glielo permette più. C’è qualcosa di significativo nel fatto che chi ha perso di più sia anche chi ha continuato a dare, sia pure in una forma diversa da quella a cui era abituato.

C’è poi José, padre di due figli, che ha perso il lavoro qualche anno fa e da allora non è più riuscito a ritrovare un equilibrio. Al momento dell’inaugurazione della sua casa, dopo la benedizione del padre, ha provato a dire qualche parola di ringraziamento e non è riuscito ad andare oltre le prime frasi. Si è fermato, ha pianto, davanti a otto ragazzi di sedici anni che probabilmente non avevano mai visto un uomo adulto reagire così a un gesto semplice come costruire un muro e un tetto. Penso che per molti di loro sia stata una lezione più efficace di qualsiasi discorso: capire che la dignità di una persona non dipende solo da quello che riesce a fare da sola, ma anche da quello che gli altri sono disposti a fare per lei, senza chiedere nulla in cambio.
Ogni famiglia porta con sé una storia diversa, spesso dura, e il lavoro dei ragazzi in questi giorni non ha risolto quelle storie, non potrebbe, ma ha contribuito a restituire qualcosa che va oltre il tetto sopra la testa: la sensazione di non essere stati dimenticati.
Siamo tornati a casa più tardi del solito, giusto in tempo per la messa. Durante la settimana la partecipazione non è mai un obbligo, ma invitiamo sempre a venire, perché il padre vive la stessa esperienza dei ragazzi giorno per giorno e le sue parole spesso arrivano da un punto di vista che nessun altro discorso potrebbe offrire. Nonostante la stanchezza e il poco tempo per prepararsi, stasera la presenza è stata numerosa.
Dopo cena, i gruppi di riflessione. Sono passate le undici e alcuni gruppi stanno ancora parlando: segno che c’è bisogno di elaborare quello che si è visto e vissuto oggi, che le parole non bastano mai a esaurire un’esperienza come questa, e che i ragazzi, più che parlare, hanno bisogno soprattutto di essere ascoltati.
Domani la sveglia è alle quattro del mattino: si parte per le cascate. Questa notte si dorme poco, ma un po’ di riposo prima di ripartire ce lo concediamo tutti.