
Mai più "olvidados"
Dopo la giornata di ieri, e avendo capito la difficoltà dei terreni dove costruiremo le case, decidiamo che entrambi i gruppi lavoreranno il prima possibile, ovvero anticipando la partenza subito dopo la colazione. Il che si traduce nello spostamento delle attività di riflessione previste per la mattina alla sera. Questo vuol dire che il gruppo A farà la conferenza e la riflessione personale sull’amore appena tornato a casa, mentre il gruppo B farà entrambe subito dopo mangiato.
Arriviamo quindi a Santa Rosa e a Los Jazmines verso le 09:15. L’ordine dato a tutte le squadre è quello di lavorare in modo che a fine giornata siano stati posati tutti i pavimenti e, insieme a essi, tutte le stanze. La struttura del tetto si farà solo se c'è tempo, ma la priorità va a finire, per tutti, alla struttura totale della casa. La verità è che la parte più delicata e lenta è quella del pavimento perché, una volta che questo è pronto, alzare le mura, inchiodarle tra di loro e dare piano piano forma a una stanza, a una seconda e infine a una terza stanza che completa la casa, diventa un processo quasi automatico.
Come ogni anno c'è chi ha avuto più fortuna con i terreni: chi ha già qualche piattaforma di cemento che rende il livellamento più semplice, chi sta su un terreno sufficientemente piano, o chi riceve una mano dal padre di famiglia della casa. Poi ci sono invece quelli con terreni super irregolari, con tanta terra da tirare fuori e, di conseguenza, tanto da livellare.
Così, quando arriva l’orario del pranzo, abbiamo diverse situazioni: alcuni pochi sono riusciti a posare già tre pavimenti, una buona parte dei ragazzi è a due pavimenti, decisamente pochi invece quelli che sono rimasti a uno, e purtroppo qualcuno che rimane a zero pavimenti. Bisogna gestire il cattivo umore di chi piano piano rimane indietro, non per colpe personali o del gruppo, ma solo perché il terreno è effettivamente più difficile.
Dopo una velocissima pausa pranzo, i ragazzi tornano al lavoro. Oggi il gruppo A lavora fino alle 17:00, così che tutti abbiano il tempo necessario per raggiungere l'obiettivo della giornata. Prima di tornare a casa, su 12 costruzioni, solo 6 sono riuscite ad arrivare all’obiettivo. Delle altre 6, 2 sono riuscite a mettere qualche parete, chiudendo fino a due delle tre stanze. Quattro invece sono molto indietro, con problemi nel livellare il pavimento e, di conseguenza, senza aver avuto la possibilità di alzare le mura.





Il gruppo B, invece, lavora fino alle 18:00. Il loro terreno è parecchio più difficile di quello del gruppo A; o meglio, mentre in A c'è un unico gruppo con una casa sulla cima della montagna, il gruppo B ha almeno 4 case in condizioni simili. Quindi il lavoro qui va molto più lento del solito. A fine giornata, su 12 case in costruzione, solo 2 hanno completato i tre pavimenti e qualche mura. Tutte le altre sono ancora in fase di livellamento, il che ci preoccupa un pochino, ma non eccessivamente. La verità è che, lavorando in modo costante e sostenuto, una volta fatto il pavimento il resto va quasi in automatico: serve solo metodo, disciplina e saper distribuire bene le forze.





Sul fronte A, tornati a casa e fatta la merenda, ci ritroviamo in auditorium per l’ultima conferenza del viaggio, quella sull’amore. Finita la conferenza, prendo la macchina e mi sposto verso il gruppo B, dove avrei dovuto fare la conferenza alle 20:15! Purtroppo in cucina c’è stato un problema e la cena è pronta solo alle 20:30; in seguito si festeggia Vittorio, che compie 16 anni. Ovviamente si finisce molto tardi… verso le 21:30, quindi la conferenza salta, altrimenti il rischio di non essere ascoltato è altissimo. Ci rifaremo domani, e solo domani vi racconterò il contenuto di questa ultima conferenza che coincide, per forza di cose, con gli ultimi giorni della nostra missione.
Quello che vi posso raccontare è che oggi ho potuto chiacchierare un po' con due delle signore che lavorano fisse alla mensa. E anche se sono cose che già so, che non mi sono nuove per niente, resto sorpreso dall’esperienza di necessità in cui vivono le persone di Los Jazmines e Santa Rosa. Purtroppo, quando faccio delle domande in questo contesto, i miei filtri si abbassano e sono molto diretto, forse troppo. Chiedo loro del lavoro, della salute, dell’educazione dei figli. Quando, dopo un po' di domande in cui evidenziavano la loro condizione di bisogno, chiedo come facciano con i vestiti, le lacrime inondano i loro occhi.
Verrebbe da chiedersi come mai proprio sui vestiti, che tra tutte le cose di cui abbiamo parlato sembrano la cosa più “superficiale”. Ma non sono affatto i vestiti: è la consapevolezza di tutto ciò che manca, di tutti i fronti da riempire, che non trovano consolazione. Ma la fede e la speranza di queste persone è più grande. Vedono in noi, nei vostri ragazzi, un regalo dal cielo. Loro qui si autodefiniscono “los olvidados”, ovvero i dimenticati. E per loro sapere che qualcuno, da così lontano, in qualche modo li ha pensati e se ne vuole prendere cura, non soltanto è motivo di gioia, ma di immensa, infinita gratitudine.


