
Mattoni e domande: i primi giorni a Coqueiral
Ieri sera, dopo un viaggio che ha occupato tutta la giornata, è arrivato il secondo gruppo di quest'estate in Brasile, a Recife. Il secondo in Brasile, ma il settimo della nostra estate, in cui siamo già stati in Perù e Argentina (e tra poco anche in Ruanda).
Verso le 23 abbiamo accolto i primi 42 volontari (in realtà 5 di loro erano arrivati autonomamente qualche ora prima); abbiamo distribuito le stanze e li abbiamo mandati subito a dormire, anche se qualcuno preferiva mangiare qualche boccone prima di andare a letto.
Questa mattina la sveglia è stata alle 7 e ci siamo incontrati tutti quanti qualche minuto dopo per fare colazione. Alle 8 abbiamo convocato tutti in auditorio per la conferenza introduttiva alla missione, ovvero per ricordare a tutti perché siamo qui, invitando i partecipanti a chiedersi il perché sono qui e cosa sono venuti a cercare. Abbiamo parlato del senso del volontariato e del lavoro che svolgeremo in questi giorni, della fatica sia fisica che emotiva, dei sensi di colpa e del senso di gratitudine, così come dell'importanza del gruppo in un'esperienza come questa. Infine abbiamo parlato del senso del viaggio interiore, il percorso interiore che come Wecare offriamo ai nostri partecipanti, consapevoli che le circostanze in cui si svolgono i nostri viaggi di volontariato sono molto favorevoli per guardarsi dentro in profondità, con lenti diverse da quelle con cui siamo abituati a vederci, per non dire giudicarci.
Dopo aver distribuito le magliette, siamo partiti con due grandi pullman verso la comunità di Coqueiral, nelle periferie di Recife. Siamo stati accolti dagli operai e dal direttore del centro che stiamo costruendo. È un progetto molto grosso, che prevede la costruzione di un edificio di 3 piani con diverse aule per prendersi cura dei bambini della zona. Il nostro partner locale offre ai bambini della zona corsi di ogni tipo: artistici, musicali, sportivi, audiovisivi, di formazione, ecc. Non solo un modo per formare e dare disciplina ai bambini, ma un modo concreto per occupare il loro tempo tirandoli fuori dalla strada, dove il rischio di perdersi in situazioni difficili è una realtà quotidiana.
Si è trattato di un inizio molto lento: i ragazzi vengono chiamati a piccoli gruppi per avviare i lavori, e va bene così in questa prima giornata, finché tutti più o meno capiscono il da farsi. C'è chi deve tirare giù un muro per poi ricostruirlo bene, chi prepara cemento per terra, chi lo fa con la betoniera, chi trasporta mattoni e sacchi di cemento, e chi aiuta in cucina. Insomma, è un cantiere molto vivo e dinamico!













Nonostante le poche ore dedicate al lavoro in questa giornata, i ragazzi sono sporchi e sudati come dei veri operai: il clima infatti è molto umido e fa molto caldo, soprattutto quando le nuvole se ne vanno. La pausa pranzo dura appena 45 minuti, poi si torna al lavoro, che va avanti fino alle 16:30, quando ci fermiamo per la merenda; alle 17 partiamo verso casa.
Prima sorpresa del viaggio: la strada sterrata che porta al nostro albergo è bloccata da un autobus rimasto impantanato. I nostri volontari sono quindi costretti a fare l'ultimo chilometro di strada a piedi — niente di drammatico, ma sicuramente qualcosa che non faceva parte dei piani.
Alle 19 ci ritroviamo tutti, o almeno quasi, in auditorio. Questa mattina hanno consegnato tutti il cellulare e per molti è difficile indovinare l'ora. Dobbiamo quindi mandare i ragazzi dello staff a fare il giro delle stanze per rintracciare le tre ragazze mancanti, che sembrava si stessero preparando per andare a fare serata!
Introduciamo quindi il percorso interiore con la prima riflessione personale. Il percorso interiore è fatto di cinque domande, domande esistenziali, che attraversano la storia, la geografia, le età e tutto ciò che il tempo consuma, perché sono domande che l'essere umano si pone in quanto uomo. Così il primo grande interrogativo riguarda la propria identità: Chi sono io?
Perché è importante cercare di rispondere? Ci sono frasi che sembrano fatte, ma che comunque hanno il potere di segnare una storia, una vita. Ricordo quando avevo 16 anni e frequentavo il corso di preparazione alla cresima. Il ragazzo a cui era affidata la nostra preparazione disse una volta: "Per sapere cosa fare devo prima sapere chi sono". Ovviamente è una frase che va riempita di contenuto, ma mi è rimasta impressa, perché mi è sembrata molto vera. Prendere decisioni nella nostra vita tralasciando o dando per scontata la domanda sulla propria identità può creare danni nella propria vita. Non che i danni siano un dramma — non lo sono affatto, e tante volte ci fanno crescere — ma penso che, per prendere una decisione importante, sia fondamentale che essa sia in armonia con chi noi siamo, che non tradisca la propria identità. E poi c'è un'altra frase, sentita sempre verso la fine della mia adolescenza, che mi ha colpito e che ancora oggi cerco di trasmettere: "Non si può amare veramente ciò che non si conosce". Anche qui c'è un contenuto da dare, ma mi sembra una frase di una verità eterna. Se l'amore è l'essenza della nostra vita, e amare me stesso è la premessa per poter amare gli altri, devo conoscermi, profondamente e nella verità.
Chiudo il discorso introduttivo alla riflessione sull'identità cercando di ricordare a tutti che ognuno dei presenti è un tesoro, è qualcosa di prezioso, nella vita in generale. Che, essendo ognuno di noi unico e irripetibile, il nostro valore è infinito, è enorme, e non possiamo, di conseguenza, vivere alla ricerca di emulare gli altri senza mai dare valore a quello che noi siamo e a ciò che siamo chiamati a essere. E che il fatto che un giorno moriremo non deve essere motivo di ansia, ma la consapevolezza che ci porti ogni giorno a voler far fiorire la nostra dimensione più vera, perché è quella di cui ha bisogno il mondo.
I ragazzi prendono il loro libretto, ci scrivono il proprio nome e iniziano con la prima riflessione personale. Sono grandi: non bisogna stargli dietro; se lo fanno bene, bene; se lo fanno male, affari loro; e se non lo fanno proprio, sempre affari loro sono. Io spero, per loro, che ne traggano "profitto", perché i tempi per guardarsi dentro e coltivarsi, nella nostra pazza società, sono sempre più scarsi, in quantità e in qualità.
Poi, piano piano, verso le 21 iniziano ad arrivare per mangiare, e dopo qualche momento a chiacchierare piano piano vanno anche a dormire. Io resto in attesa dei 4 ragazzi che devono arrivare oggi, il cui volo ha purtroppo quasi 90 minuti di ritardo!


