
Nostos, o il ritorno a casa dopo essere cambiati
Ci siamo. Dopo la colazione, i ragazzi fanno l'ultima riflessione personale. Oggi inizia, in un certo senso, il nostro ritorno, e lo facciamo con la riflessione personale conclusiva, che appunto parla del ritorno a casa.
Partiamo alle 9:45 e alle 10:30 siamo già sul campo. Iniziamo i preparativi per l'inaugurazione di oggi pomeriggio: decoriamo con palloncini, sistemiamo e puliamo tutto. Il campetto è già pieno di bambini, tutti con la divisa della squadra Milan dos Coelhos. Iniziano le partite: i nostri ragazzi formano tre squadre, le ragazze altre due, poi ci sono cinque squadre di ragazzi locali, e infine la squadra staff maschile e la squadra staff femminile, all'interno della quale vengono inseriti Giacomo, il nostro fotografo, Johan, membro del team, Padre Gonzalo e io. Le partite sono 8 contro 8.
La squadra A maschile batte la squadra locale, e così ci portiamo a casa un primo risultato positivo. Le altre due squadre maschili, invece, purtroppo perdono contro le squadre locali… e qui uno penserebbe che le squadre locali siano fatte da ragazzi grandi, alti e vecchi quanto i nostri… ma no: una delle squadre che batte i nostri ragazzi è fatta da ragazzi di 12 anni — giovanissimi talenti brasiliani.
Poi arriva il turno delle ragazze. Entrambe le nostre squadre si confrontano con bambine ancora più piccole, delle squadre di 10 anni. Bene, anche qui perdiamo, e di brutto: mai un gol segnato dalle nostre ragazze, e almeno 3 reti subite da ogni squadra! Poi arriva la partita più attesa dai nostri ragazzi: staff maschile vs staff femminile (più il Padre, Jack e Nando, e Johan).
La squadra femminile segna 3 gol! Ma vince solo 2 a 1… questo perché, a inizio partita, a causa di una mancanza di comunicazione tra il sottoscritto e Johan — che sta in porta — finisco per fare un bellissimo autogol di testa. Meno male però che c'è Padre Gonzalo, che vanta un passato ormai lontano — visto che oggi di anni ne ha 58 — nelle giovanili di una squadra di Serie A peruviana. E così il Padre segna una doppietta, celebrata in campo e dai tifosi, perché per loro vedere il don segnare è una vera festa!





Mangiamo verso le 12:30 e alle 14 siamo già di nuovo sul campo, circondati dai bambini della scuola calcio e del quartiere. Sono circa 200, e fanno tantissimo rumore da buoni brasiliani. Iniziamo con la benedizione: c'è la TV brasiliana, e ci sono rappresentanti dei nostri partner locali e del quartiere. Ci sono le parole di ringraziamento e uno spettacolo musicale. Tutto l'ambiente è un'enorme festa, ma soprattutto una manifestazione di quanto siano grati per questo spazio che oggi abbiamo inaugurato.
Oggi è un campetto di calcio, ma il progetto è molto più grande, e sarà proseguito dai nostri prossimi gruppi (che sono tre, da qui alla fine dell'anno). Per quest'anno, il progetto prevede infatti la costruzione di un'aula e di bagni e spogliatoi.
Dopo la partita segue la benedizione, e dopo la doppietta i ragazzi seguono ancora più volentieri le parole di Padre Gonzalo. L'aneddoto della giornata è stato quando i bambini brasiliani si sono messi in fila davanti al Padre per farsi benedire le gambe, nella speranza di poter diventare, chissà, un giorno, dei grandi calciatori. In realtà il vero aneddoto è che alla fine della fila troviamo Niccolò, dei romani, che chiede anche lui una benedizione per le sue gambe… e posso dire che ci vorrebbe anche un esorcismo, viste le sue performance in campo nelle partite della mattina!



Torniamo a casa e, dopo il tempo necessario per la doccia, ci dividiamo un'ultima volta nei piccoli gruppi per affrontare una duplice tematica: l'amore e il ritorno a casa. Alle 20:30 mangiamo, e alle 21:30 ci raduniamo in auditorio per l'ultimo esercizio dei ragazzi: la lettera a sé stessi. Dalla missione del 2013, a fine missione, i ragazzi scrivono una lettera al loro io del futuro, per ricordare ciò che di questo viaggio non vorrebbero mai dimenticare. Ma prima di mandarli a scrivere, leggo loro questa lettera — anch'essa una tradizione, ma dal 2012:
Recife, 28 luglio 2026
Cari ragazzi, poco meno di due settimane fa siete arrivati dall'Italia — qualcuno da Londra, ma soprattutto da diverse città. Posso dire che siete il gruppo che ha radunato più persone provenienti da più città italiane, alcune delle quali non sapevo nemmeno esistessero, ma chiaramente io non posso essere la misura della geografia italiana!
Forse anche per questo motivo, all'inizio vi siete presentati come un gruppo tanto eterogeneo: con tanti piccoli gruppi, sì, ma anche con tante individualità. Dai romani — per fare riferimento a Seba, Matte, Greg e Nico, escludendo tra loro il più veterano della missione, il nostro caro Gio con tre viaggi alle spalle— ai 4 amichetti milanesi, Leo, Marco, Luca e Cosimo, i più piccoli del gruppo.
Cinque di voi invece hanno legato così tanto l'anno scorso in Perù che hanno deciso di intraprendere questa nuova avventura insieme: Marghe, Zoe, Mavi, Maria e Mati. E sempre per rimanere in tema Perù, non possiamo dimenticare Sofia, che si è buttata da sola in questa avventura, ma ha trovato subito in Matilde e Ginevra delle complici, a cui poi, per affinità, si è aggiunta anche Gaia.
Sempre ricordando il Perù, vengono subito alla mente le care american girls: Bibi, Steffi, Gaia, Delfi, Mati e Andre. E vi siete portate volentieri anche Bianca, che spero, verso la fine di questa missione, abbia "improved her Italian". Per rimanere in mood americano, non dimentichiamoci dei 3 newyorkesi: Livia e Anita, entrambe alla seconda esperienza con Wecare; e Ale, il nostro interprete, italo-brasiliano, anche lui quindi arrivato da New York.
Sempre dal mondo anglosassone, non possiamo dimenticare Lucia e Serafina, che all'andata hanno rischiato di perdere il volo per lo scarso tempo a disposizione per la coincidenza, e le chiare difficoltà comunicative via WhatsApp! Per concludere con le ragazze, non posso non nominare Margherita, coraggiosissima romana partita senza conoscere nessuno, ma che subito ha trovato un gruppo di amiche tra le ragazze che erano state in Peru l’anno scorso. E non dimentichiamo le altre romane, con Livia alla sua seconda esperienza, sempre affiancata da Anais e da Leah. Chiudiamo con Vittoria, l'unica ragazza del Perù B 2025 a essere qui con noi, in questa missione in Brasile.
Mancano all'appello 10 maschi. Teo, che non ho ancora capito se sia stato trascinato da Bibi o meno, visto che è stato da subito "intervistato", mentre Bibi, al suo terzo viaggio con Wecare, rischiava di non esserlo. Tommi, che alla sua seconda esperienza si è portato questa volta Jacopo. Edo da Verona ed Edo da Milano, Thomas, i due Pietro — entrambi da Verona, ma uno di loro alla seconda esperienza. Infine, per chiudere, Francesco da Roma, che ci ha stupito con il suo modo unico di filosofare, e il mitico Carlo, che forse qui nessuno conosce come tale, ma più per il suo nome d'arte: Tony Boy, l'unico a essere stato in Brasile l'anno scorso.
E piano piano avete imparato a lavorare come una squadra. Al di là delle affinità e degli interessi comuni, tante volte è la missione in comune a unirci — che sia la costruzione di un campetto, o che sia pianificare l'ennesimo scherzo notturno, si quelli scherzi di cui se ne parla la mattina dopo ormai da tre giorni. La verità profonda è che i fini comuni uniscono!
Non voglio soffermarmi troppo sul lavoro svolto, con tutte le sfide proprie di un cantiere, e soprattutto quelle del meteo, tra caldo, umidità e pioggia. La sfida della lingua, la mancanza a volte di materiali, e via dicendo. Non mi soffermo troppo neanche sul valore di quanto avete fatto: penso che oggi abbiate avuto più di una dimostrazione di quanto sia importante il lavoro svolto. Per me, per Wecare, è importante che siate ben consapevoli che il vostro contributo è stato importante, perché se oggi ci sono centinaia di bambini che possono giocare a calcio in un campo — diciamolo forte, veramente bello — è solo ed esclusivamente grazie a voi. Quel calcio per noi è un gioco; per questi bambini è anche motivo di salvezza: dalla solitudine, dalla strada, dalla delinquenza, dalla perdizione. Anche questo, grazie a voi.
Ma soprattutto mi viene da dire che il vostro contributo non è stato solo quello fisico, ma anche quello della vostra presenza. Abbiamo vissuto insieme — e direi che alcuni di voi hanno anche sofferto — quanto siano rumorosi i bambini brasiliani; eppure vi posso assicurare che, per quanto rumorosi, la vostra assenza lascerà un vuoto. Voi avete riempito questo cantiere, queste aule, questi spazi dove siamo stati insieme. E avete riempito il cuore di tanti bambini e adulti di Coelhos. Loro, ne sono certo, non vi dimenticheranno. Sapete perché? Perché ricevere un campo fatto anonimamente è un conto; aver visto ragazzi solo poco più grandi di loro costruirlo ha tutto un altro sapore, perché il campo ha un'anima, ha una sua storia che abbraccia le vostre storie. Vi hanno regalato un cuore, da loro stessi cucito e preparato, un cuore come quel viaggio interiore che ha accompagnato le nostre azioni. Loro già oggi parlavano di “saudade”, un termine tipico brasiliano che si avvicina a cio che noi intendiamo come nostalgia. Le coincidenze della vita. Proprio questa mattina abbiamo parlato di nostalgia, facendo riferimento all’Odissea e concretamente alla parola greco “nostos”, il dolore della nostalgia, ma che più profondamente parla del ritornare diversi, cambiati, migliori.
Cosa ha fatto questo viaggio in voi, con voi? Se — perché ci vuole sempre la vostra libertà affinché qualcosa sia vero, bello e buono — vi siete lasciati toccare il cuore, questo viaggio dovrebbe avervi aiutato a gettare luce su chi siete. Forse avete capito nuove cose di voi stessi, forse avete trovato il nome e le categorie che vi mancavano, forse avete capito che qualcosa di molto vostro non doveva essere motivo di vergogna, o quanto meno non doveva essere sottovalutato. Forse, e spero di cuore, avete capito, o avete rafforzato la consapevolezza, che siete infinitamente preziosi, perché infinitamente unici.
Esistete per amare. Potete riempire la vostra vita, riempirvi l'esistenza, di tutto e di più, ma se non c'è amore, non avete niente. E questo amore, in un certo senso, lo avete vissuto nell'ordinario di ogni giornata. Con ogni spalata di cemento, ogni carriola con i materiali, ogni pennellata, sotto al sole, e in quel silenzio interiore e rumore esteriore, avete amato. Siete creature fatte per amare, perché la vostra essenza è quella. E l'amore non è una cosa sentimentale: è qualcosa di molto più serio, perché l'amore, quando è vero, ti impegna tutto e tutta, ogni parte di te, e ti obbliga a metterci il cuore.
Metterci il cuore è faticoso, e anche pericoloso, perché ti espone. Ti espone a essere ferito, deluso, tradito. Ma l'alternativa è chiudere il cuore, lasciarlo indurire, lasciarlo solo, e quindi infelice. Se poter avere una vita piena d'amore ha il prezzo di mille ferite, benedette siano quelle ferite che ci fanno crescere nell'amore e nel sentirci amati.
Per amare bisogna essere tanto amati. Quante volte pensiamo di non essere abbastanza, o che non ce la faremo? Questi pensieri non sono altro che un modo diverso di non amarci, di non amare la meraviglia che è il solo fatto di esistere, della nostra esistenza. Ogni volta che credi a queste bugie — quelle che dicono male di te — ami un po' di meno te stesso, e amandoti di meno diventi piano piano insensibile all'amore degli altri. Perché se tu, per primo, non ci credi, qualsiasi amore intorno a te passerà inosservato, facendoti perdere ciò che di più grande puoi amare al mondo.
Tutti noi ci portiamo delle ferite, e quelle più importanti hanno a che fare con le nostre relazioni più preziose: in famiglia, in amicizia, nelle relazioni d'amore. Ma le ferite ti rendono unico. Bisogna farcele amiche, farne risorse, per avere un cuore che, anche se ferito — o rotto, o spezzato — può amare con più profondità.
Qual è il tuo posto in questo che noi chiamiamo storia? Non so bene a cosa siate chiamati in futuro, qual è ciò che si chiama vocazione, la tua appunto chiamata. Quello che so è che siete chiamati ad amare con l'amore più grande possibile, anche se a volte è un amore ferito. Dal fatto che tu sia unico, da questa preziosa consapevolezza, ne derivano altre molto importanti. Perché tutto cambierebbe se tu non ci fossi, nella vita di chi ti ama, di chi ti sta accanto. Anche questo viaggio sarebbe stato diverso se solo uno di voi non ci fosse stato. Quando pensi di essere scontato, che le tue scelte non sono importanti, o che poco puoi fare per cambiare le cose, ricordati sempre che nella vita incontrerai persone che solo tu puoi amare, persone che solo tu potrai abbracciare, parole che solo tu potrai pronunciare. Dalla tua unicità deriva tutto questo.
Non trattarti come qualcosa di quattro soldi. Non accontentarti delle briciole. Il vostro cuore è fatto per l'infinito, per un amore incondizionato, per la promessa di un per sempre, per il bene, per ciò che è vero, per ciò che è bello. Finché ti accontenti di meno di tutto ciò, sarai sempre inquieto, o infelice.
Grazie ragazzi per la vostra gioia contagiosa, per il vostro sforzo quotidiano, per il modo in cui vi siete aperti, grazie per le vostre vite. Ogni anno incrocio centinaia di ragazzi, e non è mai la stessa cosa. Sono un testimone privilegiato di quanto bene potete fare insieme, e di quanto siete belli dentro — non nonostante le vostre fragilità e ferite, ma soprattutto grazie a quelle. Grazie di esservi fidati di noi, e grazie a nome di quanti avete aiutato.
Domani la sveglia è alle 8:30, alle 9 faremo la messa di fine missione, e poi ci sarà il tempo per le valigie e per mangiare, prima di andare in aeroporto. Si conclude così la nostra sesta missione estiva: ne mancano ancora due, una qui in Brasile e un'altra in Ruanda, e poi, finalmente, anche noi di Wecare potremo tornare a casa!

