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Ogni casa, un nuovo inizio

Filippo Masetti

Oggi è il giorno dell'inaugurazione delle case. Negli ultimi tre giorni i ragazzi, divisi in cinque squadre, hanno costruito altrettante abitazioni in legno insieme ai volontari di Techo. Tre giorni di fatica vera, di caldo che non dava tregua, di pazienza messa alla prova ogni volta che un'asse non tornava a misura, un chiodo non entrava dritto, una parete andava smontata e rimontata perché qualcosa non quadrava. Ma anche tre giorni di attesa — l'attesa delle famiglie, che ogni mattina tornavano a guardare quanto si fosse alzata la struttura rispetto al giorno prima, quanto mancasse ancora prima di poter finalmente chiamare casa quello spazio di legno che pian piano prendeva forma.

Ieri ho raccontato la storia di Raul, ma ognuna delle persone che abbiamo aiutato in questi giorni meriterebbe un capitolo a parte. Come Sol, che a soli vent'anni si prende cura da sola di suo figlio Dante — che coincidenza il nome, viene da pensare — nato con una malformazione e nutrito da dieci mesi attraverso una sonda nasale. Sol non ha mai smesso, in questi tre giorni, di guardare la sua casa che nasceva asse dopo asse, come se ogni tavola inchiodata fosse anche un pezzo di futuro per suo figlio.

E poi c'è Kevin, in un'altra delle case, il più piccolo tra quelli che abbiamo conosciuto in questi giorni: ha giocato praticamente senza sosta per settantadue ore con i ragazzi, correndo tra gli attrezzi e le assi tagliate, arrampicandosi dove poteva, seguendo ogni fase della costruzione come se fosse lui il capocantiere. Ha sognato ad alta voce, giorno dopo giorno, il suo nuovo tetto — e vederlo oggi, finalmente, sotto quel tetto vero, ha avuto qualcosa di speciale.

Stamattina avevo chiesto ai ragazzi di ricordarsi una cosa semplice ma importante: che per queste famiglie loro resteranno per sempre "i ragazzi italiani che hanno cambiato le nostre vite" — e che quindi valeva la pena, in queste ultime ore, provare a entrare davvero nelle storie di chi stavano aiutando, non solo nel lavoro manuale ma nelle persone, nei loro nomi, nei loro volti.

Alla fine di ogni costruzione, come da tradizione, inauguriamo le case con una benedizione e qualche parola. Sono state tra le lacrime più belle che abbia visto in missione — lacrime di gioia, di commozione, di qualcosa che va oltre la semplice riconoscenza. Vedere un uomo adulto piangere davanti a un gruppo di ragazzi di diciassette, diciotto anni non potrà mai lasciarmi indifferente, per quanti anni ancora farò questo lavoro. C'è qualcosa, in quel momento, che non si può spiegare: la fatica di tre giorni che si scioglie tutta insieme, in pochi minuti, davanti a una casa finita.

Abbiamo finito più tardi del solito, e le attività della sera sono slittate a dopo cena. Stamattina i ragazzi hanno fatto un momento di riflessione personale sul tema trattato ieri da Padre Rudolph, e la sera si sono ritrovati nei gruppi di riflessione: piccoli cerchi, divisi tra ragazzi e ragazze, guidati dal Padre e da noi dello staff, in cui — cercando di rendere l'ambiente il più comodo e accogliente possibile — ci si confronta con più libertà sui temi della giornata, su quello che si è vissuto e su quello che ancora fatica a uscire nel grande gruppo. Sono momenti che valgono quanto il lavoro fisico, forse anche di più: è lì che spesso emerge il vero significato di questi giorni, lontano dal rumore del cantiere e più vicino a quello che ognuno si porta dentro.

Poi, finalmente, a letto — con la stanchezza buona di chi ha dato tutto.

Di solito, dopo il primo giro di costruzioni, ci concediamo una giornata di riposo. Ma domenica, nel barrio, ci sarà la finale, e per tanti motivi — sicurezza, logistica, il caos che porta con sé un evento del genere — quel giorno è considerato inagibile per noi. Quindi domani si riparte subito: nuove squadre, nuovi team, e si torna daccapo con le fondamenta delle prossime quattro case.