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Per amare bisogna essere molto amati

Fernando Lozada

Il giorno del ritorno si avvicina, e i ragazzi piano piano prendono consapevolezza di quanto questo tempo sia volato. Dall'altra parte, siamo tutti stanchi — complici il caldo e le poche ore di sonno, specialmente questa notte, in cui altri ospiti della nostra struttura hanno deciso di fare una sorta di festa tra le 22 e le 2 del mattino. Insomma, oggi abbiamo dormito tutti meno e peggio! Lo si capisce dal primo momento del nostro arrivo in cantiere: occhi ancora gonfi, passi lenti, e questo nonostante fossimo svegli già da un bel po'.

Con la stessa lentezza con cui abbiamo iniziato questa giornata, i ragazzi si dirigono al cantiere. Oggi il tempo sembra clemente: fa caldo, ma ci sono le nuvole a proteggerci dal sole scottante. E il sole fa davvero la differenza, soprattutto quando si lavora.

I ragazzi dello staff distribuiscono i vari compiti: c'è ancora del cemento da preparare per le colonne portanti, ci sono i disegni da completare, e c'è un bel po' di muro da demolire, oltre a smaltire le macerie. Sono lavori che, a causa del caldo, vengono ridimensionati nella fatica che potrebbero altrimenti generare. E rileggendo le ultime frasi che ho scritto, capisco che anche io sono stanco!

Tornati dal lavoro — portato a buon punto, visto che domani è l'ultimo giorno di lavoro effettivo, poiché martedì inauguriamo il campo e lo useremo con tutti i bambini — diamo il tempo necessario per prepararsi, e ci ritroviamo in auditorio verso le 18. I ragazzi devono affrontare la quarta riflessione personale, quella sull'amore, e come per ogni riflessione personale faccio una breve introduzione, approfittando magari del momento per sottolineare qualcosa detto ieri alla conferenza, o per aggiungere qualcosa che avevo dimenticato.

In questo caso, ci tengo a rafforzare la natura del nostro cuore umano. Fin dall'inizio di questo viaggio, soprattutto quello interiore, ho voluto che i ragazzi guardassero dentro il proprio cuore. Da cosa è fatto questo cuore? Chi sei, in fondo? Questo cuore che, nella loro breve — ma non troppo — vita, si è nutrito di relazioni, e di conseguenza di esperienza, di sogni e di paure, di momenti felici e belli, così come di momenti bui e tristi.

Ho invitato i ragazzi a guardare quel cuore per cogliere a quale tipo di felicità sono chiamati: la felicità che cercano, e di cui il loro cuore ha bisogno, non si esaurisce nelle cose materiali, né in qualche conquista nello studio o nella carriera. Per quanto tutte realtà auspicabili, il nostro cuore ha bisogno di più: è fatto per un'infinita bontà, un'infinita bellezza, una piena verità.

Ma è anche lo stesso cuore che, nella vita, è stato ferito, rotto, spezzato — da un amore o un'amicizia non corrisposti, da un tradimento, da un evento doloroso. Un cuore che ha a che fare con il mistero del male: non del male in generale, ma di quel male che prende forma nella nostra vita in modi diversi. Quel male, quel dolore, quella sofferenza che possono, con il tempo, diventare una perla.

E oggi torniamo a guardare il nostro cuore per chiedergli: qual è la misura dell'amore che cerca? Qual è la grandezza dell'amore di cui ha bisogno? E io insisto, consapevole della sfida che lancio, ma allo stesso tempo certo che di briciole non possiamo, né dobbiamo, accontentarci: il nostro cuore è fatto per un amore incondizionato, che porta dentro di sé la promessa del per sempre. Solo questo ci salva, ci fa guarire, ci fa sentire veramente amati, a casa. Ed è a questo tipo di amore che siamo chiamati.

"Perché tutta la questione dell'amore è questa: per amare bisogna essere molto amati. Per amare bisogna che qualcuno abbia guardato te amandoti, che qualcuno guardi te; perché questa è la salvezza, questo è il bene della vita, ciò di cui abbiamo tutti bisogno. Che cos'è la salvezza nella vita? La salvezza nella vita è che qualcuno ti guardi e non abbia schifo di te, non abbia schifo e non abbia paura del tuo male, della tua debolezza, della tua fragilità. Uno diventa grande nella vita perché qualcuno lo guarda così. Padre e madre hanno in fondo questo compito, ma tradiscono il loro essere genitori non quando sbagliano, ma quando vengono meno a questo sguardo; e gli educatori tradiscono la loro vocazione quando vengono meno a questo sguardo: perché l'educazione è questo, è ciò che ha fatto Dio con gli uomini — ci ha guardati, ci guarda dicendo: 'Vai bene così. Io ti amo così. Io non ho schifo e non ho paura di quello che sei, io ti abbraccio così, io parto da quello che sei, e insieme proveremo a fare un pezzo di strada: insieme si migliorerà, insieme si cambierà.'
Amarsi è inginocchiarsi l'uno di fronte all'altro, è inginocchiarsi davanti al destino infinito che l'altro porta in sé."

Questo è uno dei testi che i ragazzi sono chiamati ad approfondire.

Alle 19:30 saliamo sugli autobus: questa sera è una serata brasiliana, musica e rodízio — una sorta di "all you can eat" di carne, accompagnato da una grande scelta di insalate e altri piatti tipici brasiliani. Torniamo a casa verso mezzanotte con quel mix tanto particolare che si vede nei ragazzi: stanchi, ma carichi. Io, carico, di sicuro non lo sono — e finite queste righe, sono certo che crollerò.