
Quelle fragilità che ci rendono forti
Ci svegliamo con una sorta di diluvio. Già ieri notte era arrivata l’allerta della difesa civile comunicando che ci sarebbero state possibili piogge forti e di conseguenza probabili nubifragi in città, e più specificamente dove lavoriamo.
Finita la colazione quindi, e in attesa dello svolgimento delle pioggie e notizie dai due cantieri, decido di spostare le attività della sera alla mattina, sperando di partire verso l’ora di pranzo per poi poter fare un po di attività nel pomeriggio. Come orario di inizio indico le nove del mattino.
Ma già verso le 8:40 il tempo comincia a migliorare e il cielo ad aprirsi. Niente di nuovo di quanto già abbiamo visto in questi giorni, e per me settimane, qui a Recife, dove veramente basta poco per avere un cambio radicale del tempo. Verso le 8:55 ci arrivano notizie dai cantieri, anche li il cielo si sta aprendo e non ce affatto rischio di inondazioni. Quindi controordine, niente attività di riflessione, ma subito partenza, quindi scarpe e vestiti da lavoro, guanti, occhiali e borrace, e si parte verso i cantieri.
Anche oggi siamo divisi in due cantieri, e il lavoro e il programma si svolge come ieri. A Coelhos lavoro in cantiere tutta la mattina, e dopo pranzo giro della “comunidade”. Pomeriggio invece divisi tra cantiere e attività con i bambini. A Coqueiral lavoro in cantiere tutta la mattina, e dopo pranzo sia cantiere che attività con i bambini. E un gruppo di ragazze fa un giro del quartiere insieme a delle bambini per comprare piccoli regali o comunque roba con cui poter fare diverse attività.





Verso le 18 siamo tutti di nuovo a casa e assistiamo al solito rituale per la corsa alla prima doccia e poter essere tutti pronti alle 19. Una volta riuniti, senza troppe introduzioni, ci dividiamo in 8 gruppi, i soliti che da qualche giorno riflettono insieme, e “affrontiamo” insieme la tematica del dolore e la sofferenza.
Come è da aspettarsi, è una tematica molto sentita, e a seconda dei gruppi, di quanto si va in profondità, assistiamo a dialoghi tanto toccanti, a cuore aperto, qualcosa che arricchisce tutti, ci commuove, ma soprattutto ci unisce. Penso che questo accada fondamentalmente perché ci mostriamo nudi, nudi nella nostra fragilità, che non è debolezza, fragilità che diventa forza, ma soprattutto caratteristica che ci accomuna e quindi unisce. Così il dolore mostra un primo frutto, quello di non saperci soli, ma saperci accompagnati, e quindi amati. E che, per quanto gli altri non siano chiamati a “risolvere” le nostre ferite, possono essere compagni di cammino, semplicemente dando i passi insieme a noi, con noi, e non al posto di noi.

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