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Si torna a casa ma non si torna indietro

Filippo Masetti

Ultima nottata in bus per 3/4 del gruppo, l’altro quarto è tornato in aereo — entrambi i viaggi tranquilli, ragazzi sereni, e a parte due persone nessuno mi ha nemmeno chiesto indietro il telefono, segno che ormai il distacco da certe abitudini è diventato naturale, quasi come se non ci facessero più caso. Chi era sul bus ha dormito a tratti, tra una chiacchiera e l’altra, con quella stanchezza buona che si porta addosso solo dopo giorni pieni fino all’orlo.

Ci siamo ritrovati tutti insieme alla Boca, tra le case colorate e il caos del quartiere, giusto il tempo di un giro e qualche acquisto, un regalo per la mamma, una maglietta, qualche calamita, prima di tornare, verso le 18, alla casa di ritiro per l’ultima attività.
È strano, ogni volta, l’ultimo giorno: si sente già nell’aria quel misto di stanchezza e malinconia che precede i saluti, i ragazzi più silenziosi del solito, gli sguardi che si cercano un po’ di più.

L’ultima attività è una tradizione che si ripete ogni anno: i ragazzi scrivono una lettera a se stessi, ce la consegnano con il nome sopra, e noi la custodiamo fino alla missione successiva, o fino al giorno in cui la chiederanno indietro. Un modo per fissare sulla carta quello che altrimenti il tempo rischia di sfumare: le emozioni, il bene fatto, quello che si è imparato senza nemmeno accorgersene. C’è chi si è liberato in due minuti e chi ci ha messo un’ora buona, penna in mano e sguardo perso fuori dalla finestra, come se le parole giuste dovessero arrivare da fuori più che da dentro. Prima di iniziare abbiamo restituito le lettere degli anni passati, ad  una ragazza dello staff persino quella del 2021, chissà con che faccia l’avrà riletta, quanta strada avrà fatto da allora.

E prima ancora, ho letto io ad alta voce la lettera che avevo scritto per loro, con la voce che ogni tanto si incrinava un po’, che vi lascio qui sotto per intero.
Abbiamo chiuso la serata con un asado vero, argentino, cucinato da due miei cugini locali che ci hanno stupiti con quantità di carne quasi imbarazzanti, e una qualità che se la ricorderanno per un pezzo — di quelle cene che uno pensa “basta, non ce la faccio più” e poi si ritrova a fare il bis. Poi fuoco, karaoke fino a tardi, qualcuno stonato peggio di altri ma nessuno che si tirava indietro, e la gioia collettiva per la vittoria dell’Argentina a fare da colonna sonora perfetta a un’ultima notte insieme, di quelle che si allungano apposta perché nessuno ha davvero voglia che finiscano.
Ecco il testo integrale della lettera:

*Cari ragazzi, vi scrivo questa lettera nel silenzio della sera di questo lungo bus di ritorno e vi confesso che non è stato facile trovare le parole giuste. Non perché non sappia cosa dire su di voi, ma perché quello che avete costruito in questi giorni è troppo per stare in poche righe, e ognuno di voi meriterebbe un capitolo a parte per quello che ha dato al gruppo, spesso senza nemmeno accorgersene.
Quando preparavamo questo viaggio, tra riunioni, telefonate e incontri con voi, mi sono chiesto più di una volta come sarebbe stato questo gruppo. Se avreste retto alla fatica, se il caldo — o il freddo, visto che ci ha accolti il giorno più rigido degli ultimi cinque anni a Posadas — vi avrebbe scoraggiati, se sareste stati capaci di trasformare un imprevisto in qualcosa di buono. Ci avete risposto già sul bus, quelle 14 ore extra che nessuno voleva e che invece sono diventate il primo vero momento di comunità: nessuno di voi, arrivati a destinazione dopo un viaggio interminabile, ha scelto di fermarsi a riposare. Siete andati dritti al lavoro. E lì ho capito che sarebbe stato un gruppo speciale.
Da quel momento in poi non avete più smesso di sorprendermi. Vi ho visti scavare fondamenta a mani nude con una precisione che probabilmente non pensavate di avere — perché lo sapete ormai, un pilone storto e la casa non si chiude, e la stessa cosa vale un po’ per tutto nella vita: sono le basi, quelle che nessuno vede, a reggere tutto il resto. Vi ho visti alzare pareti, montare tetti, tornare a casa sporchi di fango e con le mani segnate, ma con gli occhi pieni di qualcosa che non si vede tutti i giorni. Vi ho visti litigare, chiarirvi, ritrovare insieme ai ragazzi di Techo un equilibrio che nei primi giorni sembrava lontano, e proprio da lì sono nate le case che poi sono venute meglio, quelle costruite nel clima più bello.
Ma le case, ragazzi, sono solo una parte di quello che avete fatto qui. Vi ho visti sedervi nella baraccopoli ad ascoltare le storie delle famiglie, chi si apriva raccontando la propria vita e chi invece preferiva lasciar parlare il lavoro delle proprie mani — ed erano, in fondo, due modi diversi di volersi bene. Vi ho visti nei gruppi di riflessione, quelli scelti da voi, con le persone con cui vi sentivate liberi di essere veri, affrontare temi che di solito si evitano: la felicità che non si può comprare, il vuoto che a volte portiamo dentro senza saperlo, la sofferenza, il desiderio di qualcosa di più grande di noi. Alcuni di voi sono tornati da quei momenti distrutti dal pianto, altri leggeri e ridendo ancora di quello che si erano detti — ma tutti, credo, un po’ cambiati.
Avete cucinato per settanta persone senza essere cuochi, avete aspettato il vostro turno sotto la doccia fredda senza lamentarvi troppo, avete ascoltato messa nonostante la stanchezza vi tirasse giù le palpebre, avete giocato a carte fino a tardi come se aveste voglia di allungare ogni singolo giorno. Avete affrontato con leggerezza anche quello che leggerezza non aveva — voli cancellati, un bus di notte al posto di uno di giorno, cambi di programma dell’ultimo minuto — e questo, forse più di ogni casa costruita, mi ha detto chi siete davvero.
Non vi siete nascosti, in nessun momento. Anche chi all’inizio era più silenzioso, più defilato, ha trovato qui il proprio spazio, la propria voce, il proprio modo di essere utile. Ed è proprio in questa somma di modi diversi di esserci — chi con le braccia, chi con le parole, chi semplicemente con la presenza — che questo gruppo è diventato qualcosa di vero. Non è scontato che succeda, ve lo assicuro: l’ho visto in tanti gruppi, e non sempre accade con questa naturalezza, con questa mancanza quasi totale di gelosie o divisioni.
Avete capito, senza che nessuno ve lo spiegasse con troppe parole, che esiste una felicità diversa da quella veloce e un po’ superficiale a cui siamo abituati, quella che se ne va al primo imprevisto. Una felicità che invece resta anche quando sei stanco, pieno di polvere e di sudore, con le mani che fanno male — e il cuore pieno di qualcosa che non sai spiegare bene nemmeno tu. L’avete trovata scavando fondamenta insieme a un ragazzo che non conoscevate tre giorni prima, l’avete trovata negli sguardi delle famiglie quando la casa finalmente si chiudeva, l’avete trovata a un tavolo di gruppo mentre qualcuno si apriva per la prima volta, l’avete trovata persino in una partita a carte nell’unico angolo caldo della struttura, prima che lo staff vi mandasse a dormire.
E adesso si torna a casa, ma non si torna indietro. Non si può tornare esattamente quelli di prima dopo aver vissuto tutto questo. Quello che avete costruito qui — le case, ma soprattutto voi stessi, il gruppo che siete diventati — non è un ricordo da archiviare in una foto o in una storia da postare. È qualcosa da custodire, da lasciar maturare piano, anche nei giorni più vuoti che vi aspettano, anche quando la routine di casa proverà a farvi credere che non ne valeva la pena. Ne valeva, eccome.
E lo dico con convinzione: ragazzi capaci di scavare le fondamenta di una casa con le proprie mani, senza tirarsi indietro davanti alla fatica, e capaci allo stesso tempo di ascoltare, di piangere insieme, di aprirsi a persone conosciute da pochi giorni — quei ragazzi sono esattamente quello che serve, ovunque vadano. Non servono eroi né persone perfette: serve gente vera, disposta a sporcarsi le mani e a mettersi in gioco fino in fondo. E voi, in questi giorni, avete dimostrato di esserlo, ognuno a modo proprio, ognuno con la propria voce e il proprio passo. Questo non ve lo ha insegnato nessuna conferenza: era già dentro di voi, e qui avete solo avuto il coraggio di lasciarlo uscire.
Vi voglio bene, davvero, a ognuno di voi. Spero con tutto il cuore di avere ancora la fortuna di ripartire insieme, ovunque ci sarà bisogno di braccia e di cuori come i vostri, o anche solo di trovarci per una birra e ridere ricordando questi giorni*