
Si torna a lavoro!
Siamo ripartiti dopo la giornata di pausa, che abbiamo dedicato interamente al safari insieme ai ragazzi. La sveglia è suonata alle quattro del mattino, e siamo rientrati tra le quattro e le cinque del pomeriggio: una giornata lunghissima, tutt’altro che riposante dal punto di vista fisico, ma bellissima sotto ogni altro aspetto. Abbiamo avuto la fortuna di vedere animali assolutamente fuori dal comune, tutti insieme, in un contesto completamente diverso da quello del cantiere. Ed è proprio questo il senso che diamo a queste giornate di pausa all’interno delle missioni: ci servono per staccare un attimo la testa dalle emozioni intense e da tutto ciò che viviamo e vediamo ogni giorno, per poi tornare al lavoro con occhi nuovi.
Ieri, infatti, siamo tornati a essere immersi immediatamente nel progetto. Ci separano ormai quattro giorni di lavoro dall’inaugurazione, e la timeline la stiamo rispettando perfettamente, giorno dopo giorno. I ragazzi hanno impiegato pochissimo tempo a ritrovare il ritmo e a rimettersi al lavoro con la stessa intensità e la stessa voglia di sempre. In questi ultimi giorni il caldo si è fatto sentire più intensamente rispetto a quello a cui ci eravamo abituati nelle settimane scorse, ma questo non ha minimamente scalfito l’impegno e l’energia del gruppo, che continua a lavorare con grande determinazione.




C’è un aspetto che mi affascina sempre di più, giorno dopo giorno: il modo in cui i ragazzi si interessano e si incuriosiscono delle piccole storie che incontrano lungo il cammino. Capita spesso che qualcuno venga da me raccontandomi di un bambino con un taglio, o di una madre con un forte mal di schiena, chiedendomi come si possa fare per aiutarli. È diventata quasi una consuetudine: ogni giorno emerge la storia di qualcuno, e i ragazzi si sentono chiamati in causa, coinvolti, mai indifferenti. Proprio ieri Marco mi ha chiesto se potevamo fare qualcosa per un bambino con una brutta ferita che aveva notato. Ho parlato con la madre, la abbiamo mandata al centro medico, e il piccolo è stato curato: seguirà una terapia antibiotica e si rimetterà presto. Sono piccole cose, lo so bene, che non cambiano certo la geografia né la storia di questi luoghi. Ma sono proprio questi gesti a testimoniare quanto i nostri ragazzi si immergano davvero nelle storie delle persone che incontrano, quanto si lascino toccare e coinvolgere. Ed è forse proprio questo, oltre al progetto di costruzione in sé, il senso più autentico di ciò a cui siamo chiamati durante queste missioni: essere presenti, non solo con le mani, ma con lo sguardo e con il cuore.
Nonostante la stanchezza che si accumula giorno dopo giorno, e nonostante sappiano che il rientro a casa li troverà davvero esausti, ieri sera i ragazzi hanno vissuto, dopo la messa, il loro secondo gruppo di riflessione guidato dai ragazzi dello staff, dedicato al tema affrontato l’altro ieri. Questa volta addirittura uno dei gruppi è durato oltre due ore e mezza, un segnale chiaro di quanto questi spazi, pensati apposta per loro, trovino terreno estremamente fertile. L’assenza dei telefoni, l’intensità delle emozioni che si vivono ogni giorno, il bisogno di dialogare e la sensazione, forse rara nella vita di tutti i giorni, di sentirsi davvero ascoltati: sono tutti elementi che, evidentemente, non sono così scontati nella quotidianità dei ragazzi. E quando questi spazi si aprono, loro se li prendono con grande generosità, senza fretta di chiuderli.
Finito il momento di condivisione, abbiamo cenato tutti insieme e siamo andati a letto. Questa volta, davvero, davvero stanchi.

