Tornare a casa con il cuore pieno
Alle 8:30 siamo sui pullman per l'ultima volta, a percorrere la strada che per mezz'ora ci separa dal quartiere di Coqueiral. Oggi non c'è una divisione in due quartieri: dedicheremo tutte le nostre ultime ore di missione a sistemare il cantiere e le aree comuni per la festa prevista per questo pomeriggio — non una festa qualsiasi, ma una organizzata apposta per il nostro gruppo.
C'è nell'aria un mix di gioia e nostalgia: l'idea che qui a Coqueiral non torneremo più, il fatto di stare insieme in queste ultime ore facendo qualcosa di bello, gli ultimi saluti con i responsabili del centro, qualche operaio che pur essendo sabato ha voluto venire a salutarci, ma soprattutto quelli con i bambini. L'idea di tornare a casa è sempre bella; quella di lasciare un posto che un po' casa lo è diventato, invece, così bella non è.
Si respira anche gratitudine, forse soprattutto tra i ragazzi più consapevoli, cioè più maturi — e questo non necessariamente in senso anagrafico. Nei giorni scorsi molti hanno condiviso che l'esperienza aveva superato le loro aspettative (puntualmente, ogni volta che uno di loro me lo diceva, io rispondevo con un "perché erano così basse?", accennando un sorriso, un po' per sdrammatizzare qualcosa di molto bello che di solito seguiva a quelle parole). Non era stato solo il volontariato — fatto sì di lavoro fisico, ma soprattutto dell'incontro con le persone del posto — ma anche l'esperienza di gruppo, i momenti vissuti insieme, anche quelli spensierati, e per molti anche, fondamentale, il percorso interiore. Un percorso interiore che ha permesso a molti non soltanto di fermarsi a riflettere, ma di guardare veramente dentro di sé e scavare a fondo. Alcuni — lo so per testimonianze personali — sono andati veramente a fondo, con tutta la sofferenza che questo implica; altri invece si sono un po' fermati all'anticamera, non per superficialità, ma perché hanno guadagnato la consapevolezza di quanto sia importante andare dentro di sé, insieme alla certezza che certi movimenti interiori possono fare male, e bisogna essere pronti a trovare — e a dare un nome — anche a cose che non sono belle.
Abbiamo dedicato la mattina alla sistemazione e alla pulizia dei locali e del nostro cantiere, mentre nel pomeriggio siamo stati accolti con giochi e belle parole dalla popolazione locale. Solo chi riesce a cogliere la loro gratitudine riesce a capire l'importanza della nostra presenza per loro durante tutti questi giorni. Un'altra occasione per capire che non siamo noi il centro, neanche le nostre valide e legittime aspettative. Perché non siamo venuti per fare ciò che ci piace, ma siamo venuti fin qui per fare ciò di cui la popolazione locale aveva bisogno. Non siamo venuti a prendere, ma a dare — e nel dare, senza la pretesa di ricevere, in realtà abbiamo guadagnato molto, molto di più di quanto abbiamo dato. E questo, che portiamo scritto sulle nostre magliette, non è più solo una bella frase (biblica, e non inventata da me, come alcuni dei partecipanti pensano!), non è più una frase fatta, ma una frase che è diventata vita in ognuno dei ragazzi: C'è più gioia nel dare che nel ricevere.
Tornati a casa, ci riuniamo per gli ultimi gruppi di riflessione. Il tema è quello del ritorno a casa: ci confrontiamo quindi sulle gioie, i desideri, le paure e le preoccupazioni che sorgono pensando al ritorno alle nostre vite — vite tante volte piene di tantissime cose, ma anche vuote di altre, di cui forse abbiamo più bisogno. Si torna anche più consapevoli delle proprie fortune, o meglio chiamarle grazie: la grazia delle relazioni in cui ci sentiamo amati per ciò che siamo, la grazia di poter studiare o lavorare, di poter portare avanti tanti desideri, quella della salute, eccetera. Non tutti le hanno tutte; a qualcuno magari qualcosa manca, ma la vita, penso, si costruisce sulle certezze, sulle fondamenta, e quindi bisogna partire da quelle. E quelle che mancano? Cercarle, costruirle, e saper distinguere, con serenità e anche saggezza, quando dipendono veramente da noi, e quando invece fanno parte di quegli aspetti dell'esistenza che dipendono dalla realtà.
Dopo cena i ragazzi, in qualche modo, improvvisano una sorta di festa. L'ultima sera di ogni viaggio è sempre la più "pericolosa", almeno dal mio punto di vista. Passare dal desiderio di stare insieme e divertirsi a qualche piccola esagerazione porta sempre con sé il rischio di mandare "quasi" tutto all'aria, quindi spero, e sono fiducioso, che vada tutto bene.
Domani, quindi domenica, non ci sarà diario, perciò anticipo le ultime attività. Dopo colazione è prevista l'ultima attività di riflessione. Ognuno dei ragazzi dovrà scrivere una lettera a se stesso, al proprio sé del futuro, in cui ricorda ciò che questa esperienza gli ha dato. Chiusa in una busta, la consegnerà a noi di Wecare, che la custodiremo fino alla prossima missione — o, se non ci sarà questa occasione, fino al giorno in cui vorrà riaverla.
Ognuno dei ragazzi riceve una breve lettera che ho scritto per loro, e che non potrò leggere insieme a loro, perché a quel punto sarò già partito, avendo un altro volo! Dopo aver finito questo esercizio ci sarà la messa domenicale, e in seguito il pranzo, e poi il tempo necessario per preparare le valigie e assicurarsi tutti di avere il passaporto (speriamo bene!), prima di partire verso l'aeroporto!
Ecco il testo della lettera:
Cari "ragazzi",
vi scrivo queste righe mentre sono in attesa del volo per Madrid. L'arrivo è previsto per le 6 del mattino in Europa, a casa nostra, quindi l'1 di notte qui in Brasile. Praticamente, quando gli ultimi superstiti del rodizio brasiliano staranno andando a letto — o quanto meno lo spero — io starò arrivando a casa. Arrivando, non arrivato: perché non sarò a casa nemmeno quando avrò messo piede a Fiumicino, l'aeroporto di Roma, ma solo quando sarò con i miei cari, mia moglie e i miei figli. Loro sono casa.
Qual è la tua casa? Dove trova riposo e ristoro il tuo cuore? Dove puoi essere sicuro di essere te stesso fino in fondo, senza la paura — e quindi in totale libertà — di sentirti giudicato, sottovalutato, messo da parte? Allora forse la domanda giusta non è tanto qual è la tua casa, quanto chi è la tua casa.
Sono le relazioni a salvarci, a riscattarci, a dare senso alla nostra vita. Non perché dipendiamo dagli altri — cosa che in fondo, in qualche modo, ci riguarda tutti — ma perché gli altri sono il luogo, lo spazio, in cui siamo chiamati ad amare e a essere amati.
Tra qualche ora partirete verso l'aeroporto, e solo dopo qualche altra ora anche voi metterete piede a casa. Non so se dentro di te ci sia paura, o nostalgia. Credo, e spero, che tu ti sia trovato bene in questi giorni. Con il lavoro, che è stato mezzo per una missione, un compito più grande e più nobile. Con il gruppo, con i rapporti che in questo viaggio ti hanno fatto sentire, in mille modi diversi, parte di qualcosa. Con il percorso fatto, i momenti di riflessione personale e di gruppo.
Si torna a casa, e tocca affrontare la vita. Non "la vera vita" — come se quello che abbiamo vissuto insieme in questi giorni fosse meno vero, un semplice parentesi felice, spensierata, un lusso concesso a noi stessi. No: quello che abbiamo vissuto è stato altrettanto vero. È stata una forma di prenderci cura di noi stessi, amando e lasciandoci amare. Si torna nella nostra vita di sempre, quella dove siamo chiamati a trasformare tutto ciò che abbiamo vissuto in questi giorni in qualcosa di vivo, di reale, che nutra davvero la nostra quotidianità.
Perché le dinamiche della nostra vita non sono cambiate. Le sfide, i problemi, le sofferenze — così come le cose belle — sono ancora lì ad aspettarci. Quello che forse è cambiato è il tuo cuore. E questo stesso cuore, quello con cui hai vissuto questi giorni, è il cuore con cui sei chiamato ad amare, cominciando da te stesso. So che posso sembrare ripetitivo, ma è la base di tutto: se non ami te stesso, tutto il resto ne sarà condizionato. Condizionato da uno sguardo limitato, ottuso, triste, arrabbiato — ognuno di noi trova forme diverse per lasciar trasparire le proprie crepe, le proprie ferite.
Ma cosa vuol dire amare se stessi? Prima di tutto capire, esistenzialmente e non solo razionalmente, che sei un tesoro prezioso. Che tu ci sia o meno fa la differenza. Non operativamente — chiunque, più o meno, può sostituirti nei compiti che la vita ti chiede — ed è proprio per questo che è sano e saggio non ridurci a ciò che facciamo. Ciò che facciamo non ci definisce: semmai deve essere una conseguenza di ciò che siamo.
Allora, come si ama se stessi? Scegliendo ciò che è bello, buono e vero per te. Tu lo sai, io lo so, lo sappiamo tutti perfettamente quando scegliamo qualcosa per abitudine, per scendere a compromessi, per paura o vergogna: scegliamo quel qualcosa che sappiamo, in fondo, ci fa male, ci fa tradire noi stessi. Se scegli ciò che è buono, bello e vero, non puoi sbagliare. Non svenderti. Non andare a cercare attenzione o validazione, pensando che possano colmare le tue insicurezze: niente di ciò che sta fuori di noi può restituirci il valore che magari sentiamo di aver perso. La tua bellezza sta proprio nella tua unicità, e di conseguenza nella tua vocazione in questa vita — che non è un mestiere, sarebbe riduttivo. Non viviamo per avere un mestiere: ne scegliamo uno come mezzo per vivere la vita, magari per trasformarla, ma non è quello il senso ultimo della nostra esistenza.
Quando capirai — e vivrai di conseguenza — che senza di te qualcosa, nel mondo, resterebbe incompiuto, avrai fatto un passo da gigante. Lo ripetiamo ogni anno, lo ripeto ogni anno: ci sono persone che solo tu puoi amare. Te ne rendi conto? Ci sono là fuori — forse nel gruppo, forse tra i bambini incontrati in questi giorni — persone che solo tu puoi amare. Nel senso che l'amore che sei capace di dare, quello specifico, con quella sfumatura che è solo tua, lo puoi dare soltanto tu. Nessuno può sostituirti in questo. Ci sono sguardi che solo tu puoi regalare. E forse già sai quanto uno sguardo possa giudicare, o al contrario riscattare. Ecco: tu puoi essere quello sguardo d'amore che qualcuno sta aspettando, di cui qualcuno ha disperatamente bisogno — e che forse potrà incontrare soltanto incrociando il tuo. Ci sono gesti e abbracci che solo tu puoi dare, e questo va ben oltre il gesto fisico: è proprio il prenderci cura di chi la vita ha messo sulla nostra strada, affinché noi potessimo imparare ad amarlo.
La vita è una sola, ne abbiamo parlato tanto. Non perdiamo — non perdete, non perdere — tempo in banalità, rimandando tutto ciò che potresti amare oggi. Ama come se ogni giorno fosse l'ultimo, perché la tua vita sia davvero un capolavoro di servizio, di donazione, di sacrificio. Il resto — la felicità, quella piena, quella vera — sarà solo una conseguenza.
Grazie di averci affidato queste due settimane della tua vita. Ci hai regalato la cosa più preziosa che abbiamo: il tuo tempo, e dentro di esso il dono della tua vita. Grazie per averci aiutato a rendere la vita di alcune persone un po' migliore, per aver seminato insieme nel cuore di tanti bambini. Grazie per la tua apertura, per la tua sincerità. Spero — speriamo — che questa non sia né la prima né l'ultima volta che partiamo insieme: chissà, magari in futuro ancora come volontario, o magari dandoci una mano come staff.
Ti abbraccio forte. Vi abbraccio forte.
Fernando, detto Nando


