
Siamo fatti per un amore grande
Giornata di ripartenza, dopo un giorno libero che è stato semplicemente splendido, da ogni punto di vista. Il parco nazionale ci ha accolti con scorci pazzeschi, e il kayak è stato uno spasso puro: i ragazzi hanno remato, giocato, scherzato, sfiorando da vicino coccodrilli e capibara. La giornata si è proseguita poi con un asado grandioso, e poi tutti insieme a guardare la finale, sofferta fino all’ultimo minuto e con un epilogo duro da digerire. Eppure il rientro verso casa è stato accompagnato da una cornice speciale: un intero paese in strada, non tanto a celebrare una sconfitta, quanto a festeggiare il percorso della sua Seleccion. Un’immagine che dice molto di questa gente, e di come sappia vivere lo sport come comunità, come appartenenza, quasi come un modo di amare il proprio paese.
Oggi siamo ripartiti esattamente da dove avevamo lasciato, dalle fondamenta. Il compito della giornata era completare i muri e la struttura del tetto, e i ragazzi si sono buttati nel lavoro con la solita energia, quella che non si stanca mai di stupirmi. In questo giro seguiamo tre case vicine che condividono i pasti, più una quarta più isolata. Oggi la famiglia che cucina per le tre case è stata un po’ parca con le porzioni — per fortuna avevo ancora con me le empanadas avanzate dalla sera prima, che si sono rivelate provvidenziali per sedare quella che minacciava di trasformarsi in una piccola ribellione da fame adolescenziale.





La mattina, prima di uscire per il cantiere, abbiamo avuto la conferenza e il momento di riflessione sull’amore — l’ultima guidata da Padre Rudolf, che subito dopo è dovuto ripartire, salutando i ragazzi. La sua presenza discreta ma centrale in questi giorni mancherà a tutti.
Prima di congedarsi ci ha lasciato introducendo i testi del libretto sull’amore, su cui poi i ragazzi la sera hanno impostato la loro riflessione personale. Inizia con il mito di due sposi che, quando nessun altro lo fece, aprirono la loro casa a due stranieri di passaggio, offrendo tutto quello che avevano; e alla fine chiesero come unico dono di potersene andare insieme, nello stesso istante, senza che l’uno dovesse mai vedere la tomba dell’altra. Da quella storia è emersa un’idea semplice che però ha lasciato il segno: amare vuol dire riconoscersi proprio nella differenza, lasciarsi vedere per quello che si è davvero senza doversene vergognare, e proprio questo sguardo che l’altro posa su di noi è ciò che ci permette, piano piano, di diventare quello che ancora non siamo. Non è tanto l’essere amati a rendere felici, quanto il verbo amare in sé: un’azione, non uno stato d’animo, qualcosa che si allena e si affina ogni giorno, con pazienza, senza scorciatoie e senza mai potersi davvero fermare. Qualche ragazzo ha sorriso all’idea di un amore che è quasi un mestiere da imparare, ma si è capito che il messaggio era arrivato.
Un altro testo ricordava che amare, comunque lo si guardi, significa accettare di essere vulnerabili. Chi si chiude per paura di soffrire riesce forse a proteggere il proprio cuore, ma lo condanna anche a restare immobile, chiuso in una specie di scrigno che con il tempo si trasforma in una prigione. Meglio allora rischiare, perché quel desiderio di un amore grande, fedele, vero, che tutti portiamo dentro fin da ragazzi, non è un’illusione di cui vergognarsi: è la traccia più autentica di ciò per cui siamo fatti.
E forse è proprio qui, in questi luoghi dove la vita non regala nulla, che questa idea di amore trova la sua prova più vera. In contesti difficili come i barrios più poveri, dove mancano le cose essenziali e la quotidianità è già di per sé una battaglia, l’amore non smette mai di trovare spazio: nella porta che si apre comunque a chi bussa, nel pasto diviso anche quando è poco, nell’accoglienza che non si misura su quanto si ha ma su quanto si è disposti a dare. È come se, proprio dove tutto sembra remare contro, l’amore diventasse la risposta più naturale e più necessaria: non un lusso per chi può permetterselo, ma l’unica cosa che davvero resiste quando il resto manca. Vederlo qui, tra queste case ancora senza tetto, dà a tutta la riflessione di oggi un peso diverso, più concreto, più vero.
Ai ragazzi è stato poi chiesto di scrivere la propria riflessione personale in serata, un momento di silenzio e di pensiero dopo tanta parola condivisa: chi si è sentito più amato e quando, se capita di pensare di non meritare l’amore degli altri, come amano loro davvero.
La giornata si è chiusa come sa chiudersi solo qui: cena, musica e un talent show finale pieno di sorprese. Abbiamo scoperto ballerini di tutto rispetto — su tutti il “capitano”, che ha incantato la platea sulle note di Michael Jackson, portandosi via applausi e risate fino a tarda sera.


