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Solo chi ha attraversato il dolore può diventare compagno per chi soffre

Fernando Lozada

Giornata di pioggia e di sole: ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. Guardare il meteo non ha proprio senso. Ci sono giornate in cui viene pronosticato il diluvio universale e magari abbiamo sole tutto il giorno… ma accade anche il contrario. Lo spirito, però, è quello di affrontare queste piccole (e a volte grandi) difficoltà con il sorriso e la voglia di fare che, va detto, ai ragazzi non manca mai.

Oggi partiamo più tardi del solito perché facciamo l’introduzione alla terza tematica del viaggio, la terza domanda dell’esperienza. Fa parte di quelle domande di sempre, che l’uomo da quando è uomo si pone e che attraversano non solo il tempo e la storia, ma anche lo spazio — nel senso che non fanno distinzioni di cultura, credo o geografia: sono domande esistenziali, umane. Che posto ha il male? Qual è il senso del dolore? Ha un senso?

Affrontare la domanda sul male e sulla sofferenza è essenziale perché essi fanno parte della nostra vita. Cercare di far finta che non ci siano, pensare che il tempo li farà passare o credere di poterli accantonare sono tra le peggiori strategie.

Il dolore non è da fuggire, ma da accogliere e farci amico. Sì, farcelo amico. Perché il dolore, la sofferenza, sono lì a dirci che c'è qualcosa che non va, qualcosa che va cambiato, trasformato, gridato, manifestato e poi curato, guarito. Qualcosa va fatto. Il dolore è la spia del nostro essere: non è il problema in sé, ma la manifestazione che c'è qualcosa che non sta andando come dovrebbe. È come l’ansia: è pur vero che possiamo imparare a gestirla, ma la verità è che essa è solo un sintomo, ha una radice più profonda e, in quanto forma di dolore, ci sta solo dando un segnale: ascoltati! Ma nella società in cui tutti dobbiamo sembrare sempre “sul pezzo”, quasi senza il permesso di sbagliare, nella società della perfezione ascoltare il proprio dolore o il proprio grido di aiuto diventa qualcosa di quasi impossibile. E così tante persone annegano nel proprio dolore, in silenzio, nella solitudine. E se c'è una cosa più brutta di soffrire, è proprio quella di soffrire da soli.

Il dolore ci consente di alzare lo sguardo con coraggio e chiedere aiuto, riconoscendoci bisognosi degli altri. E questo è un primo, grande frutto: è bello saperci non soli, ma accompagnati da qualcuno che non si sostituisce a te (perché la strada la devi percorrere tu), ma che cammina al tuo fianco.

Il dolore, se abbracciato nell’amore, ci permette di crescere, di diventare fecondi, accoglienti, consapevoli di tutto il peso dell’esistenza. Davanti al dolore non si può stare in modo indifferente: o ci trasforma, o ci affonda e ci corrode da dentro. Alla radice di ogni nostra rabbia o frustrazione c'è una bugia, una menzogna raccontata a un dolore vissuto male.

Alla fine dell’introduzione saliamo sui pullman. Qualche ragazzo e qualche ragazza ha gli occhi lucidi, qualcuno addirittura piange perché in qualche modo — con gli esempi che qui per motivi di spazio non metto per iscritto — siamo riusciti a toccare corde importanti, essenziali.

I ragazzi lavorano duro su tutti i fronti: sul cantiere si alternano momenti di lavoro estremo a momenti in cui sembra ci sia poco da fare, il tutto condito dalla pioggia che va e viene. L’arrivo dei materiali scandisce questi tempi. Oggi i ragazzi hanno continuato a lavorare con il cemento armato per le fondamenta, mentre altri continuano a verniciare il muro sul quale un team dei nostri artisti disegnerà un murales.

Le attività con i bambini proseguono: sono felicissimi ed eccitati dalla presenza dei nostri volontari. I ragazzi, infatti, si chiedono da dove tirino fuori tutta quest’energia e ci domandano come facciano a essere così felici.

Tornati in albergo ci raduniamo alle 19:00 per introdurre la riflessione personale sul dolore. Nel libretto i ragazzi trovano alcuni testi per nutrire il pensiero, poi delle domande e infine un testo che leggo loro a voce alta, che serve da collante tra la tematica del dolore e la nostra missione qui:

C’è una verità che spesso scopriamo solo vivendo: il dolore cambia tutto. Cambia il nostro sguardo, cambia il modo in cui percepiamo il mondo, cambia ciò che ci sembra importante e ciò che invece inizia a sembrarci superfluo. Ma il dolore non è solo qualcosa da subire o da evitare. È una soglia, un passaggio.
La sofferenza, quando è accolta e non negata, scava dentro di noi una profondità nuova. Ci rende forse più fragili, ma anche più veri, più umani. Ci costringe a guardarci dentro, a fare i conti con ciò che siamo veramente. E lì, in quel momento, o diventiamo più veri, più sensibili, più capaci di amare… oppure ci chiudiamo, ci inaspriamo, ci facciamo duri. Non ci sono vie di mezzo. È una scelta.
A volte il dolore arriva all’improvviso, in mille forme diverse. Può essere la perdita di qualcuno che amiamo, una ferita, un’ingiustizia, qualcosa che ci spezza dentro. E lì ci viene voglia di chiudere tutto, di mollare, di diventare duri, cinici, freddi. Di dire: “Non vale la pena”. Ma c’è qualcosa che non si spegne, anche nel buio: una voce, un richiamo…
Il dolore non è l’ultima parola. Non è la fine. Può diventare, invece, l’inizio di qualcosa di nuovo. Uno scossone che ci sveglia, ci costringe a chiederci: che senso ha tutto questo? Perché sono qui?
Se non affrontiamo le nostre ferite, se non diamo un nome al dolore che abbiamo vissuto, quel dolore marcisce dentro. Diventa frustrazione, rabbia, cinismo. La “cattiveria” spesso nasce da lì: da una sofferenza che non ha trovato spazio per essere guardata, capita, condivisa. Ma se quel dolore lo affidiamo, lo custodiamo, lo viviamo con senso, allora si trasforma. 
E allora possiamo chiederci: qual è lo scopo che ci permette di sopportare il dolore? Qual è la gioia profonda che ci guida, anche quando tutto sembra crollare? Perché se nella nostra vita c’è uno scopo vero — come la fede, l’amore, la dedizione a qualcuno, una missione — allora anche il dolore non ha l’ultima parola. È attraversabile. È trasformabile. Può diventare un’occasione per rinascere, e per imparare a vedere e amare anche il dolore degli altri.
In missione si tocca con mano tutto questo: tanta gioia, ma anche tanto dolore. Dolore vero. Lo si vede negli occhi dei bambini, nelle case delle baraccopoli che sembrano crollare, nei silenzi dei bambini malati, nella solitudine degli anziani, nelle infinite ingiustizie che queste persone, con volti e storie, devono attraversare ogni giorno..
E a volte ci fa paura. Perché ci mette davanti a domande che non hanno una risposta facile. Perché ci spiazza, ci fa sentire piccoli. E allora ci viene voglia di chiuderci, di non pensarci troppo, di proteggerci.
Ma proprio lì può succedere qualcosa. Se non scappiamo, se restiamo con lo sguardo aperto e il cuore sveglio, il dolore ci cambia. Ci rende più umani, più veri, più attenti. È così che il dolore diventa fecondo. Non perché sparisce, ma perché si trasforma in una forza nuova, che ci spinge a vivere con più verità, più attenti agli altri, con più gratitudine, più amore.
Ecco forse il motivo per cui siamo qui, in missione: perché solo chi ha attraversato il dolore può diventare compagno per chi soffre. Ci può insegnare ad amare di più, ad avere uno sguardo più profondo verso chi soffre, ad accorgerci degli altri.
Solo chi si è lasciato ferire può diventare capace di tenerezza. Non siamo venuti per “salvare” nessuno, ma per imparare a stare, a guardare, a condividere, ad amare nella verità.

Finita la lettura, i ragazzi possono concentrarsi su se stessi: alcuni preferiscono prima leggere e poi partecipare alla messa delle 19:45, mentre altri scelgono di non andare a messa ma di proseguire con la riflessione. C'è chi invece preferisce rimandarla a dopo cena. Non sono più bambini e quindi non stiamo loro troppo addosso con il libretto; d'altronde lo sanno, e glielo ripeto ogni volta: il libretto è un regalo bello che fate a voi stessi, noi dello staff di Wecare non ce ne facciamo niente!