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Su quale fondamenta stiamo costruendo la nostra felicità

Fernando Lozada

Oggi abbiamo avuto a che fare con una giornata davvero piena. Sole splendente fino alle 15:00, che poi scompare totalmente per regalarci una pioggia fortissima durata circa un quarto d’ora! Tre quarti dei ragazzi dedicano la mattina alla costruzione del nostro campetto, mentre l’altro quarto del gruppo passa tre intere ore a fare giochi e attività diverse con i bambini.

Mangiamo come al solito alle 12:00, e alle 13:00 non ci dividiamo più in due grandi gruppi ma in tre… Ovvero: una metà del nostro gruppo torna in cantiere; un quarto rimane a giocare con i bambini (che nel pomeriggio non solo sono di più, ma sono visibilmente pieni di energia, a tal punto che qualcuno rimpiange il lavoro in cantiere); l’ultima parte del gruppo, l’ultimo quarto, va a fare un giro della favela — o meglio della “comunidade”, come viene chiamata qui, perché chiamarle favelas risulta offensivo. Chi rimane in cantiere, invece, non soltanto prosegue i lavori di appiattimento del terreno con la distribuzione della sabbia e della terra, ma prepara le enormi mura che ci circondano per i murales che lasceremo, oltre a scaricare un enorme camion che ci ha portato i mattoni destinati alla costruzione dei bagni.

Una giornata piena anche di riflessione, perché la mattina avviamo la seconda tematica del viaggio: si tiene la conferenza sulla felicità, sulla vita piena o, più semplicemente, sulla domanda dove sto cercando la felicità?… La sera, invece, prima di mangiare, i ragazzi fanno la riflessione personale sempre su questo tema. Insomma, una giornata con tante cose diverse, tanta fatica fisica e tanto lavoro interiore. Ma andiamo al dunque delle nostre riflessioni…

Cosa perseguiamo con una riflessione sulla felicità? Forse la prima cosa da dire — in profonda connessione con la prima tematica — è proprio il prendere atto che fa parte della natura umana, e quindi della nostra identità, la ricerca di un senso a ciò che si fa: un fine ultimo per cui prendiamo una decisione piuttosto che un'altra, una forza che ci spinge ad alzarci la mattina, o quella motivazione che, quando viene a mancare, rende l'alzarsi dal letto tutt'altro che scontato.

Questa domanda sul senso l’abbiamo chiamata "felicità", ma si potrebbe definire come la ricerca di una vita piena, non vissuta a caso, ma con una direzione. E sempre in collegamento con il primo tema, almeno dal mio punto di vista, va detto che la felicità deve partire dalla fedeltà a noi stessi: non si tratta di “riempire” la vita a casaccio, ma di permettere a essa di riempirsi di ciò che risponde alla nostra identità, a chi siamo veramente. Tradire la propria identità, tradire questa prima fedeltà alla quale siamo chiamati, vuol dire iniziare a costruire una vita triste, frustrata o, in ogni caso, spenta… spenta interiormente. E si sa: le persone tristi, frustrate o spente fanno fatica a fare il bene, e finiscono per fare del male a quanti le circondano.

Ma di che felicità stiamo parlando? Che caratteristiche ha? Mi piace pensare che la nostra realizzazione come persone non dipenda da agenti esterni o instabili quanto un castello di sabbia. Ci sono tante realtà della nostra vita che ci circondano e che costituiscono parte delle risposte che cerchiamo di darci. C’è chi cerca questa pienezza nell'illusione del potere, chi nel possedere, chi nel piacere. Non è un discorso moralistico: il potere di per sé, il possedere o il piacere non hanno nulla di negativo, ma lo possono diventare se trasformati nella ragione stessa della vita, facendo venire meno altri aspetti esistenzialmente molto più importanti e, soprattutto, vitali per una vita piena e felice. Per questo chiedo ai ragazzi di domandarsi su quali fondamenta stiano costruendo la loro vita: a cosa stanno affidando la loro felicità?

Un altro elemento che cerco di trasmettere è la fame e la sete che abbiamo di pienezza: è una fame interiore, direi spirituale, direi persino infinita. Niente di quanto sia tangibile o che il nostro meraviglioso mondo abbia da offrirci potrà mai bastare a colmarla, a placarla, a saziarci. Non è un problema del mondo (che, ripeto, è meraviglioso) né di ciò che ha da offrirci (che è veramente tanto): è solo che il nostro cuore, la nostra parte più intima, è fatto per altro, vuole molto di più, non si accontenta. E non lo dico io: lo hanno già detto in tanti prima di me, da Agostino d’Ippona a Leopardi, fino a qualche autore più contemporaneo come D'Avenia.

A cosa stiamo affidando la pienezza della nostra vita? Su cosa stiamo costruendo la nostra felicità?