
Tornare con un bagaglio leggero: le voci di chi parte e chi resta
Spesso ci sentiamo dire che partire per una missione sia “l’esperienza più inimmaginabile della vita”. Ma Wecare non ambisce ad essere il tocco di colore diverso su una tela uniforme: un unico puntino che si distingue da ciò che viene prima e dopo. Allo stesso tempo, le nostre esperienze di volontariato all’estero non hanno la pretesa di stravolgere la vita di chi le vive e cambiarne radicalmente la forma. Il vero obiettivo è fornire degli strumenti nuovi: permettere a ciascuno di attraversare il resto della propria esistenza in maniera diversa, guardando il mondo con occhi nuovi.
La mamma di un volontario appena rientrato ci ha scritto che la sua speranza era che il figlio “tornasse con un bagaglio più ricco di quello con cui era partito. Oggi ho la certezza che è così.” Ci piace pensare che questo accada con ogni volontario, ognuno a suo modo, con la propria intensità e le proprie sfumature. Non possiamo però sapere con certezza quanto faranno tesoro di quei giorni: una volta tornati dall’altra parte del mondo, ciascuno rientra nella propria routine frenetica, riabbracciando affetti e contesti rimasti immutati.
I frutti del lavoro a migliaia di chilometri da casa
Possiamo però affidarci direttamente alle parole di chi vuole condividere con noi i propri pensieri, le riflessioni a mente fredda o qualche idea di getto. Ed è lì che si vedono i frutti di settimane di lavoro nella terra, al freddo umido o al caldo torrido, a migliaia di chilometri da casa. Si vedono in una ragazza che ci scrive quanto “un grazie non basta per descrivere il modo in cui questa esperienza mi abbia aiutata e cambiata… non mi sarei mai immaginata di tornare così diversa”. Quando ci confessa: “sono riuscita a ritrovare me stessa, sto iniziando a conoscermi e ad accettarmi per come sono” sappiamo che ha raccolto quanto seminato in quelle settimane. È a questo che aspiriamo. Lei, come tanti altri volontari, è partita con un bagaglio pesante ed è tornata con uno leggero.
Capiamo di aver lasciato un segno grazie a chi, nonostante l’incertezza iniziale, ci dice che “è stata una delle esperienze più belle della mia vita” e che “la gioia di poter aiutare persone che ne hanno bisogno è stata una delle più grandi gioie per me.” O ancora nelle parole di chi ci racconta come l'immersione in una realtà così diversa “mi ha davvero fatto aprire gli occhi sul mondo in cui vivo e l’ambiente in cui sono cresciuta”, trovando nelle riflessioni e nei momenti condivisi una chiave inaspettata per guardarsi dentro.
Lo sguardo dei genitori: il bene che porta frutto
La certezza del bene che nasce da questi viaggi ci arriva anche dalla voce di chi ci affida i propri figli, superando il timore e l'incertezza di veder partire ciò che ha di più caro. Lo vediamo in una madre che ci confessa: “Leggere il vostro diario tutti i giorni mi ha emozionata e a volte commossa. Devo ammettere che ho desiderato esser lì anche io”, facendoci realizzare come persino un diario di bordo riesca ad accorciare le distanze e far capire l’importanza di quello che i volontari fanno dall’altra parte del mondo. Lo sentiamo in un’altra mamma che ci racconta di aver ritrovato una figlia nuova, “con il bisogno di trovare dentro di sé uno spazio in cui dare un posto a tutto ciò che ha vissuto e a questo nuovo mondo che ha incontrato”, o in un padre che ci ringrazia della fiducia reciproca nell’aver ritenuto la figlia pronta per un’esperienza “così forte e bella”, accompagnandola lungo quella che un altro genitore ancora ha definito “la strada inesplorata del loro mondo interiore.”
La vera missione comincia adesso
Nell’orgoglio di ogni genitore troviamo la conferma più bella: abbiamo piantato dei “semi che, se ben coltivati, daranno i loro frutti” nel cuore di chi è partito, destinati a diventare un “patrimonio profondo, per tutta la vita”. I giorni passati a costruire case, campi sportivi, mense si trasformano quindi in un “pieno di umanità”, dove ciascuno “si è reso conto di cosa sia la fatica, le necessità, la povertà, la mancanza e, insieme la felicità di dare e di ricevere”
C’è un pensiero che torna spesso nei racconti dei volontari ed è profondamente vero: “la vera missione inizia adesso”, nel quotidiano, una volta tornati a casa. Il lavoro più duro è rimboccarsi le maniche e affrontare la vita di tutti i giorni con i doni e la consapevolezza che il viaggio ha regalato, senza voltare le spalle a ciò che si è imparato. Restituendo alle famiglie ragazzi “capaci di guardare oltre sé stessi”. Sta tutto lì, nel riuscire a mettersi in gioco, andare oltre i propri limiti e far sì che ogni volontario, come ci ha detto un genitore, possa “toccare delle corde che non aveva mai toccato”. Una sola persona che sceglie di essere migliore può rendere il mondo un posto migliore. E per noi, questo è il più grande regalo da portare a casa.


