0

Un luogo sicuro dove raccontarsi

Fernando Lozada

Ha piovuto tutta la notte e, qui dove abbiamo l’albergo, anche per buona parte del mattino. Partiamo quindi con la pioggia, il che vuol dire che la strada davanti a noi sarà più lenta del solito. In effetti, anziché i soliti 40 minuti in pullman, ci aspetta quasi un'ora. Per i ragazzi non è affatto un problema: si dorme!

Arrivati in cantiere, le divisioni sono come quelle del giorno precedente: c'è chi sta in cantiere, chi con i bambini e chi nel pomeriggio fa il giro della “comunidade”. Le reazioni dei ragazzi sono varie: chi è sorpreso, chi sconsolato, chi preferisce non esprimersi. Perché le case più povere sono costruite proprio sul fiume, in legno, e si alzano su enormi palafitte. Il legno è marcio, gli ambienti non si riescono a distinguere e a vista si vedono i letti che condividono lo spazio con la cucina e la lavanderia. Gli umili vestiti pendono alla vista di tutti. Queste case avranno come massimo 30 metri quadri e in questo spazio vivono famiglie fino a 7 persone.

Tutto questo “aiuta”, nel senso che ci dà la dimensione più vera di quello che stiamo facendo, perché molti dei bambini che quotidianamente stanno con noi, e tantissimi che usufruiranno del nostro campetto, vengono proprio da quelle casette. Poi, sempre lì, c'è chi è più fortunato e ha una casa in cemento: strette strette, appiccicate le une alle altre, tra piccole strade e vicoli. Cavi ovunque e di ogni tipo, panni umidi ad asciugarsi e sempre case piccole con poche stanze che fungono da diversi ambienti. Ovviamente praticamente nessuno ha l’aria condizionata, e in queste condizioni verrebbe da dire che sia essenziale. Infatti i bambini girano in pantaloncini o in mutande, e gli uomini stanno praticamente sempre a petto nudo.

Sono tutti molto accoglienti: ci salutano con il sorriso e con il pollice verso l'alto, seguito da frasi come “beleza” o “tudo bom”. Non si percepisce il pericolo a cui di solito vengono associate questo tipo di realtà, forse perché stiamo facendo del bene per la loro comunità e per i loro bambini, e quindi siamo benvoluti da tutti; forse perché lo facciamo durante il giorno. In ogni caso, l’accoglienza di queste persone ci fa sentire al sicuro e forse un po' a casa, per quanto casa nostra sia molto, ma molto diversa da come e dove stiamo vivendo qui.

Tornati dal lavoro si organizzano partitelle, e c'è chi preferisce riposarsi. Alle 18:30 c'è la messa per chi lo desidera, e alle 19:30, dopo la cena, ci incontriamo in auditorium per i gruppi di riflessione.

Ma cosa accade in questi gruppi? Qualcosa di straordinario, perché lo abbiamo fatto diventare straordinario, visto che in realtà dovrebbe essere la cosa più ordinaria, naturale ed elementare possibile: mettersi in gioco con i compagni di viaggio e di strada. Potersi raccontare, e quindi venire incontro a un bisogno umano profondo, condividere la propria storia e trovare altri interlocutori: qualcuno in grado di accoglierci perché accoglie la nostra storia. Uno spazio sicuro, dove non dobbiamo misurare ogni parola che diciamo o controllare ogni atteggiamento per la paura di essere giudicati o addirittura messi da parte. Se cade la paura torna la libertà, perché è difficile che ci sia libertà in mezzo alla paura o alla vergogna.

E succede una cosa molto particolare: tutto ciò di cui ci vergognavamo, in realtà lo vivono, in un modo o nell’altro, anche gli altri. E questo perché, mi verrebbe da dire, le nostre “ferite” esistenziali — quella sorta di paure o crepe che arrivano per il solo fatto di essere vivi — sono profondamente umane: ne facciamo tutti parte. Questo diventa per i ragazzi uno spazio di libertà pazzesco, perché scoprono che ciò che conta, ciò che è profondo in loro, non li rende esseri estranei, ma profondamente simili agli altri, specialmente tra coetanei.

Così questi gruppi diventano uno spazio di libertà, di vera accoglienza e di comprensione; un modo per guardarsi dentro con gli occhi degli altri, tra i sorrisi e anche qualche pianto. Forse, il più delle volte, proprio il pianto.